Lavoro, resuscita il Jobs Act ma è totalmente diverso da come l’aveva promesso Renzi

Riforme e flessibilità, in Grecia ora 1 lavoratore su 3 guadagna 300€. Prossima tappa Italia?

[17 settembre 2014]

Nell’entourage del governo torna di moda il Jobs Act, il rischiatutto sul lavoro. Bastonato dagli impietosi dati diffusi dall’Ocse che danno l’economia italiana come l’unica con una crescita del Pil negativa nel 2014, l’esecutivo si difende in Parlamento presentando il programma dei “Mille giorni” (ne mancano già 983…), secondo il premier Renzi «l’ultima chance» per il Paese. È lo scenario ideale per tornare a parlare del lavoro che non c’è, ma lo si fa ancora una volta dal lato sbagliato: quello dell’offerta.

Sembra già un’altra era da quando il Jobs Act venne presentato la prima volta, l’8 gennaio di quest’anno. Solo 8 mesi fa il rampante Matteo Renzi, ancora sindaco di Firenze, preparava già la sua discesa su Roma: «Il Pd crede possibile che il Jobs Act sia uno strumento per aiutare il Paese a ripartire». Le grandi promesse c’erano tutte: «Per ognuno di questi sette settori (ossia Cultura, turismo, agricoltura e cibo, Made in Italy (dalla moda al design, passando per l’artigianato e per i makers), ICT, Green Economy,  Nuovo Welfare, Edilizia, Manifattura) il Jobs Act conterrà un singolo piano industriale con indicazione delle singole azioni operative e concrete necessarie a creare posti di lavoro». Da questo ambizioso e intelligente progettoo, cui anche noi abbiamo voluto partecipare per svilupparlo, siamo giunti a scenari ben più tristi in un tempo ahinoi rapidissimo.

Il famigerato Jobs Act ancora non è un articolato di legge definito, ma il suo impianto è tutto concentrato sulla modifica dei contratti di lavoro e delle tutele che prevedono. Un lavoro dal lato dell’offerta, con quello della domanda – ossia investimenti, politiche industriali, incentivi e sgravi indirizzati a uno sviluppo reale e possibilmente sostenibile dell’economia – scomparso dalla scena. Quel che rimane, come dovrebbe essere ormai ovvio, ben difficilmente potrà creare lavoro.

Il nuovo corso del Jobs Act sembra piuttosto rispecchiare le richieste di una riforma del mercato del lavoro che incessantemente arrivano dall’Europa, direzione Germania, e che chiedono maggiore “flessibilità”. Per sapere a cosa potrebbero portare sarebbe interessante sbirciare non solo in territorio teutonico – dove a un pilastro delle riforme Hartz, i cosiddetti mini-jobs, sono mosse pesanti critiche anche dal loro ispiratore – ma anche in quel laboratorio socioeconomico che è stata l’intera Grecia durante i primi anni della crisi.

In cambio di concessioni sui prestiti per il rifinanziamento del debito, ai greci vennero imposte durissime condizioni che non hanno lasciato indenne il mercato del lavoro. Oggi gli entusiasti del modello imposto dalla Troika fanno notare che la cura non ha ucciso il paziente, ma anzi l’ha rivitalizzato: il Pil crescerà quest’anno e il prossimo a percentuali superiori a quelle italiane. Ma il prezzo pagato in termini di disoccupazione è stato – ed è ancora – altissimo. La percentuale ufficialmente registrata è al 27%,  al 51,5% quella dei più giovani.

Quel che però dovrebbe più preoccupare riguardo alla “riforma del mercato del lavoro”, attuata in Grecia secondo i diktat arrivati dall’alto, è che i pochi che un lavoro ce l’hanno guadagnano spesso cifre ridicole. Secondo le stime di Savvas Rompolis, direttore dell’Istituto del lavoro della Gsee (Ine-Gsee), circa 1/3 dei dipendenti che lavorano nel privato guadagnano appena 300 euro al mese (440 euro lordi). Questo anche perché, come sottolinea il rappresentante di uno dei maggiori sindacati ellenici sul quotidiano greco Ta Nea – che ha dedicato al fenomeno un’ampia indagine – sono circa 500.000 i lavoratori che hanno involontariamente un’occupazione part-time.

Non è esattamente questa la modalità con cui John Maynard Keynes prevedeva il tempo libero per i propri nipoti (ovvero noi), eppure è così che la Germania ha esportato con successo in Grecia i suoi mini-jobs, solo in versione peggiorativa. Il rischio che qualcosa del genere avvenga anche in Italia non è ancora quantificabile, ma certo nemmeno trascurabile. L’emendamento a sorpresa presentato oggi al Jobs Act dal governo, che prevede «per le nuove assunzioni il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, in relazione all’anzianità di servizio», sembra scegliere un’altra strada, mentre l’apparente e ritrovata frenesia di mettere mano al «totem» dell’articolo 18 un’alternativa peggiorativa. Dunque, ancora non è data sapere la direzione.

Soprattutto, ancora non appare chiaro ciò che invece troppi anni di crisi dovrebbero aver reso evidente: le regole del lavoro da sole non contano molto per far ripartire l’occupazione, a meno che non si abbia chiaro in mente su cosa e come investire. Magari (ma sarebbe meglio dire obbligatoriamente) in modo intelligente, magari (idem) in modo sostenibile.