«Questo non significa che non ci siano impatti, miglioramenti sono certamente possibili»

«I dati ambientali sulla geotermia in Italia dimostrano che non c’è nulla di allarmante»

Adele Manzella (Primo ricercatore del Cnr): «Fino a diversi anni fa potevo capire il motivo delle dispute perché le informazioni e i controlli erano parziali, ma non è più così»

[13 novembre 2018]

Geofisica e Primo ricercatore all’Istituto di geoscienze e georisorse (Igg) del Cnr, Adele Manzella rappresenta il Consiglio nazionale delle ricerche in organismi internazionali come il Joint program geothermal energy della European energy research alliance (Eera-Jpge), l’European geothermal energy council (Egec) e l’International geothermal association (Iga); quest’anno è stata inoltre eletta alla presidenza dell’Unione geotermica italiana (Ugi). Insieme a Agnes Allansdottir e Anna Pellizzone è autrice del volume “Geothermal Energy and Society”, recentemente pubblicato per Springer. L’abbiamo intervistata.   

Nonostante la coltivazione geotermica in Italia sia oggi «tra le più controllate e sostenibili al mondo», come emerge da un recente studio di cui è co-autrice, dispute e opposizioni locali sono piuttosto frequenti: per la sua esperienza si basano più spesso su allarmi fondati o su informazioni incomplete e inesatte relative agli impatti ambientali della geotermia?

«In geotermia, come in qualunque altro contesto, non c’è materialmente il tempo di conoscere tutto, e chi non è esperto si affida alla percezione. L’opposizione basata sulla percezione negativa ha il benefico risultato di indurre a fornire maggiori informazioni. Fino a diversi anni fa potevo capire il motivo delle dispute perché le informazioni e i controlli erano parziali, ma non è più così: i dati ambientali dicono che non c’è motivo di allarme. Molte dispute si fondano, piuttosto, su informazioni incomplete e, a volte, inesatte».

In generale, quali sono le matrici ambientali più soggette a impatti derivanti dalla coltivazione geotermica?

«Con il tipo di risorse e tecnologie utilizzate in Toscana per la produzione elettrica la matrice più delicata è l’aria, seguita da acqua (superficiale e profonda) e suolo».

Ritiene che tali impatti nel contesto nazionale e toscano in particolare siano attualmente allarmanti, o piuttosto che siano suscettibili di ulteriori miglioramenti?

«I dati dimostrano che non c’è nulla di allarmante. Questo non significa che non ci siano impatti, e i miglioramenti tecnologici sono certamente possibili: la ricerca è continua su questo aspetto. Sottolineo, comunque, che gli impianti italiani sono dotati di tecnologie di abbattimento già molto efficaci. Abbiamo appena iniziato un nuovo progetto europeo, chiamato GEOENVI, che ha lo scopo di confrontare i dati ambientali di progetti geotermici in diversi paesi europei e per diverse fonti energetiche, per proporre infine raccomandazioni e linee guida: sarà uno studio molto interessante. Mi auguro che possa fornire indicazioni chiare, dimostrando che, talvolta, l’erba del vicino non è più verde».

Gli studi da lei condotti insieme ad Agnes Allansdottir e Anna Pellizzone sull’accettabilità sociale della geotermia mostrano che i maggiori ostacoli in proposito derivano dalla mancanza di fiducia nei confronti delle istituzioni pubbliche, come anche dei media. Come recuperare il terreno perso, e come gestire il fenomeno – da parte di media e istituzioni – mentre la fiducia scarseggia?

«Non credo che l’obiettivo sia ricostruire la fiducia o ottenere la cosiddetta accettabilità sociale. Questi potranno sperabilmente, un giorno, essere il prodotto di un meccanismo, ma se si parte con questo obiettivo si rischia di fare marketing. Quello che va ricostruito è l’orgoglio di una risorsa. La mancanza di partecipazione allo sviluppo ha decretato una scissione tra la risorsa e il suo territorio in alcune zone della Toscana. Anche una vigna, e a maggior ragione un capannone pericolante, hanno un impatto ambientale: cosa li rende talvolta preferibili ad una centrale geotermica che produce elettricità? Capire il punto, le necessità locali e nazionali. Media e istituzioni potrebbero essere artefici di un incontro, un dialogo vero, tra i diretti interessati: società, industria ed economia».

Pensa sarebbe possibile e/o opportuno condurre anche in Toscana indagini specificamente dedicate all’accettabilità sociale della geotermia, dopo gli studi condotti in Sicilia (Termini Imerese) e centro Italia (Provincia di Viterbo)?

«Quando decisi di finanziare i due piccoli studi condotti nell’ambito dei progetti che coordinavo ero certamente curiosa, ma non immaginavo l’appassionante incontro tra le competenze tecniche che si riferiscono alla geotermia e agli studi sociali. Purtroppo non ho avuto l’occasione per farne finanziare uno in Toscana, avendo fondi solo per il Centro e Sud Italia. Sarei felice di vedere qualcosa realizzato in Toscana, anche semplicemente per dimensionare il problema. Quanti i contrari, i favorevoli e i neutrali? Quali i punti contestati? Di chi ci si fida? Sarebbe un primo punto fermo. Certamente penso sarebbe opportuno farlo, partendo dalle stesse metodologie e domande, per fare una comparazione, e possibilmente espandendo lo studio. Lo studio è anche un modo per rendere i cittadini partecipi, far capire che la loro opinione non solo interessa ma conta. Come ho scoperto curando un libro dedicato a geotermia e società, le scelte partecipate sono già una realtà in alcuni paesi del mondo e sono risultate efficaci. Gli effetti non sono immediati, ma vale proprio la pena iniziare a intraprendere questa strada».