«La massimizzazione del profitto ha continuato a influenzare le scelte del Paese e non è mai stata superata del tutto. Ora bisogna approfittare di questo momento storico»

Le nuove sfide di Cuba tra ambiente, sviluppo economico e società civile

I rischi e le opportunità dietro la fine dell’embargo viste da Mario Gonzalez, ambientalista e consigliere Cospe per le politiche ambientali sull’isola

[11 aprile 2016]

gonzalez ambientalista cuba

Cuba sta vivendo un momento di transizione delicato e complesso verso un modello di società più aperto sul terreno economico, di cui la ripresa delle relazioni con gli Stati Uniti rappresenta uno snodo decisivo. Lo scenario dei prossimi anni è certamente carico di rischi per alcune delle conquiste storiche della rivoluzione, ma è soprattutto banco di prova del loro radicamento ed occasione per misurarsi con la sfida di un modello innovativo di società che ci riguarda tutti: un modello in grado di coniugare democrazia e diritti, miglioramento economico, equità sociale, tutela dei valori naturalistici e culturali.

Per comprendere al meglio queste dinamiche ne abbiamo discusso con Mario Gonzalez, ambientalista  e collaboratore di Cospe fin dal 1996 con il progetto europeo “Habana-Ecopolis”, attualmente consigliere Cospe per le politiche ambientali a Cuba (qui un quadro dei progetti di Cospe a Cuba).

Gonzales è sempre stato soprattutto un attivista ecologista, che a lungo ha pagato il suo ruolo di leader non allineato alle logiche burocratiche dominanti con un lungo periodo di forzata esclusione dall’impegno lavorativo e pubblico. Oggi che questa difficile parentesi si sta finalmente chiudendo, è in Italia per raccontare le proprie esperienze con una rinnovata energia e con la voglia di continuare il suo impegno, con la stessa creatività e passione di prima, in questa nuova fase.

La prima riflessione dell’attivista si è concentrata sulla storica visita di Obama, e sulle potenzialità che apre: «La venuta di Obama a Cuba rappresenta la speranza che finalmente finisca l’embargo. La fine di questo isolamento, che ha accompagnato tutta la mia generazione, può portare Cuba a divenire una società più inclusiva, più aperta ai diritti delle persone. L’embargo esterno è stato infatti una causa ma molto spesso anche un alibi per le limitazioni nelle libertà dei cubani: la comunicazione, le possibilità di consumo e di impresa venivano ridotte con la scusa ufficiale che ‘l’embargo non lo consente’».

Oltre alle potenzialità che possono nascere dalla stabilizzazione dei rapporti Cuba-Usa, Gonzalez è consapevole che questo processo non è esente da rischi: «Fino alla Rivoluzione il modello di sviluppo cubano si basava su quello nordamericano di massimizzazione del profitto. Dopo la Rivoluzione anche nelle fase più ortodosse – continua Gonzales – questo modello ha continuato a influenzare le scelte del Paese e non è mai stato superato del tutto, anche se si è cercato di creare un sistema più consono con le caratteristiche e le esigenze di un Paese del sud in via di sviluppo. Il ritorno a un’economia di profitto in una piccola isola come Cuba, ricca di risorse naturali estremamente fragili, mette in pericolo l’ecosistema cubano. Inoltre con l’apertura agli Usa è a rischio non solo l’ambiente, ma anche i valori sociali che i cubani hanno sviluppato e portato avanti in questi anni: questi principi (come l’importanza del sociale, della solidarietà e della partecipazione) non devono andare perduti».

Un’altra questione su cui Gonzalez ha posto attenzione è la rapidità della transizione tra modelli economici e politici, che rischia di trovare i cubani impreparati. «La transizione verso un modello di sviluppo globalizzato – dice l’ambientalista – sta infatti nella testa delle persone tanto nel board delle multinazionali che nel piccolo imprenditore: pur in maniera differente, tutti pensano che questo tipo di modello può essere la soluzione dei loro problemi e portare in breve tempo allo sviluppo. Un esempio di ciò lo si ritrova nel pensiero comune che sta circolando nell’isola, che suppone che l’arrivo di Obama e lo sblocco dell’embargo rappresentino per i cubani un immediato miglioramento dello stile di vita e l’accesso rapido a tutto quello che si vende sul mercato».

Attualmente la politica e la finanza statunitense non pensano di investire sul piano di sviluppo economico dello stato cubano, cioè sullo sviluppo e potenziamento dei grandi progetti, come la zona franca del Mariel, ma puntano allo sviluppo delle piccole e medie imprese. Gonzalez in questo vede un’opportunità, in quanto la creazione di una classe media può favorire la creazione di una società civile, che attualmente manca a Cuba. «Si tratta però di una scelta che potrebbe cambiare in futuro, in direzione di un modello legato alle grandi imprese e alle multinazionali».

Per questo Gonzalez ritiene che «bisogna approfittare di questo momento storico per proporre e concretizzare progetti che dimostrano che le cose possono essere fatte in un altro modo: è possibile sviluppare l’economia con un modello inclusivo, rispettoso delle persone, dell’ambiente, che non danneggi le risorse naturali».

L’attivista suggerisce una soluzione per incoraggiare questo processo, ossia quella di partire dalle risorse che Cuba già possiede, dal patrimonio delle cooperative e dei gruppi esistenti, per creare un alternativa al modello economico della grande distribuzione. In questo modo si incoraggerebbero investimenti che rispettino delle risorse dell’isola, dove l’ambiente viene concepito come strategia chiave per uno sviluppo sostenibile.

Del resto l’ambiente è una delle prime aree su cui si è aperta una collaborazione con Usa: in parte perché i due paesi condividono uno spazio geografico comune, ossia il mare, ma soprattutto perché le istituzioni scientifiche e i comitati di ricerca cubane e statunitensi hanno sempre mantenuto solide relazioni, e inoltre esistono associazioni ambientaliste alternative, partecipative, non istituzionali in entrambi i paesi. In un momento come quello attuale queste associazioni sono fondamentali, in quanto hanno il ruolo di controllare la gravità e l’impatto degli investimenti e dello sfruttamento delle risorse sul terreno nazionale.

Il ruolo della società civile diviene quindi essenziale: «È importante ripartire dal basso, creare una massa critica che capisca l’aspetto fondamentale dello sviluppo economico si può combaciare con il rispetto dell’ambiente e un’economia solidale». Gonzales auspica in questo senso «una società civile “globale”.  È imprescindibile – conclude – Il futuro del mondo non può che passare per questa via».

di Cospe per greenreport.it