Legge di Stabilità, spunta già il giallo sui finanziamenti fantasma della manovra

In arrivo anche 15 miliardi di nuovi tagli alla spesa, in barba a Keynes e all’evidenza dei numeri

[16 ottobre 2014]

La legge di Stabilità appena approvata dal governo Renzi rappresenta il prototipo di un vero e proprio miracolo di comunicazione politica. Viene proposta in modo chiaro, diretto, mirato al tasto dolente della riduzione delle tasse: il punto d’incontro che mette d’accordo elettorato medio e imprenditoria, e soprattutto coloro che le tasse cercano sempre e comunque di non pagarle. Un’ampia fetta del totale, dunque.

La legge di Stabilità sembra fatta a posta anche per venire incontro al lavoro del giornalista, con i tempi della comunicazione moderna che rendono sempre più difficile la possibilità di verificare una notizia. Certo qualche rimorso di coscienza si fa sentire nel commentare una delle leggi più importanti che l’esecutivo possa approvare – una «manovra finanziaria di 36 miliardi di euro», ipse dixit – avendo a disposizione solo 28 slides, riassumibili tra l’altro in un’unica immagine (quella qui a fianco). Come di consueto il governo non ha rilasciato nessun testo di legge ufficiale pubblicamente consultabile, nonostante qualcosa al vaglio di Bruxelles sarà pur dovuto arrivare. Non delle slides, si suppone.

I punti qualificanti della manovra, come riassunti dal Consiglio dei ministri, sono i seguenti: meno tasse per 18 miliardi; gli 80 euro diventano una misura definitiva; via gli alibi per chi deve assumere: «zero contributi per i contratti a tempo indeterminato; investimenti nei settori chiave del Paese: scuola, lavoro, giustizia; riduzione del 70% del patto di stabilità per i Comuni; più risorse per ricerca e innovazione; stop alle spese non coperte; spending review: taglio di 15 miliardi di euro; recupero e contrasto dell’evasione per 3,8 miliardi e 1 miliardo dalle slot machines; libertà per i lavoratori dipendenti di avere il TFR in busta paga con zero costi per le imprese».

Sulla carta, una legge invitante. Il messaggio di cui si fa portatrice è chiaro. Imprenditori, adesso siete liberi: investite. Cittadini, consumate. La domanda di fondo rimane: funzionerà? A oggi le perplessità sul tavolo sono molte, forse troppe. A partire dalla coerenza dei (pochi) numeri disponibili. I finanziamenti per la manovra da «36 miliardi di euro annunciata» dal governo Renzi arrivano, secondo quanto dichiarato dallo stesso premier, per la quasi totalità da un aumento del deficit (11,5 miliardi di euro) e di tagli alla spesa (la famosa spending review, pari a 15 miliardi di euro).

La prima fonte di finanziamento appare in netto contrasto con quanto messo nero su bianco sul fondamentale Documento di economia e finanza (Def) dello stesso governo, la cui ultima nota di variazione è stata approvata appena ieri dal Senato. «Il premier – commenta l’economista Gustavo Piga – dice che il deficit sale dal 2,2 al 2,9% del Pil, per 11 miliardi. Ditegli di smettere: il deficit scende dal 3 al 2,9, ossia da 48,8 a 47,7 miliardi di euro».  Ed è quanto in effetti si riporta sul documento ufficiale: «Per il 2014 e il 2015, gli obiettivi di indebitamento netto sono rivisti rispettivamente al 3,0 e al 2,9 per cento del Pil». Dunque il deficit aumenta o diminuisce? L’esecutivo parla con due voci diverse – quella di Renzi e quella dei documenti governativi –, e la già grande confusione sotto il cielo d’Italia non fa che aumentare.

Non va meglio guardando alle prospettive di crescita. Esattamente due anni fa il Fondo monetario internazionale già ammetteva che, in fase recessiva, ulteriori tagli alla spesa (quelli invocati in nome dell’austerità, o del taglio delle tasse) arrecano più danni che vantaggi; la vittoria di Keynes non ha però ancora sortito effetti in Europa. Oggi, come ricorda Piga, una nuova ricerca conferma che, nel caso di una recessione estrema, tagliare 1 euro di spesa «genera 1,2 euro di Pil in meno». Facendo due conti, i 15 miliardi di euro in meno annunciati da Renzi dovrebbero portare a «18 miliardi di Pil in meno, un calo dell’1% del Prodotto interno lordo». Tanto più che i tagli si annunciano lineari, e non selettivi.

Con la sostenibilità, è chiaro, tutto questo ha ben poco a che vedere. Lo stesso dicasi con la politica industriale. L’unico tratto davvero positivo è la conferma dell’ecobonus per l’efficienza energetica. Per il resto, dal lato delle uscite questa legge di Stabilità si muove sull’ormai consueta linea della ritirata per lo Stato dal suo ruolo di guida economica, da promotore attivo dell’innovazione e dalla responsabilità di scegliere cosa (e come) dovrebbe crescere, e cosa no. Dal lato delle entrate preoccupano invece, in particolare, gli annunciati tagli agli enti locali: 4 miliardi di euro alle regioni, 1,2 agli enti locali. Difficile pensare che non si tradurranno in un aumento della tassazione locale, o in un deterioramento nei servizi essenziali al cittadino, non ultimi sanità e trasporti. Tagli indiretti dello Stato, e in quanto tali poco evidenti, ma assai pesanti.