Il nuovo rapporto Oxfam, alla vigilia del World economic forum: «Basta paradisi fiscali»

L’1% ha vinto la sua battaglia, in anticipo: 62 super-ricchi valgono quanto il 50% del mondo

In Italia trend in crescita: l’1% possiede il 23,4% di ricchezza nazionale netta, e ne conquista sempre di più

[18 gennaio 2016]

disuguaglianza oxfam

La virtù sta nel mezzo, sostenevano gli antichi, ma certamente la ricchezza preferisce muoversi tra gli estremi. Almeno ai nostri giorni, quando la macchina tritatutto della disuguaglianza economica sta allargando drammaticamente la sua forbice: nel nuovo rapporto Oxfam Un’economia per l’1% si fotografa un mondo – il nostro – in cui 62 super-ricchi possiedono la stessa ricchezza di metà della popolazione più povera.

Una manciata di uomini che non fa che restringersi. Nel 2013 erano 85 i soggetti che possedevano ricchezze pari a quelle detenute da 3,5 miliardi di persone; dodici mesi dopo erano 80, oggi 62. Anche i ricchi piangono, ma i ricchissimi in questa crisi economica si stanno sganasciano dalle risate: Le previsioni di Oxfam, secondo cui l’1% della popolazione mondiale avrebbe posseduto più del restante 99% entro il 2016, si sono confermate con un anno di anticipo, constatano dall’Ong. Dal 2010, 3,6 miliardi di persone – la metà della popolazione mondiale – ha visto la propria quota di ricchezza ridursi di circa 1.000 miliardi di dollari: una contrazione del 41%, nonostante l’incremento demografico abbia registrato 400 milioni di nuovi nati nello stesso periodo. I 62 super-ricchi hanno invece registrato un incremento di oltre 500 miliardi di dollari, arrivando così ad un totale di 1.760 miliardi di dollari.

In Italia non siamo da meno. Spulciando il dossier Oxfam dedicato al nostro Paese si scopre come il top-10% della popolazione italiana possegga oggi quasi 8 volte la ricchezza della metà più povera della popolazione. Di più: «La ricchezza dell’1% più ricco degli italiani (in possesso del 23,4% di ricchezza nazionale netta) è pari a 39 volte la ricchezza del 20% più povero dei nostri connazionali».

E i soldi, si sa, attirano altri soldi: tra il 2000 e il 2015, compresi dunque molti anni di crisi economica (per la maggioranza), la ricchezza delle famiglie italiane è aumentata di oltre 4mila miliardi di dollari (dai 5.497 miliardi di dollari del 2000 ai 10.025 miliardi di dollari del 2015), ma A beneficiarne «sono stati soprattutto i più ricchi con oltre la metà dell’incremento (53,7%) andata al top 10%, una cifra pari a quasi sette volte la quota ricevuta dalla metà più povera della popolazione. L’incremento di ricchezza per il top-1% (1.093 miliardi di dollari, in valori nominali; di poco superiore al 24% dell’incremento totale) nel periodo di riferimento è risultato essere oltre 20 volte superiore alla quota, pari all’1,2%, ricevuta dal 20% più povero degli italiani».

Da questi dati è possibile dedurre che il famoso trickle down economico funziona, ma all’incontrario. Il “gocciolamento” non sta più arrivando alla base della piramide sociale, ma viene piuttosto trattenuto al vertice o comodamente spostato verso i paradisi fiscali, «fuori della portata della gente comune e senza ricaduta alcuna per le casse pubbliche degli Stati. Secondo una recente stima, 7.600 miliardi di dollari di ricchezza individuale (pari a più dei Pil di Regno Unito e Germania messi insieme e ai tre quarti della ricchezza netta delle famiglie italiane nel 2015) sono attualmente custoditi off-shore» a livello globale.

«È inaccettabile – commenta Winnie Byanyima – che metà della popolazione più povera del mondo possieda meno ricchezza rispetto a poche decine di persone. Di fatto, i leader mondiali non hanno ancora intrapreso alcuna azione concreta per contrastare una disuguaglianza crescente e ormai fuori controllo. A Davos, quest’anno, chiederemo con forza a governi e grandi corporation di porre fine all’era dei paradisi fiscali. I paradisi fiscali sono quei luoghi nei quali multinazionali ed élites economiche si rifugiano evitando di contribuire, con la giusta quota di tasse, al finanziamento di servizi pubblici gratuiti e di qualità a tutti i cittadini. Oggi 188 delle 201 più grandi multinazionali sono presenti in almeno un paradiso fiscale, alimentando una disuguaglianza economica estrema che ostacola la lotta alla povertà».

Oxfam ritiene urgente e irrevocabile un processo di riforma della fiscalità internazionale coordinato da un comitato intergovernativo in cui tutti i Paesi abbiano pari diritto di rappresentanza, Italia compresa, il cui governo potrebbe (e dovrebbe) lottare per la causa a partire dal fronte interno, abbandonando ad esempio già «su scala nazionale l’utilizzo di incentivi e pratiche fiscali dannose per non contribuire all’agguerrita concorrenza fiscale fra i Paesi». Ma la realtà oggi parla d’un governo che preferisce occuparsi d’altro, non reputando la lotta alle disuguaglianze una priorità e anzi rilanciando la pratica dello scudo fiscale, rimaneggiato dietro l’edulcorata “volontary disclosure”. Misure tampone contro la povertà come un reddito minimo garantito, o ancor meglio un lavoro minimo garantito, possono aspettare.

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