Senza credito ed energia, le migrazioni dall’Africa subsahariana non si fermeranno

Dovrebbero essere allora i paesi europei, l'Ue e la Bei a lanciare un programma per una sorta di "Piano Marshall" per l’area

[22 agosto 2017]

Nel mondo vi sono circa 1,2 miliardi di persone senza energia (e telecomunicazioni), di cui circa 800 milioni nell’Africa subsahariana, area dalla quale provengono la maggior parte dei “migranti economici”, in genere giovani che nei loro paesi e comunità non vedono e non hanno nessun futuro di vita dignitosa.

In questi paesi, come in altri dell’America latina e dell’Asia, fino all’80% della popolazione vive infatti senza energia elettrica e telecomunicazioni (cellulari ed internet), nei casi migliori, e cioè senza considerare carestie o siccità; sostanzialmente sono popoli interi che vivono in una condizione di “economia di sopravvivenza e sussistenza”, grazie a piccole attività agricole e artigianali informali e in genere irregolari, senza possibilità o prospettive di riscatto. Ed è proprio l’assenza di energia elettrica e telecomunicazioni a ridurre al minimo, alla sola sussistenza, le attività economiche, condannando queste comunità al sottosviluppo ed emarginazione e spingendo i giovani ad una vera migrazione di massa che spesso si conclude tragicamente nel Mare nostrum dell’indifferenza.

L’assenza di energia elettrica che, oltre a non dare alle abitazioni e agli abitanti quel minimo di comfort di vita “civile”, non consente di generare valore aggiunto producendo e commercializzando la produzione agricola, in genere potenzialmente abbondante; se vi fosse energia, per esempio, per irrigare le culture, oppure per alimentare una “catena del freddo” (celle frigorifere) per lavorare e stoccare gli alimenti. Questo, in un mondo sempre più interconnesso aumenta infatti la loro emarginazione rispetto a 100 anni fa quando tutto era più lento, ma per tutti.

È insomma l’assenza di energia – non quella, quando presente, dei “voraci” ed inquinanti generatori a gasolio che “svuotano tasche già quasi vuote” –, energia pulita, autoprodotta, la “condizione prima” della povertà e delle migrazioni.

Ad oggi mi trovo in Nicaragua per un progetto di cooperazione che interessa una comunità locale di circa 1500 persone e la sua cooperativa locale, privi di rete elettrica e telefonica/internet, in cui i “campesinos” che hanno il cellulare devono percorrere diversi chilometri a cavallo per arrivare su di una collina in cui possono avere connessione telefonica. In questa situazione si trovano centinaia le comunità del solo Nicaragua, in zone isolate e a molte decine di km di distanza dalla rete elettrica nazionale a cui, probabilmente, non saranno mai collegati.

Il costo di allacciamento alla rete elettrica nazionale sarebbe in effetti elevatissimo, anche diverse centinaia di migliaia di dollari, a cui poi si aggiungerebbe il costo di produzione dell’energia elettrica prodotta nelle centrali che bruciano derivati del petrolio; si tratta di investimenti non convenienti per i “liberalizzati” proprietari delle reti nazionali.

In questa situazione l’unica soluzione possibile sarà quella di destinare le risorse finanziarie necessarie al credito per l’autoproduzione e alla gestione di impianti ad energia rinnovabile e pulita, che consenta a queste comunità di uscire dal sottosviluppo.

Sono energie sempre abbondantemente presenti, quella solare, spesso quella eolica e delle biomasse, grazie alle quali vi sarebbero costi di installazione degli impianti di produzione non certo superiori al solo costo dell’evitato allaccio alla rete elettrica nazionale, per poi avere costi manutenzione e gestione irrisori, invece degli altissimi costi di produzione elettrica col petrolio.

Dovrebbero essere allora i paesi europei, l’Ue e la Bei a lanciare un programma per una sorta di “Piano Marshall” per l’Africa. Al di là delle utopie, la cooperazione italiana ed europea potrebbero usare strumenti finanziari adeguati, come sarebbe un “fondo di garanzia”, e rivolgere in questa direzione società pubbliche (come la Sace) per assicurare il credito, per finanziare piccoli – non micro – impianti per fornire energia da rinnovabili e telecomuncazioni a comunità non connesse, a partire dall’Africa sub sahariana; non puntando quindi ad interventi di tipo assistenziale (se non per le emergenze), visto che sono migliaia i casi di piccoli impianti, per esempio fotovoltaici, che “regalati” dopo pochi anni hanno cessato di funzionare, non per rotture ma per una non corretta gestione dei singoli micro impianti.

Occorre puntare ad una piccola “finanza sociale” che più che finanziare il singolo (come è con la microfinanza), finanzi progetti di, e per, le comunità locali, per autoprodursi e gestire impianti energetici autonomi e la connessione alle telecomunicazioni. Bisogna rafforzare il tessuto sociale come quello economico di queste comunità, condizione indispensabile perché i giovani vedano e trovino un futuro nel loro paese, invece di essere costretti a migrazioni di massa.

I “colli di bottiglia” sono infatti due: il credito e l’energia, o meglio, l’assenza dell’uno e dell’altra.

La difficoltà di accedere al credito finanziario per le comunità con economia di sussistenza è dovuta alla scarsità o alla mancanza di garanzie reali, causate dallo stesso essere “economia di sussistenza” che non produce valore aggiunto adeguato, visto che il sistema finanziario tradizionale ‘’fotografa’’ la situazione economica e finanziaria attuale – di sussistenza – e non prende minimamente in considerazione le reali future attività economiche che la disponibilità di energia e le telecomunicazioni permetteranno di concretizzare alle comunità locali, sopratutto se organizzate in forme associate.

Ora, in sostanza, tutto il meccanismo della cooperazione allo sviluppo, almeno in Italia, appare suddiviso in due grandi settori: i grandi progetti infrastrutturali da far eseguire lucrosamente alle grandi imprese (l’elenco sarebbe lungo), e progetti emergenziali a pioggia da far eseguire (a volte lucrosamente e con inquinamenti di carattere para-mafioso) ad un “terzo settore” che forse troppo dipende dalle emergenze, mentre l’uso di strumenti finanziari di garanzia per investimenti comunitari potrebbe avere grande efficacia anche con fondi ridotti perché parliamo di comunità che hanno una reale capacità di autocrescita. Basta dargli “un poco di credito”.

di Lorenzo Partesotti per greenreport.it