Il ministero dell’Ambiente sottopone Piano nazionale a consultazione pubblica

Cambiamenti climatici, senza adattamento l’Italia perderà centinaia di miliardi di euro l’anno

Per quanto riguarda il solo dissesto idrogeologico, la stima arriva a 288 miliardi di euro: investendo in prevenzione sarebbe del 63% più bassa

[3 agosto 2017]

È un’estate fitta di consultazioni pubbliche avviate dal governo su documenti indispensabili nel definire una strategia di sviluppo sostenibile per il Paese: dopo la Strategia energetica nazionale (a giugno) e il documento “Verso un modello di economia circolare per l’Italia” (a luglio), con l’arrivo di agosto tocca all’atteso Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici sottoporsi al confronto con cittadini, istituzioni, mondo della ricerca e associazioni, in vista dell’elaborazione della versione finale del documento.

Come informano dal ministero dell’Ambiente, il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici è stato elaborato a partire dal lavoro dell’autorevole Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici, e costituisce il quadro aggiornato delle tendenze climatiche in atto a livello nazionale e sugli scenari climatici futuri, individuando possibili azioni di adattamento e relativi strumenti di monitoraggio e valutazione dell’efficacia.

«Il Piano di adattamento – spiega il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, che nei giorni scorsi aveva anticipato l’imminente consultazione pubblica  – è uno strumento strategico irrinunciabile per un Paese come l’Italia che vive ogni giorno gli effetti dei mutamenti climatici. Adattare per tempo il nostro territorio non significa solo scongiurare costi umani e naturali molto pesanti, ma anche renderlo più resiliente e competitivo sotto il profilo economico. Per questo il nostro è un Piano che si integra coerentemente con le altre strategie in campo: dalla Sen alla Strategia per lo sviluppo sostenibile, da quella sull’Economia circolare al Piano clima-energia. Tutte insieme – auspica Galletti – indicheranno un vero e proprio orizzonte eco-industriale per il Paese».

In quasi 400 pagine (più i vari allegati), il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici analizza gli impatti e le vulnerabilità territoriali, evidenziando quali aree e settori siano maggiormente a rischio. Attraverso un set di indicatori, definisce le macro-regioni climatiche e le cosiddette “aree climatiche omogenee”: le prime vivono e hanno vissuto condizioni climatiche simili, le seconde sono caratterizzate da uguale condizione climatica attuale e da una stessa proiezione climatica di anomalia futura.

Di particolare interesse, per quanto forzatamente nebulosa visto i futuribili eventi trattati, risulta la  “stima dell’incremento delle risorse finanziarie” necessarie per un’efficace adattamento dell’Italia ai cambiamenti climatici. La stima fornita è da intendersi «come essenzialmente approssimativa», ma sufficientemente argomentata per destare – si spera – la dovuta attenzione da parte delle istituzioni.

Osservando ad esempio la sola dinamica del rischio idrogeologico, che per inciso «nel nostro Paese è destinato ad aumentare come conseguenza di cambiamento climatico», si arriva a cifre monstre. Nel peggiore dei casi «i danni da eventi alluvionali nel contesto emissivo più elevato» le stime sono le seguenti: «Nel 2050 le perdite annue sono comprese tra 4.5 e 11 miliardi e tra i 14 e i 72 miliardi nel 2080, a seconda dello scenario di sviluppo economico considerato». Senza dimenticare che «i danni diretti, non considerati nello studio citato, di solito sono tra le due e le tre volte più consistenti degli effetti sul Pil», arrivando fino all’incredibile cifra di 288 miliardi di euro. Prevenire, naturalmente, conviene. Parecchio. La stima dei «benefici dell’adattamento in termini di danno evitato qualora il livello di protezione contro il dissesto idrogeologico venisse adeguato al maggior rischio determinato dal cambiamento climatico, al fine di mantenere la protezione netta inalterata ai livelli attuali» arriva al 63%: ovvero, la «perdita di Pil del Paese nel 2080 sarebbe del 63% più bassa con che senza adeguamento, con picchi dell’86% dei danni evitati in regioni come Val d’Aosta e Trentino Alto Adige». Meglio dunque pensarci – e investire – per tempo.