Presentato il rapporto Italiani nel mondo 2016 della Fondazione Migrantes

Wanderlust, da sindrome a epidemia per i giovani italiani: i migranti siamo noi

In dieci anni i residenti all’estero aumentati del 54,9%. 18-34 anni è la fascia d’età più rappresentativa, mentre l’unica in calo è quella degli over65

[6 ottobre 2016]

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Secondo i dati rilasciati dal ministero dell’Interno, nell’ultimo anno sono stati 153.842 i migranti sbarcati sulle nostre coste, facendo gridare in molti contro l’invasione quando invece a spaventare dovrebbe essere la crescente massa di evasione dai nostri confini: secondo il rapporto Italiani nel mondo 2016 (cui ha contribuito anche il demografo Alessandro Rosina, firma del think tank di greenreport) presentato oggi a Roma dalla Fondazione Migrantes, nello stesso periodo «107.529 italiani hanno lasciato il Paese alla volta dell’estero». Tenuto conto di quanto sia «notevolmente alto» il numero dei cittadini italiani espatriati che non si iscrivono all’Aire (l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero) risulta spiacevolmente chiaro come i migranti in fuga, in realtà, siamo prima di tutto noi.

Dall’era pre-crisi a oggi, ovvero dal 2006 al 2016, la mobilità italiana è aumentata del 54,9% passando da poco più di 3 milioni di iscritti all’Aire a oltre 4,8 milioni, il 7,9% di tutta la popolazione italiana. Nel 2015 le iscrizioni sono state 189.699, oltre la metà (56,7%) avvenute per solo espatrio: da qui i 107.529 italiani espatriati, un numero in forte crescita.

Si tratta soprattutto di maschi (oltre 60 mila, il 56,1%), giovani e adulti in piena età lavorativa: la fascia 18-34 anni è la più rappresentativa (36,7%) seguita dai 35-49 anni (25,8%). «Tutte le classi di età sono in aumento rispetto allo scorso anno tranne – si legge nel rapporto – gli over 65 anni». In Italia rimangono dunque per ovvie ragioni più volentieri i pensionati, contribuendo a segnare il record che ci vede come Paese europeo con il maggior numero di ultraottantenni rispetto alla popolazione residente; al proposito giova sottolineare «un aspetto fondamentale del sistema italiano – osserva sull’infodata del Sole 24 Ore l’economista Luciano Canova, anch’egli membro del think tank redazionale – Le pensioni attuali sono pagate con i contributi attuali. Il costo, dunque, del sistema pensionistico grava in modo pesante sulle generazioni più giovani, già alle prese con un mercato del lavoro isterico e isterizzato».

Stritolati in questo sistema asfissiante, sempre più giovani rispondono emigrando all’estero. I Millenials (18-32enni) rappresentano una generazione aperta e istruita, sulla quale dunque lo Stato ha investito molto, e vedono l’emigrazione «non tanto come una “fuga” quanto piuttosto come mezzo per soddisfare ambizioni e nutrire curiosità». Una sorta di personalissima negazione psicologica? Recenti studi scientifici «ipotizzano che il desiderio di viaggiare e di fare esperienze nuove risiedano in un gene – il DRD4-7R – del nostro Dna. Si tratta dunque di una strana malattia, la Wanderlust – dal tedesco wander (vagabondare) e lust (ossessione, desiderio), in italiano dromomania – per la quale chi ne soffre non riesce mai a riporre la valigia». Una visione «fiabesca dell’andare che probabilmente poco c’entra con le motivazioni alla base dei migranti», anche se «molti degli attuali migranti non riescono né a concepirsi né a definirsi tali, ma parlano di sé come di viaggiatori».

Fatto sta che i giovani in Italia «al contempo e paradossalmente sono anche la generazione più penalizzata dal punto di vista delle possibilità lavorative, sono i più esposti alla disoccupazione». I Millennials sono la prima generazione mobile e questo «è indubbiamente un elemento positivo. Ma la mobilità – sottolinea il rapporto – deve restare una chance da esercitare nel pieno diritto della libertà individuale». Ovvero, il contrario di quanto sta accadendo: l’88,3% dei Millennials italiani è molto o abbastanza d’accordo «nel considerare l’emigrazione come unica opportunità di realizzazione (fuga da un paese bloccato e con poche prospettive per i giovani)».

Più di ogni previsione economica, questo stato delle cose dà una misura precisa della fiducia riposta dai giovani nel loro futuro all’interno del proprio Paese. Che fare? Il problema per l’Italia non appare tanto quello degli espatri quanto l’incapacità di presentarsi come un sistema attrattivo, per i propri giovani come per gli stranieri.

«Questa premessa – osservano dalla Fondazione Migrantes – è fondamentale per sottolineare il grave problema dell’Italia di oggi, il cosiddetto brain exchange, cioè la non capacita non solo e non tanto di trattenere ma di attrarre dei talenti, un flusso che deve essere bidirezionale […] Solo attraverso questa strada di valorizzazione continua e bidirezionale è possibile passare dal brain exchange al brain circulation evitando il depauperamento dei giovani e più preparati di alcuni paesi a favore di altri».

Sta dunque ancora una volta nella volontà e capacità di promuovere circolarità la chiave di volta per un modello di sviluppo utile ai tempi che stiamo vivendo: circolarità dei cervelli e delle persone come nell’impiego delle risorse naturali, i soli fattori che – tutti insieme – fanno muovere la nostra società.