La balzana idea della filiera del cinghiale all’Isola d’Elba e i fatti

Mazzantini: il Parco confermi che non esiste alternativa a un’eradicazione praticata con metodologie sperimentate

[6 dicembre 2017]

Recentemente,  leggendo i messaggi di felicitazioni al presidente di Federparchi per la sua probabilissima riconferma alla presidenza del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, mi sono accorto che qualcuno ha ri-avanzato l’ipotesi di risolvere il colossale problema dei cinghiali introdotti e proliferati all’Isola d’Elba a scopo venatorio con una “geniale” idea che ogni tanto risorge: trasformare i cinghiali da problema in risorsa realizzando una filiera di trasformazione della loro carne in salumi e pietanze.  Un’ipotesi presa così sul serio che, leggo sulla stampa, sarà presto discussa  –  nel nome della tutela della biodiversità –  durante una cena organizzata dall’Accademia della Cucina e che avrebbe sollevato l’interesse dello stesso Parco Nazionale.

In effetti dell’ipotesi se ne era brevemente discusso (non essendo la prima volta) nell’ultimo direttivo del Parco Nazionale presieduto da Sammuri durante il quale sia il presidente che il sottoscritto e gli altri componenti del Consiglio Direttivo erano arrivati a conclusioni diametralmente opposte e avevamo ribadito il fatto che creare una filiera di vendita e consumo di carne di cinghiale per risolvere il problema dei cinghiali –  potrebbe sembrare controintuitivo – non è affatto una soluzione.

Questo per un motivo che è abbastanza banale: per mantenersi, sopravvivere e prosperare una filiera e le attività economiche che la dovrebbero sostenere avrebbero bisogno di essere costantemente rifornite e, quindi, necessiterebbero – per essere sostenibili economicamente – di un’abbondante popolazione di cinghiale alla quale attingere  facilmente, proprio come quella attuale. Se la popolazione di cinghiali crollasse, crollerebbe anche la filiera e gli investimenti andrebbero a farsi benedire, con un grave danno e economico. La proliferazione dei cinghiali non può essere affrontata come fosse un possibile business perché, come hanno confermato tutti i direttivi del Parco Nazionale  dell’Arcipelago Toscano e l’Ispra, la presenza del cinghiale e del muflone  all’Elba è incompatibile con la sua fragile  biodiversità faunistica e floristica e l’agricoltura già pesantemente compromesse da questo onnivoro e da questo erbivoro.

Per questo il Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano ribadisce e chiede ormai da diversi anni l’eradicazione dei cinghiali e dei mufloni dall’Isola d’Elba, che non può essere certamente realizzata attraverso una gestione venatoria e/o culinaria della specie o trasformando il cinghiale in risorsa economica, visto che per farlo sarebbe necessario continuare a sacrificare la risorsa ambiente e della biodiversità, già pesantemente alterata da animali invasivi introdotti, dato che è questa la risorsa che un Parco Nazionale e uno Stato che applichi le sue leggi, le Direttive europee e i trattati internazionali hanno il dovere di difendere.

Mi sarei aspettato una precisazione in questo senso dal Parco ma, visto che non è ancora arrivata, ricordo che solo ieri, presentando l’aggiornamento della Lista Rossa delle specie a rischio estinzione, l’International union for conservation of nature (Iucn), ha concluso che «le specie invasive sono state la principale causa di estinzione (…) e continuano a rappresentare un rischio per alcune specie minacciate, in particolare nelle isole», mentre la legge sulla caccia della Toscana – finora fallimentare per quanto riguarda la gestione del cinghiale – pur introducendo l’idea di “filiera”, con tanto di frigoriferi rurali gestiti dai cacciatori, individua ancora una volta l’Elba come zona non vocata per il cinghiale e dove sarebbe necessaria – anche senza l’eradicazione – una fortissima riduzione della loro popolazione. Se è vero che nessuno all’Elba ha mai rispettato questa indicazione di legge, è anche vero che la creazione di una filiera della carne sarebbe l’esatto contrario.  Infatti, esistono ormai diversi casi di successo di’eliminazione dei cinghiali introdotti e uno dei più noti è quello della Costa Azzurra, dove però si è fatto il contrario di quanto si propone scriteriatamente all’Elba. In Costa Azzurra il Prefetto ha vietato la  vendita di carne di cinghiale anche nei ristoranti, ha istituito il risarcimento totale dei danni da parte delle Associazioni venatorie, ha dato l’autorizzazione agli agricoltori ad abbattere i cinghiali ovunque e in ogni stagione ed orario… i cinghiali in Costa Azzurra sono praticamente scomparsi nel giro di pochi anni.

