[06/03/2006] Urbanistica

Porti turistici, non è così che si crea il distretto della nautica

PIOMBINO (Livorno). La nota sui porti alla foce del fiume Cornia di Rossano Pazzagli, pubblicata su greenreport.it, stimola più ampie riflessioni sul governo del territorio. Il Cornia è l´arteria che regola i flussi delle acque superficiali della valle e, come ben sappiamo, ha una forte escursione idraulica stagionale con piene di tipo torrentizio. Un fiume così ha bisogno di essere lasciato scorrere agevolmente verso il mare, senza interferenze od ostacoli.

Questo è stato l´impegno degli uomini nei secoli: allungare il percorso del fiume fino al mare, oltrepassando le paludi e creando una foce protetta per lo sbocco in mare. Questa foce va oggi semplicemente difesa perchè costituisce la valvola di sicurezza idraulica di tutta la valle.

La foce, inoltre, con i suoi relitti palustri e la vegetazione tipica delle zone umide, costituisce anche un fattore di biodiversità e un paesaggio costiero da salvaguardare.
Il fatto che la s´incunei tra due zone industriali (la centrale di Torre del Sale ad est e le Acciaierie ad ovest) non solo non riduce il suo valore paesaggistico ma, al contrario, lo rafforza, proprio perché evita la saldatura tra zone urbanizzate.

Per queste ragioni, il piano regolatore del 1994 scorporò la foce del Cornia dal territorio industriale, destinandola a zona agricola d’interesse paesaggistico; la spiaggia ad ovest fu classificata come parco. Queste ragioni sarebbero sufficienti per escludere ogni ipotesi di porto, di qualsiasi tipo o dimensione.

La discussione sui porti a Piombino merita tuttavia di essere approfondita, sul merito e sul metodo delle scelte. E mi auguro che lo si faccia.

Nel merito, io sono tra coloro che pensano che Piombino, per la sua collocazione geografica, possa avere un ruolo rilevante nell’offerta nautica della Regione Toscana.

Ma penso anche che le opportunità vadano ricercate nell’ambito della riqualificazione dei tratti di costa maggiormente degradati, senza lasciarsi condizionare da un assunto banale quanto pericoloso: quello che i porti devono essere localizzati lontano dalle fabbriche perché chi possiede una barca, legittimamente, vuole una buona qualità dell’aria.

Un ambiente pulito lo vogliono, prima ancora che i proprietari di barche, i cittadini che vivono dentro e vicino alla fabbrica. E la fabbrica, per continuare a produrre ad un livello più alto di qualità, come chiede la sfida globale, dovrà inevitabilmente innovarsi nei processi, nei prodotti e nei suoi impatti sull’ambiente, compresa la riduzione dell’occupazione di suolo.

Si tratta di una sfida difficile, ma da perseguire con determinazione e senza immaginare di sostituire la monocoltura industriale con altrettante improbabili monocolture, nautiche o turistiche.

In questo scenario l’attenzione va posta, in modo dinamico, al riuso delle aree industriali dismesse, alle connessioni con il sistema infrastrutturale, all’integrazione con le strutture portuali esistenti, con la stessa industria, con i servizi urbani.

Nel metodo, penso che le decisioni sui porti turistici devono essere assunte nell’ambito di una seria e rigorosa pianificazione di livello regionale, nel rispetto assoluto delle risorse naturali della costa toscana, poiché spiagge, foci e paesaggi costieri rappresentano anch’essi fattori essenziali per la caratterizzazione ambientale e lo sviluppo dell’economia, locale e regionale.

La Regione ha dunque una prerogativa che deve esercitare con rigore, senza cedere a pressioni e localismi. Purtroppo bisogna rilevare che non sempre questa capacità di governo si è affermata; e la Val di Cornia, sotto questo profilo, non è tra i buoni esempi.

I porti di Salivoli (nella foto aerea) e di San Vincenzo, a differenza di altri temi sui quali questo territorio ha saputo coordinarsi, sono entrati nella pianificazione con varianti urbanistiche puntuali, di livello comunale. Ma così non si costruiscono né i distretti locali, né una razionale offerta nautica regionale.

Costruire un distretto, infatti, vuol dire mettere insieme (seriamente) più tipologie d’offerta, servizi comuni, sistemi logistici ed infrastrutturali.
In realtà i nostri porti sono stati concepiti come strutture a se stanti, come microcosmi, con le loro insufficienze e criticità, con il consumo di spiagge urbane e con attese sociali ed economiche che, puntualmente, finiscono per deludere.

Per questo penso che occorra cambiare radicalmente metodo e strategia, introiettando la razionalità ed il valore della natura nelle scelte che ci apprestiamo a fare. Non a parole, ma nei fatti. E bisogna rifuggire da chi, nell’ipocrisia dell’economia virtuale, prospetta facili magnificenze con i porti: migliaia di posti di lavoro, cantieri, residence, alberghi, addirittura università.

Si vadano a vedere molte delle esperienze già realizzate: ci si accorgerà che, troppo spesso, sono state consumate risorse naturali importanti, che hanno prodotto economie fragili e poche decine di posti di lavoro.

Come cittadino mi sento amareggiato quando avverto che il bisogno di lavoro viene usato strumentalmente per ottenere vantaggi e concessioni che, in tutta evidenza, tradiscono interessi di tipo immobiliare e speculativo: quelli che, in epoca d’impoverimento diffuso, hanno fatto fare grandi affari a pochi e stanno generando, un po’ ovunque, un “sacco” del territorio che mi auguro qualcuno si appresti a misurare seriamente.

Nel caso dei porti, poi, questo sacco è doppiamente pericoloso perché consuma suolo pregiatissimo, pubblico, come lo sono appunto le spiagge e le foci dei fiumi. Se si vuole costruire un progetto reale per la nautica, qui come ovunque, bisogna avere la mente sgombra dai progetti e dalle infinite pressioni di coloro che aspirano a fare investimenti immobiliari.

Bisogna affermare, senza mezzi termini, che i progetti dei porti turistici seguono il piano urbanistico e non lo precedono. Le leggi che consentono di valutare i progetti dei porti in conferenze di servizi al di fuori dalla pianificazione territoriale, così come la finanziaria del 2006 che consente di localizzare mega alberghi privati sulle spiagge pubbliche con una procedura d’intesa tra l’impresa proponente ed il presidente della Regione, sono una follia tipica degli anni in cui viviamo, dove la finanza, prima ancora che l’economia, ha dettato le regole del gioco, dalla svendita del patrimonio culturale pubblico, ai condoni edilizi, al crescente consumo di suolo.
Da questi metodi bisogna rifuggire, rilanciando la funzione di programmazione generale delle istituzioni; la sola che può assicurare sviluppo equilibrato e tutela dei beni che appartengono all’intera comunità.

* Massimo Zucconi è presidente della Parchi val di Cornia Spa

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