Europa fuori dalla recessione, tra colpi di fortuna e previsione sballate

Un risultato positivo quanto immeritato può permetterci di ripensare l’azione politica in termini sostenibili

[14 agosto 2013]

Più che una condizione, la recessione economica è ormai una consuetudine. Ce ne troviamo invischiati quando l’andamento del Prodotto interno lordo (Pil) ha il segno meno per due trimestri consecutivi: nell’Eurozona succede da sette trimestri consecutivi, quasi due anni. Ecco perché la flash news arrivata oggi da Eurostat, quel timido +0,3% del Pil registrato nell’area della moneta unica nel secondo trimestre del 2013, suscita tanta eccitazione. L’Europa, per i conti della serva, è finalmente uscita dalla recessione.

Si parla di un valore europeo complessivo, si badi bene. L’Italia, tanto per fare un esempio, si mantiene ancora in fondo alla carovana, senza ancora abbandonare le prestazioni negative in termini di Pil cui siamo abituati. Il Bel Paese si ferma infatti a un –0,2%, nel gruppo dei sei paesi (su 17) che ancora marciano a passo di gambero. Nonostante tutto, però, anche l’Italia è trascinata in alto dal montare delle bollicine dei mercati, che alzano i calici e brindano alla svolta: lo spread tra i nostrani Btp e i Bund tedeschi è arrivato a toccare quota 238, neanche la metà di quel vertiginoso record di 574 punti base raggiunti nel 2011, negli ultimi giorni del governo Berlusconi.

Un bel risultato per i contabili, ma la crescita in Italia non torna. Poco male, non fosse che insieme alla crescita mancano posti di lavoro, e si prevede che anche una volta tornata la prima, per i secondi dovremo aspettare ancora un bel po’. Certo è che quel profumo d’euforia che si ricomincia respirare in Europa non potrà che far bene anche al nostro Paese, che se vivacchia, al momento, è proprio grazie all’export e al sentiment internazionale. E se per una volta dall’Europa arriva un segnale positivo sul fronte economico, di certo non è il caso di buttarlo via, né di far le cassandre: questa crisi economica, come di consueto nella storia del capitalismo, è anche e soprattutto una crisi di sfiducia, e un grimaldello psicologico rimane fondamentale per scardinare quelle saracinesche che serrano le tasche dei potenziali investitori.

E stavolta qualcosa sembra in effetti cambiare, anche se nessuno sa bene cosa. Luigi Ofreddu, oggi sul Corriere della Sera, chiude il suo editoriale scrivendo: «L’unica risposta sicura è che, forse, così come la grande crisi era iniziata senza un’apparente ragione, ora comincia ad andarsene senza spiegare niente a nessuno, come farebbe un ospite mai invitato». Forse un po’ poco per l’orgoglio degli economisti, ma è un commento che racchiude una buona fetta di verità. E meno male che i dati di oggi dell’Eurostat guardano al passato (il trimestre appena trascorso), perché come sappiamo le previsioni economiche degli economisti si sono dimostrate – dall’inizio della crisi ad oggi – in gran parte disastrose. Se c’è una lezione da poter imparare, per economisti e politici profeti dell’interpretazione economica dominante, è proprio quella di iniziare ad avere dei dubbi in merito alle proprie ideologiche convinzioni.

L’altra è che, dopotutto, il loro ruolo come singoli non sembra sempre così indispensabile, di certo molto meno determinante di anche una sola parola da parte delle banche centrali. In Italia, per dirne una, lo spread scende ai minimi quando l’instabilità politica è ai massimi, e l’azione governativa ridotta all’osso (per non dire di quella parlamentare, addirittura chiusa per ferie agostane) come del resto la sfera d’influenza che ancora riesce a esercitare il potere degli Stati nazionali sull’economia globale, che si muove senza confini.

L’immobilità politica sembra dunque portar bene al Paese, ma anche questa è un’illusione. Gli dèi capricciosi del mercato stanno favorendo l’Italia quest’agosto, ma è un beneficio che potrebbe non durare. E sicuramente non durerà, se non si utilizzano i pur scarsi margini di manovra che quest’attimo di respiro sul fronte economico concede alla politica per ricompattarsi attorno uno scopo, che non vediamo possa essere altro da quello di uno sviluppo socialmente, economicamente ed ecologicamente sostenibile, per sua natura duraturo nel tempo, fuori dalle bizzarrie cui il mondo della finanza ci ha da tempo abituati.

Il rilancio degli investimenti industriali, le politiche attive per il lavoro, la redistribuzione di redditi e ricchezza (e dunque consumi) sono tutti punti fondamentali, ma per raggiungerli è necessario muoversi in una direzione unica, e la sostenibilità offre un perno stabile di riferimento per un’azione compatta, in Italia come in Europa. In questo strano agosto, pure da sotto l’ombrellone alla politica è stato dato un attimo di respiro e di tempo per pensare: non sia, anche stavolta, tempo sprecato.