L’industria del riciclo ha ancora ampi margini di sviluppo

Il picco delle risorse non rinnovabili e il futuro dell’economia

Gran parte delle risorse che utilizziamo non torneranno. Siamo pronti ad affrontare questo limite?

[12 dicembre 2013]

La situazione dello stato di salute dei sistemi naturali del nostro pianeta appare sempre più in condizioni allarmanti, e gli effetti prodotti dalle continue modificazioni che l’intervento umano provoca rendono i percorsi di cambiamento di rotta sempre più difficili e complessi. Il consumo di risorse, la trasformazione fisica degli ecosistemi e la perdita della biodiversità costituiscono tutti fenomeni che si stanno amplificando e aggravando, soprattutto a causa delle maggiori possibilità e capacità di impatto che stanno sempre di più assumendo numerosi paesi, cosiddetti di “nuova industrializzazione”, come Cina, India, Malesia, Indonesia, Thailandia, Brasile e tanti altri.

Le materie prime non rinnovabili costituiscono un elemento molto significativo delle economie industrializzate e sono oggetto dell’ultimo rapporto al Club di Roma, scritto dal noto studioso Ugo Bardi, chimico fisico dell’università di Firenze, per ora pubblicato solo in tedesco (“Der geplunderte Planet” dall’editore Oekom Verlag, e che sarà pubblicato nella primavera 2014 in inglese da Chelsea Green con il titolo “Plundering the Planet. How to manage the Earth’s Limited Mineral Resources”).

Strade e ferrovie ad alta velocità, complessi edilizi, gadget elettronici, agricoltura a rese elevate, ecc. dipendono dall’utilizzo di massicce quantità di risorse non rinnovabili. Gran parte delle materie prime che sono utilizzate nelle economie industrializzate non sono rinnovabili (negli Stati Uniti una quota del 95%, e in Cina ormai dell’88%), e ciò costituisce un dato certamente molto differente con le nostre società preindustriali, nelle quali le economie erano dominate soprattutto dall’utilizzo di risorse quali il legname, l’acqua, le fibre vegetali, le pelli di animali e altre risorse rinnovabili.

Durante il XX secolo, l’ascesa delle economie industrializzate ha registrato un incremento esponenziale nell’estrazione di risorse non rinnovabili, dalla ghiaia per l’edilizia alle risorse minerarie, dai metalli di base a quelli preziosi fino ai combustibili fossili. Un rapidissimo aumento della produzione globale si è avuto dal 2000, ed è stato causato soprattutto dall’accelerazione della crescita economica nelle economie emergenti di Asia e America Latina. Un lieve segno della recessione globale del 2009 ha rallentato, ma purtroppo non certo invertito, l’uso delle fonti non rinnovabili, il cui ritmo di estrazione è aumentato nuovamente con la ripresa della produzione economica globale, già dal 2010.

Oggi, in Asia e America Latina, molte economie emergenti stanno entrando nella fase di forte industrializzazione e sono basate su di un utilizzo intensivo di risorse. L’intensificazione della costruzione di strade, edifici, sistemi fognari, aeroporti, reti elettriche, canali per l’irrigazione, ferrovie e tutta una serie di altre infrastrutture richiedono volumi significativi di energia, di risorse minerarie, di metalli, e altre risorse non rinnovabili. L’aumento della domanda è veramente importante.

Come ricordano gli analisti del McKinsey Global Institute (Yuval Atsom et al., Winning the 30 Trillion of Dollars Decathlon: Going for Gold in Emerging Markets, McKinsey Quarterly, agosto 2012), la Cina e l’India «stanno attraversando un’accelerazione economica circa 10 volte superiore alla Rivoluzione industriale e di una portata 100 volte maggiore» a causa delle loro popolazioni assai più vaste, «il che genera una forza economica 1.000 volte più potente».

Purtroppo nonostante la corsa alla domanda di risorse, le nazioni industrializzate continuano a produrre economie basate sull’usa e getta. L’ultimo ed ottimo rapporto del Worldwath Institute “State of the World 2013. E’ ancora possibile la sostenibilità” (Edizioni Ambiente) ci ricorda, nel bel capitolo dedicato allo stato delle risorse non rinnovabili scritto da Gary Gardner, che negli ultimi 40 anni i progressi effettuati nel settore del riciclo sono stati piuttosto modesti, in riferimento ai dati disponibili per i metalli. Misurando sia la quota di metalli scartati che vengono riciclati (il tasso di riciclaggio alla fine del ciclo di vita) sia la quota di metallo riciclato contenuto in un nuovo prodotto (contenuto riciclato), i livelli di riciclaggio sono certamente scarsi, e dunque necessariamente migliorabili. Oltre la metà dei 60 metalli studiati dall’UNEP, il  Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente hanno un tasso di riciclaggio di meno dell’1% e meno di un terzo del 60% sono riciclati al 50% o più (UNEP, 2011, Recycling Rates of Metals: A Status Report).

In definitiva, l’insaziabile richiesta di materie prime dei paesi industrializzati, la rapida espansione delle economie emergenti e la radicata abitudine moderna di usare gli oggetti una sola volta prima di eliminarli, fanno sorgere una chiara domanda: l’offerta di mercato delle risorse non rinnovabili sarà abbastanza abbondante ed economica da soddisfare i bisogni umani nei prossimi decenni? E’ evidente che la risposta a questa domanda appare sempre di più essere negativa.

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