[23/03/2007] Parchi

Wwf: «La Cina non tolga il divieto di commercio di tigre»

LIVORNO. Il divieto del commercio di tigre in Cina risale al 1993. Ma c’è un gruppo di affaristi che traggono profitto proprio da questo commercio che stanno facendo forti pressioni sul governo cinese per revocare il divieto. Lo denuncia un nuovo report del Wwf/Traffic, il network internazionale creato da Wwf e Iucn per il monitoraggio del commercio di natura. Annullare o facilitare l´attuale divieto di commercio della tigre in Cina significherebbe la condanna di tutte le specie feline in pericolo, annuncia il nuovo report.

Il divieto - sottolinea il rapporto - è stato essenziale per evitare l´estinzione della tigre, frenando la domanda del più grande consumatore al mondo di parti di tigre. In conformità con le risoluzioni della Cirtes (Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e fauna selvatica in pericolo), il divieto ha praticamente eliminato il mercato nazionale per i prodotti di tigre nelle medicine tradizionali.

«La tigre sopravvive oggi soprattutto grazie alla ferma azione della Cina - , commenta Steven Broad, direttore esecutivo di Traffic - . Revocare il divieto e consentire il commercio di prodotti di tigri allevate in cattività significherebbe aver sprecato tutti gli sforzi della Cina per la salvaguardia delle tigri selvatiche. Sarebbe una vera catastrofe per la conservazione della specie». Meno di 7.000 tigri vivono in natura, mentre circa 9.000 vivono in cattività, la maggior parte negli Stati Uniti e in Cina.

I provvedimenti per l´implementazione e la messa in vigore del divieto di commercio cinese comprendevano campagne di educazione pubblica, la promozione di prodotti medicinali alternativi a quelli ottenuti con parti di tigre, pene severe per chi infrangeva la legge. Gli effetti si sono visti: sondaggi clandestini effettuati da Traffic hanno rilevato la scarsità di ossa di tigre in Cina. Meno del 3 per cento dei 663 negozi di medicina e dei fornitori sostenevano di possederle, e la maggioranza era consapevole che le tigri erano protette e che il loro commercio fosse illegale.

Tuttavia, un sondaggio di Traffic ha documentato 17 casi di vino che impiega ossa di tigre (vengono utilizzate come aromatizzanti) in vendita sui siti cinesi di aste, con un venditore che ne offriva 5.000 bottiglie. La richiesta per pelli di grandi felini come abiti "status symbol" sta crescendo, soprattutto nella regione autonoma cinese del Tibet, con circa il 3 % degli abitanti delle grandi città che sostengono di essere in possesso di indumenti di tigre o di leopardo, anche se sono a conoscenza della loro illegalità.

I promotori delle "fattorie della tigre" per l´allevamento in cattività su larga scala fanno pressione per la legalizzazione dei prodotti provenienti da queste strutture, che adesso ospitano 4.000 tigri. "Consentire la ripresa del commercio di parti della tigre, pur sapendo che sono cresciute in cattività, porterebbe inevitabilmente ad un aumento della richiesta di tali prodotti", spiega Susan Lieberman, direttrice del Programma Specie del Wwf. "Un mercato legale in Cina darebbe ai bracconieri di tutta l´Asia una possibilità di ´riciclare´ le tigri uccise nelle zone selvagge, dato che i prodotti di tigri selvatiche e allevate non possono essere distinti sul mercato".

Wwf e Traffic sollecitano quindi il governo cinese a mantenere il divieto del commercio su scala nazionale, a rafforzare i suoi sforzi per l´entrata in vigore di una legge contro il commercio illegale di tigri e di altri grandi felini asiatici, soprattutto delle pelli, a imporre una moratoria sull´allevamento delle tigri, a distruggere gli stock di carcasse di tigri e ad aumentare la consapevolezza del pubblico sul divieto attuale di commercio.

Torna all'archivio