[27/03/2007] Urbanistica

Governo del territorio o territorio della rendita?

LIVORNO. Partiamo dal contesto normativo e da quello politico: la legge-quadro urbanistica nel nostro paese è datata 17 agosto 1942. Il dibattito sulla proposta di legge del 2 marzo 2007 presentata dalla parlamentare ds Raffaella Mariani e da altri firmatari, riporta la questione “governo del territorio” al centro dell’agenda culturale e politica del Paese.

Una situazione immobile da troppo tempo, dentro la quale dilagano in tutta Italia da una parte i casi di speculazioni edilizie (vere o presunte) con appendici talvolta giudiziarie, dall’altra quantomeno un uso del territorio come strumento della modernità e della rendita.

La mancanza di regole comuni del resto incoraggia incongruenze nelle legislazioni regionali: l’unilaterale autodeterminazione del soggetto pubblico può ad esempio scambiare il suo ruolo da arbitro a giocatore, finendo poi per dare un’interpretazione fin troppo elastica del concetto di sinergia nei rapporti col privato.

E può succedere anche che il soggetto privato, forte del suo potere economico, vada a ridurre o annullare (in presenza di un pubblico debole e compiacente o complice) le compensazioni ambientali e le ricadute positive nel contesto urbano, contropartita dell’intervento.

Ieri ha destato forte impressione nell’opinione pubblica la notizia giunta da Campi Bisenzio dei 24 arresti (dei 46 indagati totali) accusati di aver creato una sorta di cartello in grado di pilotare gli appalti pubblici dei comuni dell’hinterland fiorentino, con la connivenza di una serie di funzionari pubblici che avrebbero approvato atti e concessioni edilizie difformi da quanto previsto nei piani strutturali. Un’inchiesta destinata ad allargarsi, ma che deve far riflettere non tanto nel merito (oggi è toccato a Campi Bisenzio, domani sarà la volta di qualche altro comune), quanto nella prospettiva di uscita da questa situazione di non-governo del territorio, frutto (o causa) anche di una tendenza che negli anni ‘90 ha visto la politica abdicare il proprio ruolo prima nei confronti dei tecnici che avrebbero dovuto garantire un’autonomia maggiore, poi, soprattutto, nei confronti dell’economia sempre più orientata dalle lobby del mattone.

Per non dover ammettere esplicitamente la sua insufficienza a governare la realtà, la politica deve quindi affrettarsi a colmare la contraddizione fra norma e prassi. Con una legge nazionale di riforma del governo del territorio, ma anche con scelte coraggiose e possibilmente omogenee a livello regionale.

Ne abbiamo parlato con Riccardo Ciuti, urbanista e direttore della sezione urbanistica della rivista Locus, dirigente del comune di Pisa fino a sei mesi fa. «Non conosco il caso specifico di Campi – spiega – ma sicuramente sulle grandi decisioni i tecnici sono sempre stati meri esecutori, senza alcuna possibilità di decisione neppure per quanto riguarda l’iter delle pratiche. E anzi negli ultimissimi anni almeno in Toscana c’è stata una progressiva perdita di autonomia rispetto al pubblico».

Il territorio è stato utilizzato come strumento della modernità?
«In effetti in parte è proprio quello che è accaduto: è vero che ci sono elementi di modernizzazione più legati a temi infrastrutturali con operazioni di ossatura del territorio, ma negli ultimi anni abbiamo assistito a un’esplosione del mattone come seconde case, come sfruttamento del paesaggio.
La questione però ormai è giunta a maturazione e questo si evince anche da un segnale recentissimo: il fenomeno dei comitati riuniti da Asor Rosa. Oggi la loro debolezza è rappresentata dal fatto che riuniscono soggetti molto eterogenei, nati in contesti diversi su motivazioni diverse, ma nell’insieme esprimono un dato positivo: i cittadini vogliono tornare protagonisti delle scelte del territorio. In tutte le città la società civile si sta svegliando, finalmente si ritorna a discutere, perché finora le scelte urbanistiche sono state fatte nel chiuso, senza partecipazione».

Anche quando la partecipazione è garantita sostanzialmente e formalmente, non si deve scambiare la partecipazione con il far assumere un solo punto di vista alle istituzioni, che invece devono tener conto di una pluralità di istanze?
«Giusto, ma io intendevo dire che i processi formali della democrazia partecipativa sono ben poca cosa, prendiamo le osservazioni: già sono rare quantitativamente, poi se si escludono quello portate da associazioni di categorie e ambientalisti rimangono solo sparuti interventi di proprietari di aree che vengono toccate dal provvedimento e che cercano di tutelare i loro interessi privati: queste allora dovrebbero in realtà essere chiamate non osservazioni, ma opposizioni nell’interesse privato».

Torniamo al mattone e quindi alla rendita, scelta obbligata per riprendere (continuare) la crescita economica?
«Le ripetute crisi della borsa e conseguenti difficoltà nelle modalità di investimento finanziario, hanno mostrato limiti e il mattone è diventato una scelta quasi obbligata. Tutto in spregio alla sostenibilità: perché è assurdo oltreché insostenibile che ogni comune programmi il proprio sviluppo urbanistico in modo totalmente avulso dalla demografia: lasciato libero di programmare il comune è andato incontro non alla domanda di abitazioni, ma alla domanda di investimento, col risultato di impoverire le città e inurbare le campagne. L’altra faccia dello sviluppo delle seconde case è proprio l’invivibilità delle nostre città».

Si può allora dire che dagli anni novanta, in nome della diversificazione, si è passati da fare industria in modo insostenibile a fare case (e soprattutto seconde case) in modo insostenibile?
«In effetti il turismo è rimasto poco imprenditoriale sulla qualità ma molto aggressivo sulla quantità, con una forte espansione e consumo di territorio. Un esempio è Follonica, che continua incredibilmente a svilupparsi, riempiendosi di seconde case taroccate da Rta, ma scelte di questo tipo erodono il movente stesso del turismo, consumando la risorsa in nome della quale nasce.
Noi abbiamo invece un esempio da evidenziare, che è quello della Sardegna, dove finalmente c’è uno strumento che salva le coste e previene la possibilità di nuovi insediamenti. La Toscana da questo punto di vista è molto più sorniona, è una regione che non vuole litigare e contrapporsi ai comuni, così che i comuni fanno di testa loro».

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