Sharing economy in Italia, il nuovo capitalismo è anche buono? Il caso Airbnb spiegato

«Il fenomeno si è sviluppato in una zona d’ombra dell’economia, caratterizzata de facto da evasione fiscale e deregolamentazione»

[20 maggio 2016]

sharing economy

I media hanno dato giustamente risalto al rapporto sulle attività in Italia presentato da Airbnb, la multinazionale che gestisce la nota piattaforma che consente l’affitto di stanze ed appartamenti privati per vacanze. Il titolo è ambizioso (“Fattore Sharing: l’impatto economico di Airbnb in Italia”) e in effetti le cifre sono impressionanti, a dimostrare che anche nel nostro Paese qualcosa di nuovo e di molto rilevante è accaduto nel settore turistico. Stiamo infatti parlando di 3,6 milioni di arrivi nell’ultimo anno.

Il successo, oltre che nella qualità del servizio fornito dalla società fondata meno di otto anni fa a San Francisco, ha le sue radici nell’avere intercettato una domanda che in modo molto frammentato ricerca nuove e diversissime autenticità nella propria esperienza turistica, ma insieme anche un’offerta potenziale di ospitalità, che si “nascondeva” nelle pieghe del patrimonio immobiliare degli italiani.

Il fenomeno Airbnb produce – come sostengono gli estensori del documento – ricchezza e opportunità, ma anche una serie di problemi che ci si ostina a celare dietro la cortina fumogena della “sharing economy”. Non c’è alcun dubbio che Airbnb proponga un modello di business alternativo a quello tradizionale, ma il tentativo di farlo passare come un modello “buono” perché di “condivisione” gioca su un bel po’ di confusioni semantiche e concettuali. Ciò a cui assistiamo non è infatti una condivisione di spazi dettata da motivazioni (prevalentemente, se non esclusivamente) extra-economiche, ma la messa in campo massiccia, efficiente, rapida e a prezzi ultra-competitivi – quindi con effetti dirompenti sul mercato – di una “capacità produttiva” inutilizzata. Non è un capitalismo buono, è solo un capitalismo nuovo.

A quali condizioni ciò sta avvenendo? Il fenomeno si è sviluppato in una zona d’ombra dell’economia, caratterizzata de facto da evasione fiscale (cui solo oggi si comincia a porre parziale rimedio) e deregolamentazione nella destinazione d’uso degli immobili e nelle normative che regolano le strutture alberghiere (sicurezza, lavoro etc.).

Quando Airbnb parla della ricchezza prodotta, ci dà poi una stima “lorda”. Per una valutazione “al netto” bisognerebbe chiedersi quanti di quei turisti sarebbero comunque andati in vacanza nelle località italiane in strutture tradizionali, insomma quanta ricchezza dalla nostra industria turistica si è trasferita nei fatturati stellari di Airbnb e negli introiti dei suoi “host”.

È questo un bene per l’industria italiana del turismo? Gli impatti sull’efficienza del sistema sono certamente benvenuti in un Paese come l’Italia, in cui il turismo troppo spesso vive ancora sulla logica della rendita. Vi è però nel rapporto presentato da Airbnb un messaggio negativo nei confronti del sistema alberghiero, a cominciare dalla caricaturale sovra-rappresentazione dell’eco-sostenibilità degli alloggi privati, confrontata ad una presunta non sostenibilità degli alberghi: 800 piscine olimpioniche di risparmio idrico, 73.000 tonnellate di rifiuti e via dicendo con le statistiche ad effetto. Ed è un messaggio pericoloso (e falso) perché sistematicamente svaluta l’importanza della professionalità delle strutture turistiche “tradizionali” a favore della spontanea e amatoriale gentilezza degli “host” di Airbnb.

Ora tocca però alle imprese dell’ospitalità di dire la loro e soprattutto di reagire nei fatti. Pur colte di sorpresa, le grandi catene alberghiere, anche attraverso un processo di concentrazione a livello globale, stanno ora serrando le fila. Chi rischia di rimanere schiacciato sono le strutture minori, spesso già intrappolate nelle maglie delle “OTA” (le agenzie online), e ora tentate persino dall’infiltrarsi nella accogliente piattaforma californiana.

È il momento in cui invece esse dovrebbero saper ritrovare voglia di innovare e di investire, costruendo efficienza, distintività, qualità del servizio e capacità autonoma di commercializzazione. E qui – mentre a Roma si prepara il Piano nazionale del turismo – sarebbe necessaria una riflessione su dove stia l’interesse collettivo: se in un vero rinnovamento imprenditoriale del turismo italiano oppure nell’industrializzazione eterodiretta del popolo degli affittacamere.