[28/02/2006] Urbanistica

Foce del Cornia: aboliamo l´idea di porto e facciamone un parco

PIOMBINO (Livorno). Porti, porti, porti… prima Salivoli, ora San Vincenzo e vicino a noi possiamo citare anche Scarlino (Puntone) e Rosignano (Crepatura): quattro porti nuovi nel tratto di poche decine di chilometri, quattro luoghi nei quali si è consumato un tratto di costa, alterato l’ambiente, sacrificata la spiaggia e marginalizzato i pescatori e i piccoli natanti che per molto tempo hanno rappresentato la fruibilità del mare da parte delle popolazioni locali.

È come se i nuovi porti turistici allontanassero gli abitanti di un luogo dal loro mare. Eppure il mare e la costa sono beni pubblici, cioè comuni, collettivi, di tutti, ambienti di interesse generale.
Ora si legge sui giornali, da settimane con preoccupata insistenza, di ulteriori progetti nella costa piombinese (Poggio Batteria, Torre del Sale, ecc.) presentati da privati, imprenditori più o meno noti.

Per fortuna che si è levata qualche (rara) voce di amministratori locali che hanno ricordato che il governo del territorio appartiene al pubblico e che la pianificazione urbanistica non si fa selezionando o sommando le proposte degli interessi privati, ma guardando agli interessi generali, all’ambiente e alla partecipazione dei cittadini.

Uno dei progetti portuali riguarderebbe addirittura la foce del Cornia, quello straordinario e delicatissimo punto di contatto tra terra e mare su cui si è fondata la costruzione della Val di Cornia negli ultimi secoli.

Io non so se la nautica così concepita possa davvero essere un ramo florido della nuova economia del territorio; ci vorrebbe una attenta valutazione sul piano economico e sociale, in termini di occupazione e di produzione di reddito. A giudicare da altre esperienze sembra piuttosto che anche i porti (i porti di questo tipo) rappresentino più spesso progetti di tipo immobiliare (costruire e vendere), club residenziali più che circoli nautici, accentramento di rendita più che diffusione di ricchezza.

Mi interessa soltanto proporre alcune riflessioni sui rischi che deriverebbero dalla realizzazione di un porto (e strutture e infrastrutture connesse) alla foce del Cornia. Questo fiume (nella foto) lungo una cinquantina di chilometri rappresenta un’arteria di vitale importanza per un bacino di oltre 500 km quadrati e la sua foce né è l’elemento più sensibile, l’equivalente di una valvola cardiaca.

Questa foce è il frutto di un lungo e complicato rapporto tra uomo e natura, il risultato di una secolare opera di bonifica che, soprattutto a partire dall’800, non è servita solo a conquistare terreni all’agricoltura, ma anche alla costruzione di un territorio.

Dall’età lorenese al Novecento la bonifica del Padule di Piombino e del Lago di Rimigliano hanno costituito l’architrave dell’attuale pianura, la definitiva connessione del promontorio di Populonia con il retroterra pianeggiante e collinare, l’elemento ordinatore del territorio tra Piombino e Venturina.

Prima di allora il disordine idraulico non aveva permesso un insediamento stabile di uomini e attività umane. Nel 1826, quando il Cornia non aveva ancora una foce, il granduca Leopoldo II passando da queste parti annotava:
"Il bestiame vagante non permetteva restaurare gli argini; la Cornia seguitava a devastare, poi non si vedeva più altro che acqua sparsa fra le terre... Mi rivolsi verso Piombino seguitando la Cornia. La guadai più volte, e tentai molte … ma ogni via era smarrita… si vide un bove fitto nella mota fino al collo… La Cornia - proseguiva il granduca - moriva nel padule; mignattaj cercavano mignatte, l´acqua percuotendo co´ bastoni. Altre acque le Caldanelle, la Corniaccia di Campiglia morivano nella bassura di Montegemoli, finché, fattosene cumulo, si univano a quelle del padule maggiore...”

Nel 1828 prese il via la bonifica, condotta essenzialmente con la tecnica della colmata (come testimonia lo stesso toponimo Colmata) e portando la Cornia al mare. Gli interventi di bonifica si protrassero fino a ‘900 inoltrato, ma già ai primi del secolo avevano radicalmente cambiato il volto del comprensorio.

Renato Fucini (Ricordi, 1902)che aveva vissuto per alcuni anni a Campiglia contrapponeva il ricordo dei suoi anni giovanili, quando la Val di Cornia era un insieme di "poggi e valli ancora deserte e selvose", all´immagine offerta da quest´area una cinquantina d´anni più tardi, quando le stesse terre apparivano ormai "sterpate, riquadrate, fossate e piene di voci umane che sono sostituite al gracchiare malinconico dei corvi e al rauco mugghio dei bufali selvaggi".

Non si tratta di suggestioni letterarie. Nel corso dell´800 questo tratto della Maremma aveva effettivamente subito un processo di ripopolamento, di bonifica delle terre e di riorganizzazione fondiaria che conferiva al paesaggio i caratteri essenziali che conserverà in seguito e che in buona misura sono ancora sotto i nostri occhi.

Gran parte di questa trasformazione ambientale, ma anche economica e sociale, poggia sugli interventi che l’uomo, di concerto con la natura, ha compiuto sul tratto finale del Cornia, fino alla costruzione del suo sbocco a mare presso Torre del Sale con la realizzazione dell’attuale foce.

Demetra e Clio hanno raggiunto così un delicato equilibrio e quella foce rappresenta il centro vitale dell’intera pianura. Toccarla non sarebbe saggio e certamente provocherebbe dei danni non prevedibili. Forse arriverebbero nuovi mignattai, nuovi bufali selvaggi e nuovi corvi malinconici.
È solo un invito a riflettere, ma la foce del Cornia, per il suo fascino e la sua importanza storica e ambientale dovrebbe entrare a pieno titolo nel sistema dei parchi.

* Rossano pazzagli è direttore di Irta Leonardo - Pisa

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