Più parchi “business-as-usual” non salvano le specie a rischio estinzione

[3 luglio 2014]

Un folto gruppo internazionale di ricercatori, del quale fanno parte anche gli italianiMoreno Di Marco e  Carlo Rondinini, del Global Mammal Assessment Program e del dipartimento di biologia e biotecnologie dell’università La Sapienza di Roma, ha pubblicato su  Plos Biology lo studio “Targeting Global Protected Area Expansion for Imperiled Biodiversity” che riapre la discussione sulla funzione e gli obiettivi delle aree protette.

Di Marco e Rondinini e gli scienziati di International Union for Nature Conservation Iucn), Wildlife Conservation Society Wcs), BirdLife International, Csiro, Stanford University, università delle Filippine Imperial College di Londra e delle università australiane  James Cook University, Queensland e Tasmania, ricordano che «I governi hanno deciso di ampliare la rete globale delle aree protette dal 13% al 17% della superficie terrestre mondiale entro il 2020 (Aichi target 11) per prevenire l’ulteriore perdita delle specie conosciute minacciate (Aichi target 12). Questi obiettivi sono interdipendenti, dato che e aree protette possono arginare la perdita di biodiversità quando sono in una posizione strategica ed efficacemente gestite».  Ma secondo il team internazionale le aree protette in realtà sono state in gran parte realizzate in aree facili da proteggere e lontano dalle zone importanti per la biodiversità.  Per questo hanno pensato di utilizzare i dati sulla distribuzione delle aree protette e le specie di uccelli terrestri, mammiferi e anfibi minacciati di estinzione per valutare la protezione attuale e futura di queste specie ai sensi della Convention on Biological Diversity (Cbd) e dicono di aver scoperto che «Il 17% dei 4.118 vertebrati minacciati non si trovano in nessuna area protetta e in totale l’85% non sono adeguatamente coperti (per esempio, a un livello coerente con la loro probabile persistenza)». Utilizzando un “systematic conservation planning”, gli scienziati hanno dimostrato che «L’espansione di aree protette per raggiungere una copertura del 17%, proteggendo il territorio a più accessibile, anche se rappresentativa a livello ecoregionale, aumenterebbe il numero di vertebrati minacciati coperti solo del 6%. Tuttavia, la relazione non lineare tra il costo di acquisizione di copertura del territorio e delle specie significa che cinque volte più vertebrati minacciati potrebbero essere adeguatamente coperti per solo 1,5 volte il costo della soluzione più economica, se l’efficienza dei costi ed vertebrati minacciati fossero entrambi inseriti nel processo decisionale per l’area protetta.

La conclusione è che «Gli obiettivi della Convention on Biological Diversity possono stimolare una grande espansione del patrimonio mondiale delle aree protette. Se questa espansione vuole garantire un futuro per le specie in pericolo, le nuove aree protette devono essere situate  in modo più strategico di quanto non sia attualmente il caso».

Insomma, lo studio avverte che le aree protette non stanno salvaguardando la maggior parte della biodiversità in pericolo del mondo e che i paesi devono tenerne conto mentre sono impegnati in quella che potrebbe rivelarsi come a più grande espansione globale delle aree protette nella storia.

Il leader del gruppo di ricerca, Oscar Venter, della James Cook Universitye dell’università del Queensland, spirega che «Il nostro studio dimostra che le aree protette esistenti stanno realizzando molto poco in termini di protezione delle specie più minacciate del mondo. Questo è preoccupante, in quanto le aree protette sono destinate ad agire come roccaforti per le specie vulnerabili e che chiaramente non lo sono».

James Watson,  direttore del Climate Change Program della Wcs, aggiunge: «I nostri risultati dimostrano chiaramente che se la futura espansione delle aree protette continuerà in maniera “business-as-usual”, la  copertura delle specie minacciate aumenterà solo marginalmente. Il problema è che i Paesi tendono a favorire i territori che gli convengono per proteggerle con la creazione di nuovi parchi, invece di concentrarsi su un territorio che sia importante per la fauna selvatica. “Cheap is easy”, ma dimostrano di non fare molto per la conservazione delle specie in pericolo».

La soluzione per salvaguardare la maggior parte della fauna e della flora a rischio del mondo sarebbe quella di collegare la copertura delle specie minacciate agli ampliamento delle aree protette, mettendo insieme i due impegni assunti nel 2010 delle 198 Parti della Cbd, conosciuti come gli 2, che unisse due dei impegni assunti dalle parti della CBD, conosciuti collettivamente come gli Aichi Targets.

Un altro degli autori dello studio, Hugh Possingham, anche lui dell’uiversità del Queensland sostiene che «Formalizzando l’interdipendenza della tutela sia le aree terrestri selvagge che le specie minacciate, siamo in grado di aumentare notevolmente le probabilità di mantenere la diversità biologica della Terra per le generazioni future. Quando questi obiettivi sono combinati, i Paesi sono molto più propensi a creare nuovi parchi in aree biologicamente minacciate, il che porterà ai dividendi a lungo termine per la conservazione globale».

Venter conclude: «Su questo non c’è niente da fare. I Parchi sono semplicemente incapaci di svolgere l’importante compito di conservazione delle specie meno che non siano istituiti con una tale intenzione in mente. Se copriamo il 30% del globo con parchi utilizzando un approccio business-as-usual, molte specie minacciate resteranno fuori. Ma quando vengono mirate le specie in pericolo, abbiamo riscontrato che emergono anche molte opzioni “cost-efficient”  da includere all’interno dei nuovi parchi».