[21/08/2007] Parchi

Apre la caccia con i soliti dilemmi

LIVORNO. La caccia sta per riaprire, frammentata in calendari e preaperture, tra le solite eterne polemiche. Non è ancora stata risolta la questione delle Zone di protezione speciale (Zps) e le associazioni ambientaliste-animaliste aspettano con ansia (e non molta) speranza il decreto del ministro dell’ambiente Pecoraro Scanio che dovrebbe mettere ordine alla materia, impedire le preaperture in queste aree sotto tutela della direttiva europea “Uccelli”, dare vera protezione alle specie protette, impedire i procedimenti di infrazione dell’Ue, allontanare le pesanti, anche economicamente, condanne della Corte di giustizia europea.

Doveva già essere fatto, ma la Conferenza Stato-regioni ha rimandato tutto a settembre, come si faceva con i ripetenti. Intanto fioccano richieste dei cacciatori per rivedere perimetri delle aree di caccia, permettere le deroghe a specie protette nel resto dell’Europa come lo storno e il fringuello (e se per il primo se ne può capire una qualche ragione guardando gli stormi che oscurano i cieli di campi e città, per il secondo è ben difficile comprenderne la nocività…), e fra gli stessi cacciatori si discute se sia buona cosa per l’ambiente e la tutela della biodiversità “lanciare” animali di allevamento in natura per ripopolamenti che invece sono “pronta caccia”, facile macelleria di animali confidenti ed inesperti, mattanza di fagiani e lepri da pollaio e conigliera.

Ai cacciatori si oppongono gli ambientalisti ed ancor più gli animalisti puri, che chiedono la chiusura tout court di qualsiasi tipo di caccia, per lasciare la natura libera di fare il suo mestiere, sgombrando il campo da un’attività che vedono solo come il rimasuglio di un’antica e ormai inutile barbarie umana.

Il problema è che l’uomo, e la caccia fra le altre attività antropiche, hanno pesantemente modificato la biodiversità originale di questo nostro Paese, dove gli habitat e i paesaggi sono in gran parte “costruiti”, dove le aree veramente selvagge, intonse, libere dall’impronta umano praticamente non esistono.

La caccia ha trasformato cinghiali e caprioli, sterminato e poi fatto risorgere i lupi introducendo sottospecie delle loro prede più prolifiche e “facili”, rendendo abituali presenze esotiche come i fagiani, imbastardendo pernici rosse con coturnici orientali. Un’ibridazione-invasione a scopo ludico-venatorio, senza più nessuna necessità economica reale (se non quella di mantenere un fiorente mercato “sportivo”) che è allo stesso tempo un atto di accusa contro una certa gestione della caccia moderna e “popolare” e la conferma della sua necessità per contenere gli “stranieri” importati a sostituire gli animali locali.

La cosa pare evidente in tutta la sua drammaticità per il cinghiale, ma anche animali più “carini” come caprioli, cervi e mufloni cominciano a presentare un forte impatto in alcune località.
Il problema è dunque soprattutto uno: si possono utilizzare i diffusori della “malattia” come medici per portare a parziale guarigione la stessa?

Non sempre, vedi il caso dei cinghiali all’Elba e in molte aree della Toscana a vocazione agricola, questo si è dimostrato possibile perché i cacciatori hanno un approccio agli animali in soprannumero di pura gestione venatoria e non di ricostituzione dell’equilibrio ambientale e della biodiversità precedente all’introduzione errata di una specie alloctona. In questo, stranamente, cacciatori ed animalisti hanno lo stesso identico riflesso negativo quando si parla di eradicazione di una specie da un ambiente al quale era sempre stata estranea e nel quale sta provocando seri sconvolgimenti ambientali. Sono diverse solo le motivazioni: il mantenimento di prede abbondanti da parte dei cacciatori e un approccio morale e contro “la strage di animali” da parte degli animalisti.

Forse la nuova caccia, per sopravvivere a se stessa e alle proprie responsabilità, dovrebbe partire proprio da qui, trasformarsi in gestione faunistica, smetterla con le introduzioni “pronta caccia” e pensare a “restaurare”, per quanto e dove possibile, la biodiversità. Un ruolo attivo, non ideologico, non predatorio, al quale la parte più avanzata delle associazioni venatorie e di quelle ambientaliste stanno faticosamente lavorando.

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