A fare la differenza è la qualità degli alimenti consumati

Cibo di classe: la dieta mediterranea fa bene alla salute, ma col portafogli pieno di più

«Nessun beneficio significativo nelle classi sociali più deboli» per quanto riguarda la riduzione del rischio di malattie cardiovascolari. Serviti a tavola i segni delle disuguaglianze in aumento

[2 agosto 2017]

La dieta mediterranea è universalmente nota per il suo bilanciato apporto di nutrienti, in grado di far bene sia alla salute del consumatore senza gravare eccessivamente su quella dell’ambiente, tanto da essere tutelata dal 2010 come “patrimonio culturale immateriale dell’umanità” dall’Unesco. Eppure – passando dalla piramide alimentare a quella sociale – i benefici di questo stile alimentare non sono gli stessi per tutti: a documentarlo per la prima volta è una ricerca condotta dall’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico Irccs Neuromed su oltre 18mila persone adulte – reclutate nell’ambito dello studio Moli-sani –, e appena pubblicata sulla rivista International Journal of Epidemiology.

Il focus dell’indagine si è soffermato sugli effetti della dieta mediterranea in termini di vantaggi per la salute cardiovascolare, comunemente considerati consistenti. Non per tutti, però: come documentano dall’Irccs Neuromed, a parità di adesione alla dieta mediterranea la riduzione del rischio di patologie cardiovascolari si concretizza solo nelle persone che hanno un livello di istruzione elevato e in chi ha un reddito familiare più consistente, mentre «nessun beneficio significativo» è stato invece riscontrato nelle classi sociali più deboli.

«In altre parole – spiega la ricercatrice Marialaura Bonaccio – per quanto una persona a basso reddito possa seguire la dieta mediterranea in maniera ottimale, non avrà gli stessi vantaggi di una persona che segue la stessa dieta ma dispone di un reddito maggiore». Perché mai il livello di istruzione e il reddito sono in grado di modificare nettamente i vantaggi potenziali della dieta mediterranea sulla nostra salute cardiovascolare? La risposta sta nella qualità dei cibi consumati, che – quando è alta – non tutti sono in grado di permettersi.

«Ad esempio – aggiunge un’altra ricercatrice Irccs Neuromed , Licia Iacoviello – a parità di consumo dei prodotti tipici della Dieta mediterranea, l’alimentazione delle persone con alto reddito e un livello di istruzione maggiore, risultava più ricca di antiossidanti e polifenoli, oltre a presentare una maggiore diversità in termini di frutta e verdura consumate. Sempre a parità di punteggio di adesione alla Dieta mediterranea, le persone con una migliore posizione sociale tendevano a consumare relativamente più pesce e frutta secca a guscio e meno carne e derivati. Tutto questo ci spinge a credere che sia la diversa qualità dei prodotti della dieta mediterranea consumati a fare la differenza e non solo la loro quantità o frequenza di consumo».

«I risultati di questo studio – conclude ci devono far riflettere seriamente sullo scenario socio-economico   della salute –  commenta Giovanni de Gaetano, direttore del dipartimento che ha condotto la ricerca – Le disparità socioeconomiche sono in crescita, e si manifestano anche a tavola. Non solo le persone tendono in generale a seguire sempre meno la dieta mediterranea, ma i più deboli dal punto di vista socio-economico consumano prodotti teoricamente ottimali ma di fatto con minori qualità salutistiche. Non basta più dire che “la dieta mediterranea fa bene”, se non garantiamo che faccia bene a tutti».