[21/08/2007] Energia

Rigassificatori, c’era una volta la cabina di regia

LIVORNO. Dodici mesi fa non si parlava d’altro. Tutti gli occhi erano puntati su questa idea del governo italiano: la cabina di regia che doveva dettare modi, tempi e numeri dell’avventura italiana alla conquista del gas metano, attraverso la costruzione di 3-4 rigassificatori sparsi per la penisola che avrebbero permesso, si diceva, di affrancare il Paese dal petrolio e dalle strette in cui potevano metterci da un momento all’altro i produttori. Di progetti ce n’erano (ce ne sono) a iosa, ma il problema era decidere quali fare, vincendo anche le tante opposizioni locali: 3 o 4 si diceva sarebbero bastati per perseguire la strada della diversificazione e dell’indipendenza, almeno in questa fase di transizione verso un uso massiccio delle energie rinnovabili.

L’ora x per i fortunati progetti che sarebbero andati avanti fu fissata al 30 agosto del 2006, ma la decisione slittò. Da allora ogni occasione è buona perché il ministro dello sviluppo economico Pierluigi Bersani rinnovi le intenzioni di 3 o 4 rigassificatori. Ma di decisioni nemmeno l’ombra. Tanto che anche della famosa cabina di regia affidata all’allora sottosegretario alla presidenza del consiglio Enrico Letta se ne sono perse completamente le tracce.

Massimo Serafini, direttore di Aprile e ambientalista storico, pensa comunque che la corsa ai rigassificatore sia tutt’altro che finita.
«A settembre sono sicuro che si tornerà a parlarne – spiega Serafini – perché Bersani e gli altri la considerano una priorità».

Secondo lei non lo è?
«Io continuo a pensare che le priorità siano altre, la vera diversificazione non si fa cambiando i paesi da cui dobbiamo dipendere, ma quella di costruire l’autonomia energetica del Paese, che sappiamo essere raggiungibile investendo su risparmio ed efficienza energetica, sole, vento, biomasse, fiumi e geotermia, di per sé già sicuramente sufficienti per un fabbisogno energetico nazionale ispirato ad una austerità felice, volutamente scelta e non imposta».

Ma la scelta del gas, si dice, è necessaria proprio in una fase di transizione verso le rinnovabili, che vanno implementate un po’ alla volta.
«Questo è quello che ci dicono, ma io non ne sono troppo convinto. La cabina di regia dovrebbe prima di tutto dire quanto gas ci serve e in quale percorso di transizione va collocato. In realtà il concetto di fabbisogno viene piegato da una parte all’altra a fini speculativi: grazie ai rigassificatori si pensa di comprare il gas quando costa meno stoccandolo nei depositi sotterranei, per poi rivenderlo ad altri Paesi quando costa di più».

Ed è così negativo pensare che l’Italia possa fare profitti sul gas, così come altri Paesi lo fanno col nucleare? Tutto sommato il male sarebbe minore…
«Nell’ambito di un concetto puramente speculativo il ragionamento potrebbe essere giusto. Ma nell’ambito di una politica energetica che risponda alla questione climatica e agli obiettivi del Protocollo di Kyoto, francamente la questione del profitto è soltanto la coda del problema, senza dimenticare poi che è la coda di un problema non del Paese ma dell’Eni. E a me, così come a tutti gli altri cittadini, interessano ben poco i profitti dell’Eni e delle altre multinazionali dell’energia».

A proposito di Protocollo di Kyoto, Ieri Yuri Izrael, direttore dell´Institute of global climate and ecology di Mosca, è intervenuto ai seminari internazionali in corso ad Erice (Trapani) sulle emergenze planetarie dicendo che «il trattato di Kyoto non ha fondamento scientifico in quanto basato su modelli predittivi e non su rigorose prove sperimentali». E che «non bisogna drammatizzare l´impatto dell´uomo sui cambiamenti climatici, perché il clima é sempre stato soggetto a mutamenti».
«I seminari di Erice sono organizzati da Antonio Zichichi, che da sempre demistifica quello che la comunità scientifica ormai ha riconosciuto e dimostrato. Zichichi svolge questa sua battaglia pseudoscientifica radunando ogni anno gli scienziati negazionisti, ma ormai gli sono rimasti questi convegni che si auto-organizza, perché perfino il presidente degli Stati Uniti George Bush ha dovuto ammettere quello che la stragrande maggioranza della comunità scientifica ha assodato: ovvero che l’uomo ha una diretta responsabilità sul fenomeno del surriscaldamento globale a causa dell’uso sempre maggiore di combustibili fossili. La conferenza di Parigi dell’Ipcc è un organismo dell’Onu che raggruppa quasi tutte le sensibilità presenti nella comunità scientifica, mentre Erice non ha alcun mandato ufficiale ed è solo un’iniziativa personale. Ci auguriamo quindi che le decisioni prese dall’Unione europea diventino decisioni globali, per una nuova Kyoto che realizzi quello che la scienza ci chiede, ovvero di abbattere al più presto l’80% delle nostre emissioni».

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