Senza guerre nel mondo non ci sarebbe più fame. «La guerra è lo sviluppo al contrario»

Ogni anno muoiono 3,1 milioni di bambini denutriti, ma dal 2000 la fame grave è calata del 27%

[13 ottobre 2015]

Fame Indice

Il 2015 Global Hunger Index (GHI) dell’International Food Policy Research Institute (IFPRI), al quale hanno  collaborato Concern Worldwide e Welthungerhilfe, è il decimo di una serie di rapporti annuali che presenta una panoramica multidimensionale della fame a livello nazionale, regionale e mondiale e quest’anno dimostra che «Il mondo dal 2000 ha fatto progressi nella riduzione della fame, ma ha ancora una lunga strada da percorrere, con livelli di fame ancora gravi o preoccupanti in 52 Paesi». Il tema dell’approfondimento del rapporto IFPR 2015 è “Armed Conflict and the Challenge of Hunger: Is an End in Sight?” e sottolinea che «Il conflitto e la fame sono strettamente associati. In effetti, il conflitto è la principale causa della persistente della fame grave e i Paesi con i più bassi livelli di sicurezza alimentare sono spesso impegnati in una guerra o ne sono usciti di recente. Anche se il conflitto e la fame spesso viaggiano mano nella mano, la storia ha dimostrato che la fame non è necessariamente il risultato di un conflitto. Se le risposte umanitarie del mondo moderno sono efficaci, il conflitto non deve necessariamente portare sia alla fame estrema che alla fame».

I punteggi dei diversi Paesi dati rapporto GHI 2015 si basano su una nuova formula migliorata che riflette la natura multidimensionale della fame, combinando quattro indicatori: denutrizione (meno di 1.800 calorie al giorno) e la malnutrizione, lo spreco, l’arresto della crescita e la mortalità infantile. La buona notizia è che dal 2000 il livello della fame nei Paesi in via di sviluppo è sceso del 27%.

Nel saggio di approfondimento su guerre e fame, Alex de Waal, direttore esecutivo della World Peace Foundation, sottolinea un risultato storico. «Le carestie, quelle calamitose che causano ognuna più di un milione di morti, sembrano essere scomparse». De Waal analizza le ragioni che stanno dietro alle grandi carestie, così come ciò che deve essere fatto per impedire che ritornino.

I tre Paesi con i più alti livlli di fame grave sono tutti africani: Repubblica Centrafricana, Ciad e Zambia e, per i primi due Paesi questo non è sorprendente, visto che stanno affrontando da anni instabilità, violenti conflitti interni (e nel caso del Ciad anche esterni). Seguono Timor Leste, Sierra Leone, Haiti, Madagascar ed Afghanistan. Ma dal 2015 Global Hunger Index mancano Paesi che potrebbero essere messi anche peggio, o che comunque potrebbero essere in cima alla classifica degli affamati a causa della guerra: come il Sud Sudan, la Repubblica Democratica del Congo e la Siria, «perché non è stato possibile raccogliere dati affidabili – spiegano all’IFPRI – Tuttavia, sappiamo che la popolazione di questi Paesi sta ampiamente sperimentando la fame e la malnutrizione». Inoltre, «Anche se ci sono dei Paesi non classificati nella categoria estremamente allarmante quest’anno, potrebbe esistere ancora un elevato livello di fame. C’erano dati insufficienti per una serie di nazioni sub-sahariane che recentemente avevano sofferto di una grave mancanza di cibo».

L’Assemblea generale dell’Onu ha recentemente adottato i recentemente adottato i Sustainable Development Goals (SDG), 17 obiettivi per il  2030 che comprendono quello di «porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare e migliorare la nutrizione e promuovere l’agricoltura sostenibile». Dominic MacSorley, direttore dell’Ong umanitaria Concern Worldwide, ha sottolineato che «La guerra è lo sviluppo al contrario. Senza pace, non riusciremo mai ad ottenere di porre  fine alla povertà e alla fame entro il 2030. Per la comunità internazionale, è giunto il momento di fare della prevenzione, della mitigazione e della risoluzione dei conflitti una priorità di gran lunga superiore».

Nella sua valutazione globale, il rapporto evidenzia che «La battaglia per porre fine alla fame continua, con una persona su 9 che resta cronicamente sottoalimentata e un quarto dei bambini troppo piccoli per la loro età a causa di una mancanza di accesso al cibo nutrizionale. La malnutrizione è costata la vita a circa 3,1 milioni di bambini ogni anno, che rappresentano quasi la metà dei decessi di bambini al di sotto dei cinque anni».

Ma Shenggen Fan, direttore generale del Food Policy Research Institute, dice che i risultati di alcuni Paesi rappresentano un segno di speranza: «Oggi siamo più fiduciosi che mai che si possa sconfiggere la fame, purché non si dorma sulle nostre realizzazioni».