«La guerra in Siria? La scintilla è iniziata dalla siccità e dal cambiamento climatico»

L’ambientalismo non è solo personale, è politico

Possiamo disinvestire dai combustibili fossili o boicottare aziende, ma siamo anche cittadini che votano

[8 maggio 2014]

Nella serie di documentari TV “Years of living dangerously”, Thomas Friedman va in Siria per cogliere il link tra cambiamento climatico e guerra. Parla anche con Condoleezza Rice, che dice che il cambiamento climatico può creare un punto di svolta per conflitti, proprio come in Siria. Friedman sostiene non è un caso che la guerra civile sia iniziata alla fine della peggiore siccità mai registrata nella storia siriana. Gli agricoltori sono fuggiti in città, il regime non è riuscito a fornire loro sostegno, il che ha creato il terreno fertile per un conflitto violento.

Possiamo definire tutti i boliviani, bengalesi, burkinabe e altri come “prigionieri politici” dei nostri tempi. Sono prigionieri della nostra scelta politica di continuare sulla strada della crescita economica, della crescita dei consumi e della crescita dell’estrazione delle risorse. Nonostante tutte le intenzioni sul disaccoppiamento, la quantità di petrolio consumato nel mondo continua ad aumentare, così come la quantità di CO2 nell’atmosfera, raggiungendo attualmente le 400 ppm. Il clima non si preoccupa della contabilità creativa, della retorica politica e della tendenza a comunicare solo i messaggi positivi.

Mentre il cambiamento climatico è un problema di rifiuti, molti altri problemi sorgono all’inizio della sempre crescente catena di produzione. Notiamo che in tutto il mondo, i modi di estrazione di risorse sono sempre più dannosi e stanno causando sempre più conflitti sociali. La frontiera dell’estrazione delle risorse si è spostata dai giacimenti facilmente accessibili a siti che sono più difficili da raggiungere, in aree più densamente popolate e negli ecosistemi più vulnerabili.

Mentre scriviamo, il petrolio dal Mar Artico viene inviato in Europa. Trivellazioni sono previste nel Parco Nazionale Yasuni, dove in un ettaro di foresta si possono trovare più specie arboree che in tutta l’America del Nord. Poi ci sono il fracking, le sabbie bituminose e quello che la Shell sta facendo nel Delta del Niger, dove un ammontare di petrolio equivalente a quello dello sversamento di greggio dalla BP Deepwater Horizon va a finire nel delta del fiume, fragile e densamente popolato… ogni anno.

E mentre il nostro consumo continua ad aumentare vediamo un declino globale della biodiversità, dell’acqua potabile pro capite – dalla California alla Cina – degli stock ittici, dell’area boschiva, delle calotte di ghiaccio e così via.

Anche il nostro benessere non migliora più oltre un certo punto del reddito – che in Europa e negli Stati Uniti abbiamo raggiunto molto tempo fa. Tuttavia, continuiamo a insistere sul fatto che la crescita economica è parte della soluzione, mentre invece, in molte regioni, è il problema principale.

Ha portato le monocolture a quadruplicare in termini di dimensioni nel giro di due decenni. Ha portato ad una corsa alla terra, a causa del nostro crescente consumo eccessivo e degli scarti di produzione, e del nostro auto-proclamato diritto umano fondamentale a guidare una macchina, prendere voli low cost più volte all’anno e mangiare le fragole a Natale.

Per andare verso un mondo sostenibile, dobbiamo affrontare il problema alle radici. Abbiamo visto un fallimento dopo l’altro della soluzione basata sul mercato, con il commercio globale della riduzione delle emissioni di carbonio come esempio più notevole. Abbiamo anche visto il fallimento di soluzioni tecnologiche  a causa di effetti di rimbalzo, o dell’aumento delle risorse necessarie per far funzionare la tecnologia.

Per ridurre la pressione, l’ingiustizia ed il consumo del capitale della terra, l’unico modo è quello di ridurre le nostre esigenze e avidità. Per fare questo, abbiamo bisogno di norme più forti sui prodotti, sulla responsabilità delle imprese, quadri giuridici migliori ecc. I governi possono vietare i prodotti che sono progettati per rompersi, possono mettere in carcere gli amministratori delegati che consapevolmente distruggono gli ecosistemi e riconoscere l’ecocidio come il quinto  crimine contro la pace. Saranno necessari governi forti e visionari.

Noi, in quanto consumatori, possiamo fare la nostra parte, ma cambiare il nostro comportamento non sarà sufficiente. Possiamo anche disinvestire dall’industria dei combustibili fossili e boicottare le aziende che producono i carburanti unburnable, proprio come abbiamo boicottato con successo il regime dell’apartheid del Sudafrica. 350.org ed Ejolt sono appena riusciti a convincere la Stanford Universiy a disinvestire dal carbone, per un totale di 18,7 miliardi di dollari Usa.

Ma siamo anche cittadini: così, con importanti elezioni in arrivo in regioni e Paesi chiave come l’Europa, l’India e il Sudafrica, quando andiamo a votare cerchiamo di tenere a mente questa prospettiva olistica e di giustizia ambientale a lungo termine. Informatevi, tenete in considerazione i vostri valori e poi fate una buona scelta.

di Nick Meynen,Environmental Justice Organizations, Liabilities and Trade (Ejolt)