Il presidente della Nestlé: «Lasciamo a Dio la soluzione del global warming»

[3 febbraio 2014]

Anche se i cambiamenti climatici minacciano il cacao, uno degli ingredienti più importanti per la più grande multinazionale alimentare del mondo, la Nestlé, il suo presidente Peter Brabeck (nella foto) invece di chiedere iniziative aggressive per ridurre le emissioni di CO2, nega che gli esseri umani siano la causa del global warming.

Jo Corfino del Guardian che ha intervistato Brabeck a Davos, dopo che entrambi avevano ascoltato al summit del World economic forum il presidente della Tanzania raccontare come il global warming stia rendendo la vita sempre più insopportabile per il suo popolo, è rimato abbastanza allibito quando mister Nestlé gli ha detto che «Il cambiamento climatico fa parte intrinsecamente dello sviluppo del mondo. Poiché da quando esiste il mondo abbiamo avuto cambiamenti climatici e avremo il cambiamento climatico finché esiste il mondo… Per me la questione è più di quello che possiamo fare al fine di adattarsi ai cambiamenti climatici e, forse, per cercare di ottenere più tempo … Siamo Dio per  dire come deve essere il oggi, e come dovrà essere? E’ questo il modo di andare avanti? Noi non siamo Dio. Quel che dobbiamo garantire è che il cambiamento climatico avvenga entro un lasso di tempo entro il quale l’umanità possa adattarsi».

Brabeck, al quale non dispiace fare Dio quando fissa i prezzi delle commodities alimentari, condizionando la vita di milioni di esseri umani o convincendoli a comprare i suoi prodotti (tipo il latte in polvere in Africa) con campagne di marketing miliardarie, dice che «Le emissioni di carbonio sono un fattore, ma stanno semplicemente accelerando quel che è già un evento naturale. Se troppe emissioni di CO2 stanno accelerando il cambiamento climatico in un modo che ci toglie la possibilità di adattarsi, allora abbiamo un problema, ma quello che penso è che è sbagliato dire che oggi dobbiamo fermare il cambiamento climatico. Non è un approccio naturale. Quello che dobbiamo fare è fare i conti con la velocità con cui il cambiamento climatico sta avvenendo ed avere la stessa velocità nell’adattarsi».

Come sottolinea ThinkProgess, si tratta di una strana posizione per un produttore di cioccolato, perché l’industria del cacao, che vale 9 miliardi di dollari, sta subendo durissimi colpi dai cambiamenti climatici ed avrebbe già raggiunto il picco di produzione e, già da quest’anno,  non sarebbe più in grado di soddisfare la crescente domanda mondiale di cioccolata  Entro il 2050 le aree dove si coltiva la metà del cacao del mondo potrebbero diventare inadatte all’agricoltura perché sarà troppo caldo per la pianta del cacao sensibile al calore. Ma non è l’unico alimento dell’agricoltura globalizzata ad essere a rischio global warming: caffè, uva, mele, burro di arachidi e sciroppo d’acero stanno perdendo ogni anno di più zone produttive.

E’ quindi ancora più strana la strana logica di Brabeck che suggerisce che non vi sia un limite massimo al global warming e che questo sia indipendente dall’inquinamento antropico, visto che dovremmo semplicemente metterci nelle mani di Dio, che somigliano tremendamente a quelle delle multinazionali. Se è vero (per chi ci crede) che come dice Brabeck Dio ha la maniglia della porta del cambiamento climatico, è anche vero che, come dicono gli scienziati, basteranno 2 gradi in più per spalancarla sull’abisso di mutamenti ambientali che devasterebbero il pianeta.

Brabeck sconfessa così la stessa politica di greenwashing spinto della Nestlé e gli sforzi del suo capo per le operazioni globali, José Lopez, che da anni cerca di  costruire una nuova immagine della multinazionale come leader della riduzione delle emissioni. Alla Nestlé l’imbarazzo è palpabile e minimizzano le dichiarazioni Brabeck, rimandando a quanto è scritto sul loro sito sul reale pericolo costituito dai gas serra: «Noi rediamo che i governi, le imprese e gli individui devono prendere misure sia per ridurre le emissioni in atmosfera che per adattarsi ai cambiamenti climatici».

Brabeck non è nuovo a queste uscite: nel 2013 sollevò le ire di numerose associazioni ambientaliste dicendo che l’acqua andava privatizzata perché non è un diritto umano, ora smorza le polemiche spiegando a Corfino che le Ong «Hanno usato un mio vecchio video del 2005, tagliandolo in modo che fosse più adatto a loro. Dire che ho detto l’acqua non è un diritto umano è la più grande bugia che ho sentito. Abbiamo lottato fin dall’inizio per l’acqua, per l’idratazione e l’igiene come un diritto umano, ma ho sempre detto, questa è l’1,5% dell’acqua che stiamo usando. Non c’è alcun dubbio che questa sia un diritto umano ed è un diritto che deve essere garantito dai governi. Ma questo non ha nulla a che fare con l’uso irresponsabile dell’altro 98,5%». Che quest’uso irresponsabile sia in buona parte fatto dall’industria e dall’agricoltura intensiva che rifornisce le multinazionali non sembra nemmeno sfiorare la mente di Brabeck, che invece se la prende con Baby Milk Action  che accusa la Nestlé di contribuire alla morte ed alle inutili sofferenze di migliaia di bambini di tutto il mondo commercializzando prodotti non adatti. «Siamo l’unico “infant formula producer” che fa parte del FTSE4Good. Che viene verificato e controllato da FTSE4Good. Fanno il loro verifiche in diverse parti del mondo, e dobbiamo dimostrare che stiamo rispettando il codice OMS e fino ad ora lo abbiamo potuto dimostrare che in tutto ciò che facciamo».

Brabeck era al summit Wef di Davos come presidente del meeting del 2030 Water Resources Group (Wrg), un’iniziativa che mette insieme imprese, governo e società civile per trovare soluzioni concrete alla scarsità d’acqua e che sta ottenendo buoni risultati in paesi come il Sudafrica, tanto che altri Stati, tra cui Bangladesh, Kenya, Libano, Colombia, Panama e Libano, hanno chiesto la consulenza e il sostegno del Wrg. Nell’intervista al Guardian Brabeck  dice che il problema dell’acqua è ormai in cima all’agenda politica globale «Perché non è più solo un problema del futuro, dato che molti paesi stanno già lottando per soddisfare le esigenze di una popolazione in crescita e di una economia in espansione. Non ho mai visto così tanti presidenti e ministri interessato a parlare di acqua, perché devono costantemente confrontarsi con la questione nelle loro decisioni quotidiane. La questione dell’acqua è così complessa che, francamente, nessuno può gestirla da sola. Il cibo e la sicurezza energetica di un Paese, così come il benessere della sua popolazione dipendono dall’acqua. Nella maggior parte dei casi, in un  governo, la responsabilità per l’acqua è suddiviso tra 20 e 28 diversi ministri ed agenzie. Quindi si deve avere un approccio coordinato e il modo in cui il 2030 Water Resources Group può aiutare è quello di stabilire un partenariato  pubblico/privato locale che coordini tutti gli sforzi per trovare e per elaborare una strategia dell’acqua sostenibile. Questa non è una cosa facile, dato che così tante organizzazioni hanno loro singole iniziative e che c’è  una risposta umana naturale nel preferire di essere la testa di un topo che la coda di un elefante».