Solo +0,6% per i contratti a tempo indeterminato, che il JobsAct avrebbe dovuto incoraggiare

Vola il lavoro precario in Italia: +11,7% nell’ultimo anno

Dall’occupazione instabile (se non a nero) non possono arrivare spunti di sviluppo sostenibile per il Paese

[31 agosto 2017]

In contemporanea, Eurostat e Istat hanno scattato la fotografia del lavoro nel Vecchio continente (Italia compresa). La prima fonte informa che nell’Ue il tasso di disoccupazione registrato a luglio 2017 è pari al 7,7% – ovvero, 18,916 milioni di disoccupati –, in miglioramento rispetto all’8,5 dell’anno precedente; rimane comunque più alta la disoccupazione tra i giovani, al 16,9% a livello europeo.

Osservata da qui, la performance italiana appare tutt’altro che brillante. Il nostro Paese risulta il terzultimo nell’Ue a 28 per tasso di disoccupazione (all’11,3%, peggiore soltanto in Spagna e Grecia) e nella medesima posizione per quanto riguarda la disoccupazione giovanile (al 35,5%, contro una media Ue del 16,9%, ovvero neanche la metà del dato italiano).

Eppure anche nel contesto nazionale, incrociando un quadro congiunturale favorevole con gli effetti della riforma Fornero che ha innalzato l’età pensionabile, i numeri del mercato del lavoro appaiono in miglioramento. Come informa l’Istat, a luglio gli occupati hanno sfondato il tetto dei 23 milioni, soglia che non veniva oltrepassata dal 2008, era pre-crisi, sebbene la disoccupazione giovanile continui a salire. La partita in corso continua a giovarsi infatti (quasi) tutta sulla fascia d’età degli over 50, o meglio di quelli che rimangono “costretti” a lavoro dalla riforma Fornero e nel mentre non sono stati licenziati.

«Ma il dato più interessante – è il vanto postato su Facebook dal segretario Pd Matteo Renzi – è che da febbraio 2014, inizio dei #MilleGiorni, a oggi sono stati creati 918mila posti di lavoro, di cui 565mila tempo indeterminato (61%)», naturalmente per merito del «JobsAct». Al contrario, i dati Istat pubblicato oggi mostrano che tra luglio 2016 e 2017 ad aumentare siano stati soprattutto gli occupati a termine (dell’11,7%, +286mila) e solo marginalmente i contratti a tempo indeterminato (dello 0,6%, +92mila) che proprio il JobsAct si sarebbe dovuto incaricare di incrementare; una tendenza, questa, che sembra propria del contesto italiano non solo nell’ultimo anno ma proprio dall’inizio dei #MilleGiorni nel 2014, come mostra l’economista Marta Fana partendo dai dati Istat (grafico a fianco).

La crescita insomma sta tornando, ma se non ce ne siamo accorti un motivo c’è. Il lavoro precario quando non a nero e la mancanza di prospettive non consentono al Paese di individuare vie di fuga dal baratro dove si è cacciato, e di certo non offrono spunti di sviluppo sostenibile: la redistribuzione delle risorse disponibili e gli investimenti – in primis pubblici, dato che quelli privati continuano a latitare – in green economy (settore dal quale arriva il 43,9% dei posti di lavoro creati nel 2016) appaiono ancora oggi la migliore opzione in campo per una rinascita italiana, ma anche una strada che la classe dirigente nazionale continua ad essere assai restia a percorrere.