[23/03/2007] Comunicati

Europa, globalizzazione, sinistra e sostenibilità

LIVORNO. Nell’ultimo mezzo secolo, tempi e modi della scienza applicata hanno prodotto una crescita dell’economia mondiale (come produzione di beni e servizi) che è passata dai poco più di 5000 miliardi di dollari nel 1950 a più di 39.000 miliardi di dollari nel 1998, con un aumento di più di sei volte. Dal 1990 al 1997 era cresciuta di 5000 miliardi di dollari, uguagliando la crescita economica avvenuta dall’inizio della civilizzazione agli anni ’50.

Sulla Terra ci sono quasi sei miliardi di persone, circa 1.500 milioni nel Nord del mondo e circa 4.500 milioni nel Sud del mondo. La popolazione terrestre aumenta al ritmo di circa 80 milioni di persone all’anno. La massa di materiali movimentati attraverso il mondo - la «tecnosfera» - degli oggetti fabbricati e usati, ammonta ogni anno a circa 50.000 milioni di tonnellate (acqua e aria escluse), l’acqua usata dalle comunità urbane e dalle famiglie, tocca quota 500 miliardi di tonnellate all’anno, i consumi di acqua totali sono circa 9.000 miliardi di tonnellate all’anno; le automobili in circolazione nel mondo sono circa 550 milioni.

Sono le cifre dell’economia globalizzata. Come è stato osservato, essere oggi contro la globalizzazione dell’economia equivarrebbe all’avversione per l’industrializzazione nel secolo trascorso. Ciò detto, squilibri, contraddizioni e pericoli sono ben lungi dall’essere impostati a soluzione.

Anzi, è proprio su scala globale che si riescono a vedere meglio le dinamiche socio-economiche-ambientali che fanno strame dei luoghi comuni del «post-moderno» come del «post-industriale» (la produzione industriale assoluta aumenta), delle banalità ideologiche sulla new economy quanto delle semplificazioni sulla dematerializzazione (i volumi aumentano), delle futurologie sulla “fine del lavoro” (il numero dei lavoratori è cresciuto) quanto di quelle sulla inerziale, presunta «fine della proprietà privata» (la prima società classificata da «Fortune» ha un fatturato equivalente al Pil dei 40 Paesi più poveri).

I fatti, ormai inconfutati, ci dicono da una parte, che i Paesi dell’ex terzo mondo si trovano nelle condizioni di poter attuare lo stesso modello di sviluppo di quelli modernizzati solo al prezzo di mettere in crisi l’intero ecosistema. Dall’altra, che i nuovi campi in cui si avventura la scienza fanno sì che essa produca più incertezze che certezze, tant’è che al conflitto sulla distribuzione dei beni si sta aggiungendo un conflitto sulla distribuzione dei «mali» (vedi Bush e il Protocollo di Kyoto). Ma la cosa che appare più incredibile è che queste dinamiche hanno chiuso il secolo (e hanno aperto il nuovo) con una forbice più larga fra Paesi ricchi e Paesi poveri. E’ questa la più clamorosa smentita ad una idea feticistica - e perciò acritica - della crescita economica, secondo la quale pur ammettendo contraddizioni e contraccolpi, in definitiva «se cresce l’economia ne guadagnano un po’ tutti». No! Proprio guardando alla scala mondo, non è stato così e non sarà così se non si cambia paradigma.
Certamente i sistemi produttivi dell’occidente contengono enormi risorse (l’indicatore della vita media è lì a ricordarcelo), ma la pretesa di esportarle dappertutto costituisce non la soluzione, bensì il problema.

La questione strategica di un riequilibrio sociale entro una sostenibilità ambientale su scala mondo non sta affatto, come afferma la mitologia della modernizzazione, nell’abbattimento di qualsiasi barriera e nella liberalizzazione estrema dei mercati. A parte il fatto che il mercato è «la più grande costruzione storico-sociale» che l’uomo sia riuscito a determinare, la questione di fondo che pone la globalizzazione è diametralmente opposta: come e con quali regole (sapendo che il vecchio statalismo non funziona più perché, appunto, sarebbe anacronistico) si governa un fenomeno che va aumentando la propria divaricazione fra natura, economia e politica?

Il paradosso della globalizzazione è proprio una economia mondiale senza governo (o meglio, senza un governo politico) che trova come unici anticorpi un antagonismo sociale che, per definizione e per composizione, non può farsi organizzazione né progetto. E senza organizzazione e senza progetto che siano all’altezza (ed esprimano la stessa potenza) dei centri di decisione attuali, la china insostenibile e intollerabile della attuale globalizzazione economica non verrà modificata se non nei dettagli e l’opposizione contro di essa rimarrà una “opposizione di Sua Maestà”.

E’, alla fine dei conti, proprio la globalizzazione a riproporci in termini inediti la primordiale necessità di un sano (e non patologico) conflitto culturale, prima ancora che politico, fra destra e sinistra: la funzione del progetto collettivo versus l’ideologia della «mano invisibile» ormai definita come libertà tout court. Per una sinistra smemorata e confusa, sostituire la parola «progetto» alla parola “nuovo” (che errore tragico avere elevato questa parola a categoria politica!) sarebbe già un passo avanti per individuare le forme egemoniche (le più difficili da combattere) di una globalizzazione distorta quanto insostenibile.

Da ciò che si è mosso dal lontanissimo Seattle in poi, la sinistra, deve almeno ricavare una lezione: la capacità di «stare in rete», la capacità di utilizzare gli strumenti della globalizzazione per combatterne i suoi lati insostenibili, la capacità di comunicare attraverso «tecnologia e sentimento». Una sinistra moderna, che si dice tale, potrebbe e dovrebbe (qui e ora) cercare di costruire forme di governo della globalizzazione riaffermando l’esigenza del progetto unitamente all’utilizzo degli strumenti con i quali la stessa si va affermando. Perché mai non si potrebbe pensare, pure nella eterogeneità delle posizioni, ad un appuntamento mondiale organizzato dalla sinistra europea sulle forme possibili di governo sostenibile (ambientalmente e socialmente) della globalizzazione? Perché mai le giugulatorie sul «nuovo» e le mitologie della «modernizzazione» dovrebbero risolversi impietosamente nell’accelerazione su vecchie strade sconnesse e dal fondo sicuramente cieco?

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