Il colore della loro pelliccia è cominciato a mutare solo nel Medioevo?

Come i gatti hanno conquistato il mondo (e un paio di navi vichinghe)

Due ondate: una dal Medioriente con gli agricoltori e l’altra dall’Egitto con i marinai

[28 settembre 2016]

gatto

Il primo studio su vasta scala del DNA dei gatti antichi  rivela che migliaia di anni prima che i gatti diventassero virali su Facebook si sono diffusi attraverso l’Eurasia e l’Africa portati dai primi agricoltori, dagli antichi marinai e perfino dai vichinghi.

A raccontarlo su Nature è Ewen Callaway che riferisce di uno studio che ha sequenziato il DNA di oltre 200 gatti vissuti tra circa 15.000 anni fa, e il XVIII secolo. Callaway spiega che «I ricercatori sanno poco della domesticazione del gatto e non c’è un dibattito attivo sulla possibilità che il gatto domestico (Felis silvestris) sia veramente un animale domestico: vale a dire che il suo comportamento e l’anatomia siano chiaramente distinti da quelli dei suoi parenti selvatici.

Eva-Maria Geigl, una genetista evolutiva dell’Institut Jacques Monod  di Parigi, che ha presentato lo studio al 7th International Symposium on Biomolecular Archaeology  ad Oxford insieme a Claudio Ottoni e Thierry Grange, sottolinea: «Non conosciamo la storia dei gatti antichi Non sappiamo la loro origine, non sappiamo come si è verificata la loro dispersione».

A Cipro, una sepoltura umana risalente a 9.500 anni fa conteneva anche i resti di un gatto e questo fa pensare che il rapporto tra esseri umani e felini risalga almeno agli albori dell’agricoltura, nata nella Mezzaluna Fertile circa 12.000 anni fa. Gli antichi Egizi potrebbero aver già addomesticato i gatti selvatici circa 6.000 anni fa, e più tardi in Egitto i gatti sono stati mummificati a milioni. Uno dei pochi studi precedenti sulla ella genetica dei gatti antichi aveva riguardato il DNA mitocondriale (che, contrariamente alla maggior parte del DNA nucleare, viene ereditato solo attraverso la linea materna) di soli  tre gatti egiziani mummificati.

Il team della Geigl si è basato su quelle intuizioni, ma ha ampliato l’approccio ad un livello molto più grande: ha analizzato il DNA mitocondriale dei resti di 209 gatti provenienti da più di 30 siti archeologici di Europa, Medio Oriente e Africa. I campioni datano dal Mesolitico – il periodo appena precedente l’avvento dell’agricoltura, quando gli esseri umani erano cacciatori-raccoglitori – fino al XVIII secolo.

Secondo gli autori dello studio, le popolazioni di gatti sembrano essere cresciute in due ondate. In Medio Oriente dei gatti selvatici con un particolare lignaggio mitocondriale si sono espansi nelle prime comunità agricole del Mediterraneo orientale. Secondo la Geigl le scorte di grano di queste prime comunità avrebbero attratto i roditori, che a loro volta avrebbero attirato i gatti selvatici. Dopo aver visto che i gatti predavano i topi e che quindi erano un vantaggio, gli esseri umani potrebbero aver iniziato ad addomesticare i felini.

Migliaia di anni più tardi, i gatti discendenti da quelli egiziani si sono diffusi rapidamente in tutta  l’Eurasia e Africa: a partire dalla fine del IV secolo aC fino al IV secolo dC, un lignaggio mitocondriale comune nelle mummie di gatto egizie, è stato trovato anche nei resti di gatti in Bulgaria, Turchia e Africa sub-sahariana. La Geigl è convinta che «Probabilmente dei marinai tenevano i gatti per tenere sotto controllo i roditori» e il suo team ha trovato dei gatti con questo DNA materno anche in un sito vichingo in Germania  databile tra l’VIII e l’XI secolo dC

Pontus Skoglund, un genetista della popolazione dell’Harvard Medical School di Boston, è entusiasta: «Ci  sono così tanta interessanti osservazioni in questo studio. Io non sapevo nemmeno che ci fossero gatti vichinghi». Skoglund  è rimasto anche colpito dal fatto che il team della Geigl sia stato in grado di discernere gli spostamenti di popolazione reale dal DNA mitocondriale, che traccia una sola linea materna. Tuttavia, Skoglund pensa che «Il DNA nucleare – che fornisce informazioni su più di antenati di un individuo – potrebbe affrontare le persistenti domande sulla domesticazione e la diffusione del gatto, come ad esempio il loro rapporto con i gatti selvatici, con cui si incrociano ancora».

Il team della Geigl anche analizzato le sequenze di DNA nucleare note per le mutazioni del colore e nelle macchie sulle pellicce dei gatti, e ha scoperto che la mutazione responsabile non sembrava esserci  fino all’epoca medievale. I ricercatori sperano di poter sequenziare del DNA nucleare di gatti ancora più da antichi, ma i finanziamenti per  la moderna genomica del gatto sono scarsi e questo è uno dei motivi per cui è rimasta molto indietro rispetto alla ricerca sui cani.

Infatti, un team che si sta occupando dell’addomesticamento del cane ha annunciato proprio al 7th International Symposium on Biomolecular Archaeology   che si sta preparando a sequenziare il DNA nucleare da oltre 1.000 antichi cani e lupi.

Ma la Geigl respinge l’idea che tra i ricercatori i cani siano più popolare dei  gatti: «Siamo in grado di farlo anche noi. Abbiamo solo bisogno di soldi».