Un appello al lavoro congiunto di economia e filosofia per il bene comune

Più Europa contro la crisi. Lettera a Diego Fusaro

Ospitiamo la missiva indirizzata al filosofo dall’economista Luciano Canova

[16 ottobre 2013]

Caro Diego,

è da anni che ti conosco e ti stimo come filosofo giovanissimo e dalle capacità di lavoro impressionanti. Ti ho apprezzato come studioso di Marx e ho apprezzato il tuo tentativo di riportarne il pensiero al centro del dibattito anche politico. Mi sento di scriverti questa lettera, ora, perché sono un economista e, ultimamente, mi sento chiamato in causa dalle tue prese di posizione sul dibattito di politica economica.

Lo faccio perché, qualche anno fa, ho scritto un libro in cui il primo capitolo era dedicato, come introduzione, al pensiero filosofico e, da economista, avvisavo umilmente il lettore di prendere quell’introduzione con la dovuta cautela, perché era scritta da un ‘non addetto ai lavori’ e serviva a preparare il terreno per una disquisizione più legata alla mia disciplina.

Vorrei scriverti, dunque, poche ma nette osservazioni sulla tua posizione in merito all’Europa e all’economia.

Il punto di partenza della tua analisi, per quanto mi riguarda, ha un elemento condivisibile: la necessità di restituire il primato alla politica rispetto a un certo modo di fare economia. Questo stesso punto di partenza, tuttavia, mi porta a conclusioni diametralmente opposte alle tue: più (e non meno) Europa. Il limite di questa fase sta nella mancanza di una sovranità politica europea, non nella sottrazione di sovranità all’Italia. O alla Grecia. O agli altri paesi del Sud Europa.

Se vuoi, questa fase ha un che di simile all’Italia pre-unitaria, da un punto di vista della finanza pubblica, tant’è che economisti più bravi di me se ne sono occupati.

La soluzione evocata per l’attuale crisi, tuttavia, va nella direzione di una maggiore unione europea, a livello politico, che permetta un’armonizzazione e delle politiche fiscali e di quelle monetarie. Ciò di cui davvero abbiamo bisogno. Anche per rendere veramente mobile quel ‘lavoro’ che, allo stato attuale, è imbrigliato dai confini nazionali.

Io ho sempre ritenuto il progetto europeo frutto di una gestazione complessa, che ha al suo interno determinanti anche economiche, ma ne ha sopratutto di politiche: in primis, l’Europa nasce infatti per eliminare alla radice la causa primigenia dei due conflitti mondiali, che sono sempre nati da uno scontro franco-tedesco. Quando ti sento dare dell’Hitler alla Merkel, dunque, io letteralmente sobbalzo.

Ecco, lascerei proprio stare questi paragoni, per rispetto della tragedia dell’Olocausto (ho appena finito, con grande sofferenza, di guardare Shoah di Lanzmann. Ci ho messo dei mesi e ancora sono scosso).

Da un punto di vista economico e immediato, l’uscita dall’euro si tradurrebbe in tutta una serie di problemi non banali. E maledettamente concreti. Il ritorno alla lira verrebbe seguito da una svalutazione della stessa. Che significa, senz’altro, miglioramento delle possibilità di esportazione. Ma che significa, sopratutto, riduzione del potere d’acquisto dei salari o, per meglio dire, impoverimento di massa di una società, quale quella italiana, già costretta a molteplici sacrifici. Significherebbe anche, con tutta probabilità, un default del debito pubblico che, per quanto possa parerti odioso, si traduce in un altro fatto estremamente pratico: i mercati finanziari internazionali non presterebbero più capitale all’Italia.

Quel capitale, Diego, serve pure a finanziare i servizi pubblici, quali sanità e istruzione.

Di solo interesse, il nostro Paese ha pagato nel 2012 89 miliardi di euro.

20 miliardi di euro in più di quello che spende per l’intero comparto ‘istruzione’.

Come reperire il denaro necessario, in una società quale quella italiana che, anche demograficamente, invecchia, rendendo ancora più gravosi i bisogni in termini di servizi socio-sanitari o pensioni?

Nel momento in cui entri nel dibattito, da economista mi aspetto che tu mi dia risposte a queste domande.

E da economista mi aspetto che, di fronte ai paletti, democraticamente scelti, di Maastricht (3% del deficit PIL e 60% di rapporto debito/PIL) tu dia comunque, al di là dell’analisi, delle risposte pratiche.

In questo senso, ti muovo un’ultima osservazione, questa volta di storia del pensiero economico: nelle tue argomentazioni sembra che l’economia debba identificarsi solo con il pensiero neo-liberale. E’ una semplificazione errata. L’economia ha molte scuole di pensiero. E molte di esse sono profondamente critiche nei confronti del pensiero neo-liberale: anche il mondo della politica sembra essersene accorto, e non da poco. Diciamo che di vie di uscita, proposte da economisti, ce ne sono e molte. E sono formulate da persone di cui ti invito a leggere le proposte, decisamente meno traumatiche di un’uscita dall’euro.

Prova qui o qui.

Anche i filosofi hanno modi diversi di leggere e interpretare la realtà: sbaglio?

Il riferimento al cretinismo economico, dunque, mi pare ingiusto nei confronti di una disciplina che, quando c’è l’onestà intellettuale, è tesa a proporre il bene comune e non l’asservimento a un arido fattore di produzione.

Marshall, uno straordinario economista neoclassico (di quelli che non ti piacerebbero, temo) introduceva i suoi Principi dicendo che il mondo è fatto di ‘uomini in carne e sangue’. Ho sempre amato questa espressione, perché è intrisa di realtà sudata. A leggerlo, Marshall, si scopre la passione di un uomo per il suo lavoro e per l’interesse comune. Uno dei padri della scuola marginalista amava studiare le condizioni storiche dei fenomeni che analizzava, visitando le fabbriche e gli impianti, incontrando gli operai. Io non so se Gramsci ce l’avesse con l’economia o, piuttosto, con la politica del suo tempo. A dire il vero, ricordo che lui parlava di ‘cretinismo parlamentare’, appunto. E non economico.

Quindi concludo, augurandoti ogni bene per la tua carriera e mandandoti un abbraccio. E sperando che economia e filosofia lavorino davvero insieme. Per il bene di tutti.