Trump e gli animali: grossi rischi per la fauna. Ma gli animalisti Usa sperano nei repubblicani

Bill McKibben (350.org): «Il danno di questa elezione sarà misurato in un tempo geologico»

[16 novembre 2016]

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Su Takepart, Richard Conniff  autore di libri come  House of Lost Worlds: Dinosaurs, Dynasties, and the Story of Life on Earth scrive: «Preparatevi a più trivellazioni, estrazione mineraria e alle concessioni sulle public lands e ad una agenda che valorizza la preservazione della fauna… per i cacciatori. Per le persone che si  preoccupano la fauna selvatica nazionale (e del mondo) in rapida diminuzione, la sola notizia vagamente buona riguardo all’elezione di Donald Trump potrebbe essere solo che lui non se ne cura».

Le dichiarazioni pubbliche sugli animali e la fauna selvatica di Trump sono introvabili, ma scherzando (non troppo) Conniff scrive che l’atra buona notizia è che Trump non potrà nominare a capo del Bureau of Land Management Cliven Bundy, il rancher che occupò la sede di un’area protetta rivendicando il diritto di portarci la sua mandria al pascolo. Ma quando all’inizio di quest’anno il magazine Field and Stream  chiese a Trump se approvava il Western movement  che chiede di trasferire i terreni federali sotto  il controllo dello Stato (un punto del programma del Partito Repubblicano) il nuovo presidente Usa rispose a sorpresa: «Non mi piace l’idea, perché voglio mantenere grandi territori, e non sappiamo quel che uno Stato ci farebbe. Voglio dire, non è che avranno un po’ di problemi? E non credo sia qualcosa che dovrebbe essere venduto». Ma probabilmente il suo istinto da palazzinaro e non privarsi di terreni capitolerà di fronte al programma repubblicano e alle pressioni dei governatori del suo Partito. «Dobbiamo essere grandi amministratori di questa terra. Questa è una magnifica terra», e poi ha aggiunto addirittura che aumenterà i bilanci della public lands.

Trump potrebbe trovare una insperata sponda tra gli animalisti statunitensi: subito dopo la sconvolgente elezione di Trump, Jamie Rappaport Clark, presidente di Defenders of Wildlife, ha detto: «Condividiamo interessi comuni nella protezione della fauna selvatica americana e dei nostri grandi sistemi di terre pubbliche, che offrono infinite opportunità per attività ricreative all’aperto, osservazione della fauna selvatica, e altre attività che perseguono tutte i valori americani».

Se le grandi associazioni ambientaliste sono letteralmente terrorizzate da Trump e da un Congresso dominato dal Partito Repubblicano, gli animalisti sperano in alcuni esponenti repubblicani. Se Humane Society aveva dato indicazioni di votare per Hillary Clinton ritenendo Trump «Una minaccia immensa e fondamentale per gli animali», poi ha tolto questa frase dal suo sito e in alcuni Stati ha appoggiato i candidati repubblicani «per il loro forte sostegno della protezione degli animali» (domestici e di allevamento). Si tratta di senatori e deputati che difendono i diritti di cani e gatti ma che sono  anche dichiaratamente ecoscettici e negazionisti climatici e sosterranno con il loro voto, anzi lo pretenderanno, lo smantellamento di tutte le politiche ambientali di Obama.

Eppure, come scrive Conniff, chi difende la fauna selvatica dovrebbe essere molto preoccupato: «Trump si è circondato di professionisti della politica che non hanno teneri pensieri riguardo la fauna selvatica. Newt Grinch,, per esempio, ama gli animali, ma soprattutto negli zoo, piuttosto che in luoghi scomodi come l’Arctic National Wildlife Refuge. Reince Priebus, una delle probabili scelte per il capo di stato maggiore, faceva parte della Tea Party revolution  che in Wisconsin ha portato al potere il governatore Scott Walker» che ha consegnato la gestione dei Parchi e delle terre statali alle imprese, escludendo i biologi e gli ambientalisti.

I principali consiglieri di Trump sulla fauna selvatica sembrano essere i suoi figli, Donald Jr. e Eric, ma per loro fauna vuol dire solo animali da cacciare e da pescare. Donald Jr. ha espresso pubblicamente il desiderio di occuparsi del  Dipartimento degli Interni, che gestisce i Parchi, le riserve e i monumenti naturali nazionali, ma l’unica qualifica che avrebbe per un simile incarico è il suo cognome di famiglia. Più probabilmente, come ha detto in un’intervista a Outdoor Life in campagna elettorale, aiuterà suo padre a mettere il veto su alcune nomine al Dipartimento degli interni: «e io sarò lì per assicurarmi che le persone che gestiscono l’US Fish and Wildlife Service e così via sappiano quanto gli sportivi fanno per la fauna selvatica e la conservazione e che, per il bene di noi tutti, che apprezzino il North American Model of Wildlife Conservation».