Il problema è che, come ha recentemente ricordato anche il presidente di un’associazione venatoria abruzzese, per ridurre la popolazione dei cinghiali la braccata non solo è inutile, ma dannosa. Infatti, Come dimostrano anche studi recenti  come “Wild boar populations up, numbers of hunters down? A review of trends and implications for Europe”, pubblicato nel 2015 su Pest Management Science,  a un maggior numero di abbattimenti (e di densità venatoria) corrisponde in realtà una  maggiore attività riproduttiva delle femmine, soprattutto dove viene esercitata la braccata. Per il presidente dell’Arci Caccia di Chieti l’unica soluzione giusta sarebbe quella di abbattere esclusivamente gli esemplari piccoli e i “rossi”, cioè i giovani porcastri, cosa impossibile con  la braccata dato che «La caccia in braccata consente di uccidere i selvatici, ma non di ridurre il loro numero. Al suo posto dovrebbe invece essere introdotto un prelievo venatorio selettivo in grado di controllare la specie dal punto di vista scientifico». Una presa di posizione basata sulla scienza e il buonsenso, che però ha sollevato le ire delle altre associazioni venatorie e anche della stessa Arci Caccia,  ma ben nota e scientificamente solida e addirittura approvata da una risoluzione in Commissione agricoltura presentata da Susanna Cenni (PD) il 29 ottobre 2014, alla quale hanno contribuito numerosi esponenti del PD e del Movimento 5 Stelle, e nella quale si legge: « in particolare, a differenza di quanto si sia erroneamente ritenuto fino ad oggi, l’ordinaria attività venatoria, così come viene organizzata e gestita in Italia, non rappresenta una forma di controllo delle popolazioni di cinghiale, tantomeno può rappresentarlo un’estensione del periodo di prelievo (deregulation dei calendari venatori) o la concessione del prelievo in aree altrimenti protette. Altresì, l’attività venatoria ha determinato negli anni una destrutturazione della piramide delle classi di età, agevolando la riproduzione degli esemplari più giovani, abbattendo i capi adulti con più di due anni di età».

Se la braccate non funziona per contenere i cinghiali – e l’Elba ne è la prova evidente – la necessità di abbattere i cinghiali giovani per non distruggere l’equilibrio dei branchi e non favorire l’estro delle femmine è una pessima notizia per i fautori della filiera alimentare elbana: con cuccioli e porcastri “rossi” si fanno poche salsicce, salami e bistecche e il ragù per le pappardelle scarseggia…

La soluzione del problema cinghiali “regalatoci” dalle scriteriate immissioni a scopo venatorio del passato è l’eradicazione delle specie aliene, come confermato da Iucn, United Nations environment programme, Parchi e associazioni ambientaliste di tutto il mondo e dal progetto Life Asap, presentato recentemente a Portoferraio dallo stesso Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano che ne è uno dei partner.

Mi aspetto su questo una precisazione del presidente in pectore e del presidente facente funzione del Parco tirati in questi giorni per la giacchetta dai fautori della “filiera” del cinghiale, ma mi aspetterei anche una presa di posizione da parte delle Associazioni animaliste che nei mesi e nelle settimane scorse si sono scagliate con veemenza contro la proposta di eradicazione dei cinghiali e mufloni ribadita dal direttivo del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, inondando le nostre caselle di posta di e-mail piene di indignazione, ma che oggi tacciono di fronte all’idea di trasformare in “risorsa”, cioè in salsicce, i cinghiali, perpetuando così all’infinito quella stessa sofferenza che gli animalisti dicono di voler evitare ad ogni costo. Non capisco cosa ci sarebbe in questa operazione economico/venatoria di più eticamente sostenibile e di meno cruento rispetto all’utilizzo della scienza già sperimentata altrove per garantire la risoluzione la più rapida e indolore possibile di un grave problema della tutela delle biodiversità endemica insulare. invece di trascinarlo avanti il più possibile, trasformandolo in ragù e insaccati.

di Umberto Mazzantini – Direttivo Parco Nazionale Arcipelago Toscano