Si è chiusa la consultazione pubblica sul “posizionamento strategico” avviato dal governo

Dall’industria agli ambientalisti, le idee del Paese al servizio dell’economia circolare

Semplificazione normativa, leve fiscali, investimenti e campagne di sensibilizzazione i punti fondamentali

[20 settembre 2017]

Due mesi per raccogliere spunti di riflessione e critiche costruttive da convogliarsi – si spera – in un rinnovato slancio fattivo: si è appena chiusa la consultazione pubblica avviata a luglio dal governo sul documentoVerso un modello di economia circolare per l’Italia”, presentato dal ministero dell’Ambiente come necessario per «fornire un inquadramento generale dell’economia circolare nonché di definire il posizionamento strategico del nostro paese sul tema, in continuità con gli impegni adottati nell’ambito dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile, in sede G7 e nell’Unione Europea».

I contributi arrivati al governo sul tema, a ulteriore dimostrazione di quanto questo sia trasversale, uniscono associazioni ambientaliste, ong come pure associazioni confindustriali, tra le quali spicca Assocarta: con 7 miliardi di fatturato e 200mila addetti (e altri 680mila nell’indotto), l’industria cartaria italiana rappresenta sia un robusto settore industriale sia un fondamentale attore nella filiera del riciclo. Le cartiere sono dei veri e propri impianti di recupero – il 48,1% delle materie prime impiegate nei loro processi produttivi sono costituiti da carta da riciclare – e al contempo, come ogni impianto industriale, a loro volta dei produttori di (nuovi) rifiuti che debbono essere gestiti: produrre 1 kg di carta riciclata vuol dire infatti produrre fino a 0,4-0,5 kg di pulper e fanghi.

Per questo Assocarta sottolinea nel documento inoltrato al ministero dell’Ambiente l’importanza della «gestione del “waste by waste”, ciò il recupero dei rifiuti dal riciclo. Se non teniamo conto di questo aspetto, c’è il rischio di una bella costruzione a monte che però non regge su fondamenta solide».

Più in generale, Assocarta sottolinea un dato ovvio ma che spesso sfugge: «I materiali riciclati devono competere sul mercato con i materiali vergini. Poiché la convenienza di un investimento in tecnologie e progetti di riciclo ha senso solo se la vendita o il costo di un materiale riciclato è in grado nel tempo di ripagare gli investimenti. Più a misure di compensazione e di equilibrio dei prezzi e dei costi, ad esempio attraverso interventi sulla fiscalità per consentire di mantenere vive le attività di riciclo, occorre spingere su un programma di investimenti che, analogamente a Industria 4.0, permetta di avanzare negli obiettivi di riciclo e di recupero dei rifiuti e di utilizzo dei sottoprodotti. In questo senso la questione normativa è fondamentale, anzi è la “questione”». Una questione che fa rima con semplificazione: «Per incentivare e rendere più efficienti le attività di recupero degli scarti e dei residui sarebbe necessario semplificare e ridurre i vincoli normativi e amministrativi», in quanto «la normativa spesso richiede dei meri adempimenti formali che non rappresentano una garanzia per una maggior tutela dell’ambiente e causano un irrigidimento del sistema che di conseguenza non è incentivato a sviluppare progetti di miglioramento e riduzione dei rifiuti prodotti».

Si tratta di un punto molto sentito, nel mondo dell’industria come in quello dell’ambientalismo. Sulla necessità impellente di una semplificazione normativa che possa dare gambe al riciclo e all’ancor più vasto mondo dell’economia circolare insistono Confindustria e Fise Assoambiente come anche Legambiente e Kyoto club, il cui vicepresidente Francesco Ferrante ha recentemente definito il ritardo nell’adeguamento normativo italiano sul tema «ormai a livello patologico».

E all’urgenza della semplificazione normativa si affianca quella delle risorse e degli incentivi fiscali, sottolineata non solo da Assocarta ma anche in contributi come quello che proprio il Kyoto club ha offerto al governo. L’ong suggerisce all’esecutivo di «spostare tutti gli incentivi pubblici dai settori “non-circolari” / con bassa o nulla efficienza nell’uso delle risorse a quelli con maggiori caratteristiche di “circolarità”», anche tramite la «defiscalizzazione per gli interventi a sostegno di tutte le fasi della catena del valore, sul modello – che ha dato risultati positivi – già usato per favorire l’efficienza energetica». In concreto, questo si tradurrebbe in una «tassazione sempre più alta per la produzione e i consumi di “prodotti noncircolari”», riflesso di una «tassazione sempre più bassa per la produzione e i consumi di “prodotti circolari”».

Oggi tutto questo non è presente in Itali, dove anzi tra le barriere il Kyoto club sottolinea «l’assenza di provvedimenti legislativi a sostegno della transizione, per favorire, ben oltre il comparto dei rifiuti, il decollo dell’economia circolare», i «mancati successi, ad oggi, del Green public procurement» e – fattore trasversale – la «mancanza di informazione rispetto ai vantaggi che l’economia circolare può portare», dalla quale discende la necessità di sostenere «campagne informative di sensibilizzazione dedicate».

Il documento “Verso un modello di economia circolare per l’Italia” riuscirà a promuovere tutto questo? L’impostazione adottata dal governo al momento non è incoraggiante: si tratta di un documento in consultazione «“di inquadramento e di posizionamento strategico” (necessariamente?) ancora limitato alla teoria. La sfida è il salto di qualità verso la pratica», come osservano con amarezza dal Kyoto club.