Ai Parchi non basta la solidarietà

[27 agosto 2018]

La tragedia delle Gole di Raganello nel Parco del Pollino ha riproposto drammaticamente il tema del ruolo e della gestione dei nostri parchi. Per essere più precisi ha riproposto il tema tutt’altro che nuovo di come le istituzioni debbono tutelare il territorio a partire dal più pregiato, gestito appunto da aree protette nazionali, regionali, locali e europee. Gestione però che deve coinvolgere, specie negli aspetti più delicati e rischiosi, tutte le istituzioni che operano sul territorio.

A questo riguardo ho avuto già modo di segnalare il libro di Mario Tozzi ‘l’Italia intatta’, che offre una panorama documentato e aggiornato di questa complessa realtà. Ancor più prezioso è l’altro recente libro Aree interne (per una rinascita dei territori rurali e montani) dove alcuni autorevoli ricercatori –Marco Marchetti, Stefano Panunzi, Rossano Pazzagli – hanno approfondito questi temi in riferimento appunto alle aree interne dove essi risultano più complicati ma anche più importanti.

Il governo del territorio, infatti, soprattutto dove è maggiormente esposto, in Italia a partire dai rischi sismici riguarda la stragrande maggioranza dei nostri comuni, così come le esondazioni, le frane, gli smottamenti, l’inquinamento, in cui operano o dovrebbero operare generalmente buone leggi, alcune delle quali entrate in vigore negli anni ottanta o anche prima, ma che in più d’un caso sembrano sparite. Il che significa che più che la bontà e adeguatezza delle leggi è la loro attuazione e rispetto che si è rivelata, spesso da tempo, inadeguata e non solo sotto il profilo finanziario.

Nella politica per le aree protette vi è – come sottolinea il libro – un forte collegamento tra la tutela della natura e lo sviluppo sostenibile delle aree interne. Ma l’interpretazione del cambiamento nella concezione dei Parchi da strumento di vincolo a opportunità di sviluppo delle aree interne non è stata recepita in modo omogeneo sul territorio nazionale, e di conseguenza la politica delle aree protette ha prodotto risultati alquanto limitati sui processi di crescita delle aree interne. Difficile non concordare specie dopo che proprio nelle aree interne e specialmente montane (ma non meno in quelle agricole), l’abrogazione delle comunità montane e poi il forte ridimensionamento del ruolo delle province e l’indebolimento dei comuni, soprattutto i piccoli, la cui dimensione risulterebbe penalizzante. Anche in questo caso si ignora o si dimentica che i maggiori paesi europei con buone politiche ambientali hanno il doppio, il triplo e anche di più dei nostri comuni.

Ecco perché è la politica istituzionale che deve riprendere a tutti gli effetto il ruolo che gli compete, non delegabile ad altri soggetti privati e corporativi. Qualcuno può spiegare perché nessuno parli della legge sui bacini ai quali sono stati affidati anche nuovi importanti compiti? È normale che neppure in occasione dell’anniversario dell’alluvione di Firenze non se ne sia fatto parola? Ricordo che parecchi anni fa come Federparchi e Centro Studi sui problemi fluviali del Parco di Montemarcello-Magra, facemmo a Lerici un convegno europeo sul tema con tanto  di pubblicazione di uno speciale fascicolo.

Oggi è venuto meno qualsiasi contatto e rapporto operativo e costruttivo tra stato. Regioni, enti locali e aree protette. Delle leggi nazionali – vedi fauna – troppi se ne infischiano. Altri tempi quando il presidente della Repubblica Scalfaro parlò di ruolo di supplenza delle regioni allo Stato nella messa a punto e approvazione della legge 394, che era arrivata al traguardo ignorando i parchi regionali. Allora grazie alle regioni si rimediò. Ora c’è qualcuno disposto a impegnarsi per rimediare alle sconcertanti latitanze e ai troppi silenzi?

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