I ghiacciai alpini, rimasti immutati per migliaia di anni, stanno svanendo

La mummia di 5mila anni fa che vede sciogliersi il suo regno: sono le nostre Alpi

La foglia di larice, il ghiacciaio dell’Ortles, Otzi e il global warming al doppio della velocità mondiale

[17 dicembre 2013]

A meno di 40 Km dal luogo in cui lo scioglimento dei ghiacciai delle Alpi ha fatto scoprire nel 1991 la mummia di Otzi (nella foto), un uomo dell’età del bronzo risalente a 5.000 anni fa, un team internazionale di scienziati ha scoperto nuove e convincenti prove che le Alpi italiane si stanno riscaldando ad un ritmo senza precedenti. A rivelarlo è stato un piccolo ago di un larice che cresceva migliaia di anni fa.

Il team guidato dall’Ohio State University, e al quale hanno partecipato ricercatori delle università  italiane di Padova, Pavia e Trieste, l’Accademia dei Lincei, la Provincia autonoma di Bolzano, l’Accedemia delle scienze russa e le università di Innsbruck e Berna Trieste,  ha estratto diverse carote di ghiaccio dalla cima del Monte Ortles, nelle Alpi Retiche meridionali, e ha descritto i primi risultati della ricerca nel report  “A high altitude paleoclimate record from an ice core retrieved at the northern margin of the Mediterranean basin”, presentato al recente meeting dell’American Geophysical Union a San Francisco.

Paolo Gabrielli, ricercatore del Byrd Polar Research Center della Ohio State University, e leader del team di ricerca,  spiega che «il  ghiacciaio dell’Alto Ortles, che non ha mostrato segni di scioglimento  per migliaia di anni, ora sembra essersi spostato da uno stato costantemente sotto lo zero ad uno in cui i suoi strati superiori sono al punto di fusione durante tutto l’anno. I nostri primi risultati indicano che l’attuale riscaldamento atmosferico delle Alpi ad alta quota è al di fuori del normale range di freddo che abbiamo avuto per millenni. Questo è coerente con la rapida e costante contrazione dei ghiacciai ad alta quota in quest’area».

Mentre trivellavano il ghiacciaio nel 2011, grazie al progetto Ortler Ice Core finanziato anche dalla National Science Foundation Usa, Gabrielli e il suo team hanno scoperto che i primi 30 metri del ghiacciaio erano composti da un “frin” granuloso e che la neve compatta si era parzialmente fusa. Sotto, hanno trovato ghiaccio solido e più freddo fino alla roccia ghiacciata. La cosa suggerisce che la neve che si è accumulata sulla cima dell’Ortles si sia  compattata in ghiaccio per migliaia di anni senza mai sciogliersi, almeno fino a circa 30 anni fa, quando la neve che si è depositata ogni anno ha cominciato a sciogliersi.

Il gruppo internazionale di ricercatori sapeva che il ghiacciaio era invece rimasto invariato per un tempo molto lungo, anche grazie alla foglia larice europeo (Larix decidua)  che hanno trovato imprigionata nel ghiaccio ben oltre lo strato di “firn”, a un’ottantina di metri sotto la superficie, custodita dal ghiaccio solido. La datazione al carbonio di questa foglia dice che risale a circa 2.600 anni fa, quando Otzi era morto da più di due millenni.

Gabrielli è convinto che il ritrovamento dell’ago di larice conferma a che alle quote più elevate delle Alpi ci sia ancora ghiaccio preistorico e l’Ohio State University dice che «i ricercatori stanno appena iniziando ad analizzare chimicamente le carote di ghiaccio che hanno recuperato. Tracce di metalli e polveri sigillate nel ghiaccio daranno indicazioni più dettagliate sulle condizioni climatiche in cui si è formato il ghiaccio».

Gabrielli sottolinea che questi nuclei glaciali sono unici nelle Alpi, «perché gli strati di accumulo di ghiaccio invernali ed estivi sono facilmente identificabili, offrendo la possibilità di un dato climatico ad alta risoluzione».

Uno dei meteorologi del team di ricerca, Gilles Brunot, ha detto a Ski The World: «Gli indicatori che le Alpi si stanno riscaldando sono chiari. Questi risultati sono preoccupanti, molto preoccupanti, forse non per ora, ma per la seconda metà del secolo. Alle quote più basse, che si trovano sotto i 1.000 metri, c’è stato circa il 40% in meno di neve negli ultimi 50 anni. Quello che l’evidenza dimostra è che dagli anni ’90 c’è stato un rapido aumento delle temperature in montagna e che dagli anni ’60 c’è stata una lenta, ma evidente, tendenza ad avere meno neve alle quote più basse»

I ricercatori sono particolarmente interessati a capire perché  le temperature delle Alpi siano in aumento di due volte rispetto al livello della media mondiale. L’Alto Ortòles, che raggiunge i 3.900 metri sul livello del mare ed è il più elevato ghiacciaio delle Alpi, si trova proprio nel cuore della  catena montuosa e dell’Europa, in un’area tra le  più industrializzate e popolate del mondo: si tratta di una vera e propria cassaforte di dati climatici non ancora violati. Il team valuterà se la fuliggine emessa dalle attività antropiche dell’Europa centrale e meridionale svolge un ruolo in questo riscaldamento alpino, «forse scurendo la superficie del ghiacciaio, visto che assorbendo il calore del sole il ghiaccio si scioglie».

Gabrielli conclude: «L’Ortles ci offre la possibilità unica di verificare attentamente se e come i cambiamenti ambientali regionali possono interagire con i cambiamenti climatici di rilevanza mondiale».