Capodogli spiaggiati, E’ colpa della ricerca petrolifera con la tecnica “airgun”?

Legambiente: «Capire le cause per evitare casi analoghi»

[13 settembre 2014]

Sette capodogli spiaggiati nella riserva di Punta Penna nel Comune di Vasto, due dei quali morti subito, un altro a distanza di qualche ora, nonostante l’intervento dei soccorsi e la grande partecipazione attiva di molti cittadini intervenuti sul posto. Episodi non nuovi che riportano l’attenzione su una problematica che si ripete con una preoccupante frequenza sulle spiagge adriatiche e che, inevitabilmente, fa porre delle domande sulle cause di questi terribili episodi.

C’entrano le intense attività petrolifere che riguardano il mar Adriatico? Solo di fronte alle coste abruzzesi ci sono 2.615 kmq dati in concessione alle compagnie petrolifere per attività di estrazione e ricerca petrolifera e in totale nell’Adriatico centro meridionale ci sono oltre 12.290 kmq interessati da permessi di ricerca, istanze di coltivazione o per nuove attività di esplorazione di petrolio che si aggiungono alle 8 piattaforme già attive.
Per capire se ci sono giacimenti si fa ricorso, tra le altre tecniche, a indagini sismiche con l’utilizzo di airgun. In sostanza, si sparano delle cannonate sonore da 280 decibel che rimbalzano sul fondale e vengono raccolte da dei sensori che in base all’eco prodotta rivelano se ci sono giacimenti. I cetacei hanno un udito molto sviluppato e queste bombe sonore arrecano loro un grave danno, con perdita dell’orientamento.
«L’imperativo che lanciamo – commenta il Presidente di Legambiente Abruzzo, Giuseppe Di Marco, – è quello di indagare a fondo sulle cause. Inoltre, ribadiamo con fermezza la palese impossibilità di coesistenza di modelli di sviluppo sostenibile con la deriva petrolifera, alla quale si vuole condannare il nostro mare. Continuare a parlare di estrazioni petrolifere non è solo una scelta folle di politica energetica, ma rischia soprattutto di disperdere la vera ricchezza del nostro territorio, ovvero il suo straordinario patrimonio naturalistico, storico e culturale».

Bisogna fugare ogni dubbio sui nessi con la ricerca del petrolio, come ribadisce Gianfranco Pazienza, di Legambiente Puglia e assegnista di ricerca del Cnr-Ismar: «Bisogna capire bene quello che è successo – commenta – si deve interrogare l’Ispra e il Ministero dell’Ambiente per sapere se in questi ultimi 10-15 giorni siano state fatte attività di ricerca del petrolio con la tecnica dell’airgun. La legge consente questo genere di operazione solo se effettuato da personale specializzato, solo in questo caso l’operazione viene autorizzata. Bisognerà poi capire bene le condizioni dei cetacei spiaggiati, se erano digiuni e nel caso da quanto tempo e altri fattori per capire bene la situazione».

Sono ormai certificati gli effetti dell’indagine attraverso airgun sulla fauna acquatica, in particolare sui mammiferi marini. Ci sono studi, infatti, che dimostrano come gli effetti si ripercuotano anche a miglia dalla sorgente, inducendo i cetacei a modificare il loro comportamento e arrecando gravi danni.
Anche l’Ispra afferma nel «Rapporto tecnico Valutazione e mitigazione dell’impatto acustico dovuto alle prospezioni geofisiche nei mari italiani” del maggio 2012 che i fattori antropici, come il rumore generato dagli airgun nel corso di attività sismiche, possono determinare nei capodogli l’impossibilità a orientarsi, e il loro successivo spiaggiamento. Oltre gravi danni anche sull’udito dei pesci e su altre specie marine, anche questi dimostrati ormai da numerosi studi e ricerche condotte negli ultimi anni, che Legambiente ha puntualmente ricordato e riportato anche nei documenti prodotti dall’associazione con le osservazioni ai diversi progetti presentati dalle compagnie petrolifere».

«Sulla base di questi elementi – conclude Giuseppe Di Marco – riteniamo indispensabile e chiediamo agli enti competenti (Ministero dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico) di verificare se questi effetti sono stati considerati in fase di rilascio delle autorizzazioni, dove si stanno svolgendo questo tipo di ricerche e chiarire se e quali conseguenze queste abbiano avuto sull’episodio in particolare e quali ne potranno avere in futuro sulla fauna e sugli ecosistemi marini. Riteniamo una scelta assolutamente insensata e estremamente dannosa per l’ambiente marino quella di continuare a concedere aree per la ricerca e l’estrazione di petrolio, noncuranti delle gravi conseguenze ambientali che queste possono comportare. Tutto questo in nome di una presunta indipendenza energetica e di una subdola tesi di convivenza tra modelli di sviluppo che sono agli antipodi. Usciamo da questa farsa!».

 

Legambiente Abruzzo