L’Italia sta imparando a misurare l’economia circolare

Il ministero dell’Ambiente e dello Sviluppo economico hanno elaborato insieme all’Enea «una prima proposta» per misurare concretamente gli aspetti fisici ed economici della transizione di cui tutti parlano (senza avere un’idea precisa di cosa sia)

[17 maggio 2018]

L’economia circolare è un’economia in cui il valore dei materiali viene il più possibile mantenuto o recuperato, in cui c’è una minimizzazione degli scarti e degli impatti sull’ambiente; dove, in sostanza, il valore aggiunto dei materiali e dell’energia devono essere mantenuti il più a lungo possibile su più cicli produttivi e di utilizzo. Ma in concreto tutto questo cosa vuol dire, e soprattutto come lo si misura?

Per rispondere a questa domanda il ministero dell’Ambiente (Mattm) e quello dello Sviluppo economico (Mise), in attesa che si insedi il nuovo governo, hanno proseguito lungo la linea tracciata dal rapporto Verso un modello di economia circolare per l’Italia approvato l’anno scorso, e con il supporto dell’Enea hanno messo in piedi un tavolo di lavoro tecnico che ha appena prodotto il documento Economia circolare ed uso efficiente delle risorse – Indicatori per la misurazione dell’economia circolare.

Finora si è fatto un gran parlare dell’economia circolare, con un affollarsi di dibattiti e convegni, ma ancora la circolarità dell’economia non la sappiamo misurare a dovere. Con il rischio che il tutto si riduca a propaganda. Per questo l’Ue ha avviato «un gruppo di lavoro con l’obiettivo di redigere una serie di indicatori per misurare le performance di “circolarità” dei 27 paesi europei», e lo stesso ha deciso di fare il governo nazionale. «La misurazione della circolarità – spiegano Mattm e Mise –  costituisce un requisito essenziale per il perseguimento di azioni concrete e il raggiungimento di risultati misurabili, al fine di tendere ad una maggiore trasparenza per il mercato e per il consumatore».

La misurazione dell’economia circolare passa dunque attraverso la misurazione degli aspetti fisici ed economici dei sistemi presi in esame, in questo caso a livello macro (sistema paese), meso (regione, distretto, settore, ecc.) e micro (singola impresa, organizzazione, amministrazione). Secondo il tavolo di lavoro ministeriale  per «misurare la circolarità, e quindi valutare l’uso efficiente delle risorse impiegate, è necessario tenere in considerazione principalmente due aspetti: la quantità di risorse prelevate (materia, energia, acqua), rinnovabili e non rinnovabili, impiegate e restituite al sistema; il valore economico delle risorse prelevate, impiegate e reimmesse nel sistema valutando con molta attenzione la differenza di valore tra la fase di impiego e quella di dismissione/reimpiego».

A tal fine il tavolo di lavoro ha prodotto una prima proposta operativa: «Gli indicatori riportati nel presente documento – si spiega – non sono da considerarsi esaustivi ma rappresentano una prima proposta per favorire l’avvio di un processo di confronto tra istituzioni e imprese per arrivare nei prossimi anni ad individuare la/le migliore/i soluzione/i perseguibili per il sistema Italia».

Cinque i pilastri fondamentali, in tutti e tre i livelli: gli input provenienti da fonti non rinnovabili (materie prime vergini), da fonti rinnovabili o da materiali di riuso/riciclo che consentano di minimizzare lo sfruttamento di risorse vergini; il “prodotto come servizio” (tale soluzione prevede che non ci sia vendita di un bene, ma del servizio corrispondente); condivisione/affitto/noleggio, uso e consumo di un bene tra più utilizzatori; l’estensione vita utile, riutilizzo e riparazione e infine l’output (riutilizzo, sottoprodotti, end of waste, gestione dei rifiuti con particolare riferimento alla preparazione per il riutilizzo, al recupero e riciclaggio).

Non stupisce che il rapporto sottolinei come, ad oggi, lungo questi pilastri si affollino ancora molti “indicatori non disponibili”: anche rimanendo solo a livello macro spicca l’assenza di quelli per i prezzi dei rifiuti, per il consumo di materie prime seconde, per i bilanci delle risorse (materie prime seconde, rifiuti, prodotti, sottoprodotti), per i rifiuti effettivamente riciclati (e ri-comprati sul mercato, non solo avviati a riciclo), per la quota di materie prime seconde che entrano nei sistemi di produzione di beni e servizi.

La linea d’azione generale, ricapitolano ministero dell’Ambiente e dello Sviluppo economico, è chiara. La transizione verso un’economia circolare richiede «un cambiamento strutturale» che pone al primo punto la «revisione della normativa al fine di creare un contesto di riferimento che sia di concreto supporto e di stimolo allo sviluppo dell’economia circolare, anche mediante il miglioramento della coerenza, la semplificazione dei processi, l’ottimizzazione della governance ambientale e la rimozione degli ostacoli nell’attuazione della normativa stessa», seguito poi dalla «individuazione degli strumenti economici al fine di creare adeguati incentivi all’adozione di modelli di produzione e consumo circolari e sostenibili, promuovendo la transizione verso la riforma fiscale ambientale», dalla «organizzazione di attività di comunicazione e sensibilizzazione per informare i cittadini sui nuovi modelli di consumo, le amministrazioni centrali e locali sulle opportunità e i benefici legati al tema dell’economia circolare e favorire la collaborazione tra tutti gli attori dell’economia circolare» e infine dalla «promozione della ricerca». Ma finché queste linee d’intervento non verranno concretamente ed estesamente messe in pratica, e i loro risultati misurati attraverso indicatori coerenti, l’economia circolare rischia di rimanere intrappolata tra dibattiti e convegni, con scarse se non controproducenti ricadute sul reale sistema socio-economico del Paese.