Una maggiore efficienza ambientale non è premiata da prestiti a tassi più bassi

Da non crederci: le banche italiane finanziano di più chi più inquina

[12 settembre 2014]

La produzione industriale nell’area euro è aumentata di un magrissimo +1% tra giugno e luglio, certifica oggi l’Eurostat, ma c’è chi sta peggio: anche in Italia la variazione è stata infatti di un punto percentuale, ma negativo. E anche se l’occupazione è cresciuta di un impercettibile +0,2%  nel secondo trimestre 2014 rispetto al primo, c’è davvero poco da rallegrarsi: saranno questi i numeri che peseranno sul tavolo dell’Ecofin che inizia oggi, riunendo ministri finanziari e boss delle banche di tutta Europa proprio a Milano.

La direzione dell’incontro sarà italiana, ma la performance del Paese non permette entusiasmi. Anzi. La discussione sarà incentrata su un punto assai dolente per l’economia italiana, quello del credit crunch, ovvero la difficoltà crescente delle imprese a finanziarsi: il 25% di quelle italiane ha difficoltà a farsi prestare soldi dalle banche, e al contempo ha scarsi rapporti con altre fonti di credito, rimanendo bloccate. Basti pensare che i prestiti alle imprese, in luglio, erano a un livello inferiore di 63 miliardi di euro rispetto al 2012. E lo stesso (se non di più) accade con le famiglie.

Un problema che si trascina almeno dal 2008, anno zero della crisi, senza che una soluzione sia stata ancora trovata; sarebbe forse utile cambiare approccio. Una delle alternative più interessanti è conseguente all’analisi appena diffusa da ECBA Project, società di consulenza specializzata nell’analisi costi-benefici con una focalizzazione sulle componenti economiche, sociali e ambientali considerate nel loro insieme.

Analizzando un’indagine sulla sostenibilità ambientale del settore bancario nel contesto dell’economia nazionale, emerge che – anche senza avere effetti ambientali diretti particolarmente impattanti – di fatto oggi le banche sono molto sbilanciate «nel finanziamento di attività in settori con elevate esternalità ambientali». In pratica, erogano più credito alle imprese maggiormente inquinanti.

«I costi esterni del portafoglio prestiti del sistema creditizio, calcolati come media ponderata per gli impieghi bancari dell’intensità dei danni sanitari e ambientali dei diversi settori di attività economica, sono pari – sottolineano da ECBA Project – a 45 euro ogni 1.000 di valore aggiunto generato dalle imprese». Così, il settore bancario impiega le risorse dei risparmiatori contribuendo indirettamente (attraverso lo strumento del credito) alla generazione di danni per unità di valore aggiunto «pari quasi al doppio di quelli mediamente attribuibili al complesso delle imprese dell’economia», calcolati con analogo criterio dalla società di consulenza.

Non solo. Il livello dei tassi dovrebbe rappresentare il livello complessivo di rischio del finanziamento e, quindi, integrare anche l’esposizione ai costi esterni (compresi quelli ambientali) imputabili alle attività d’impresa. All’atto pratico succede però l’esatto contrario: non solo l’efficienza ambientale non viene premiata con tassi d’interesse più bassi, ma anzi paga in media lo scotto di percentuali più alte.

In ballo non c’è solo l’eticità degli investimenti, ma la stessa sostenibilità finanziaria del credito. Nel concedere finanziamenti, le banche non tengono adeguatamente conto delle esternalità ambientali delle imprese che vengono a bussare alle loro porte, ma questo potrebbe costare caro anche a loro, oltre che all’ambiente.

«L’esposizione delle imprese affidate al rischio di dover liquidare le esternalità ambientali è concretamente operante nel periodo di durata del prestito – precisano Donatello Aspromonte e Andrea Molocchi, co-autori dell’indagine –  e agisce sulla capacità finanziaria dell’impresa di restituire il prestito stesso. Le banche sono esposte alle esternalità ambientali delle imprese finanziate per almeno quattro fattori: il rischio di azioni di responsabilità ad opera della magistratura come multe, risarcimenti per danni o sequestri preventivi; la difficoltà e incertezza delle garanzie reali offerte dalle imprese affidate a coprire i rischi ambientali, l’auspicata introduzione di nuove tasse ambientali per ridurre il carico fiscale sul lavoro a parità di gettito (misura attualmente all’esame del governo in virtù della delega fiscale di marzo 2014) e, non ultimo, il rischio d’immagine della banca nei confronti di cittadini sempre più attenti a impiegare i propri risparmi in forme di finanza sicura e al contempo etica».

Implementando un’attenta valutazione delle esternalità ambientali, dirette e indirette, ogni banca potrebbe valutare meglio la realtà di ogni impresa, e ritrovare la fiducia per dare credito a quelle imprese che davvero ne meritano. D’altronde, anche l’Europa parla chiaro: è dalla green economy che «stanno nascendo risultati positivi non solo per l’ambiente, ma anche in termini di competitività».