Quello che il figlio di Donald Trump, noto per i suoi safari in Africa a caccia di animali protetti, spaccia per «il bene di noi tutti», coinciderebbe quindi con il North American Model of Wildlife Conservation, che è un codice perché la gestione delle terre pubbliche siano destinate prima di tutto alla caccia e alla pesca e solo secondariamente, ma non necessariamente, alla protezione delle specie selvatiche, all’escursionismo, al  bird-watching, al campeggio, o per altri utilizzi sostenibili. «In pratica – evidenzia Conniff . potrebbe significare eradicare i lupi, perché i cacciatori li considerano competitori per le alci e i cervi». E il solito Donald Jr  Trump lo ha detto apertamente «Dobbiamo ridurre i lupi e ricostituire quelle mandrie». Ma il disprezzo dei Trump e dei repubblicani per il valore della fauna selvatica potrebbe anche  significare tagli ai finanziamenti per salvaguardare gli habitat degli uccelli canori e spenderli immettere pesci da pescare nei fiumi.

Come suo padre, Donald Jr. si è opposto alla vendita dei  terreni pubblici, ma soprattutto perché può ostacolare l’accesso ai cacciatori, ma pensa comunque che gli Stati dovrebbero contribuire a gestire le terre federali  attraverso quella cha chiamato governance condivisa «Particolarmente essenziale quando perseguiamo la nostra idea di indipendenza energetica dell’America. Come è stato dimostrato in molti dei nostri Stati occidentale, l’esplorazione di energia può essere fatto senza effetti negativi [sic] sulla fauna selvatica, la pesca o il pascolo». Eppure gli Usa con Barack Obama hanno raggiunto l’indipendenza energetica senza consentire la realizzazione di nuove trivellazioni nelle pubblico lands e è noto che le attività petrolifere e gasiere e le miniere di carbone sono tutt’altro che innocue per la fauna selvatica.

Poi c’è il muro anti-migranti al confine col Messico. Se Trump andasse avanti con questa folle idea, e le sue dichiarazioni e i primatisti bianchi di cui si sta circondando lo lasciano supporre, questo interromperebbe le rotte migratorie  vitali e taglierebbe in due gli habitat di giaguari, ocelot, di bighorn del deserto, orsi neri, e molte altre specie.  E che dire della promessa di Trump di cestinare l’Accordo di Parigi sul clima?  Non solo metterebbe a rischio l’intero pianeta e il rischio di avere negli Usa temperature più calde, eventi meteorologici estremi e inondazioni costiere distruttive, ma porterebbe all’estinzione anche diverse specie di fauna selvatica, come dimostra la  prima estinzione documentata di una specie causata dai cambiamenti climatici: quella dei Bramble Cay melomys  che quest’anno sono stati dichiarati ufficialmente estinti a causa dell’innalzamento del livello del mare che ha reso invivibile la loro isola natale nel Sud Pacifico. Questo piccolo mammifero è l’avanguardia delle molte altre specie che vedono scomparire i loro habitat  ed avanzare il fantasma dell’estinzione che segue il rapido cammino del riscaldamento globale verso sud e verso nord.

Come ha sempre denunciato Bernie Sanders, è molto probabile che un’amministrazione Trump favorirà l’estrazione di risorse, le trivellazioni, le concessioni nelle aree protette e una loro gestione basata sul business privato, ma per la fauna selvatica e per gli americani in genere saranno quattro anni pericolosi, fatti di liberismo sfrenato mascherato da populismo e da una pericolosa indifferenza per la scienza.

Alla domanda del Washington Post su come il movimento ambientalista dovrebbe trattare col nuovo presidente Trump, il fondatore di 350.org, Bill McKibben, ha risposto in una e-mail «Non lo so. Penso che sia chiaro che non vuole far parte di nessun progresso ambientale e immagino che il danno di  questa elezione sarà misurato in un tempo geologico. Faremo quello che possiamo, ma, in verità, per me il percorso in avanti non è poi così chiaro».

Conniff conclude: «Se vi sentite come se una vittoria Trump  fosse la fine del mondo come lo conosciamo, potreste aver ragione».