Era un tassello essenziale della politica nucleare giapponese: troppo costoso riavviarlo

Il Giappone rottama il reattore nucleare Monju: è costato 9 miliardi di dollari e ha funzionato 250 giorni

[22 dicembre 2016]

Il reattore nucleare sperimentale Monju,  realizzato a Tsuruga, nella prefettura di ukui, nel Giappone occidentale, avrebbe dovuto funzionare utilizzando in gran parte il combustibile nucleare esaurito delle altre centrali nucleari giapponesi, eliminando così le scorie nucleari. Almeno questa era la promessa della lobby nucleare giapponese e del governo di Tokio, accolta con grandi applausi in girio per il mondo.

Praticamente, Monju  non ha mai funzionato: inaugurato nel 1994 ha avuto subito una serie di problemi,  compresa una perdita di refrigerante nel 1995, e per i successivi 20 anni è stato in gran parte fuori servizio. Questo incredibile fallimento – per molti annunciato – è già costato più di un  trilione di yen, circa  9 miliardi di dollari e ora ce ne vorrebbero molti altri per  riavviarlo, aggiornarlo e metterlo in sicurezza.

Per questo, il capo di gabinetto del governo conservatore e buddista giapponese, Yoshihide Suga, si è presentato col capo metaforicamente ricoperto di cenere nucleare  ad una conferenza stampa e, secondo The Japan Times, ha annunciato: «Abbiamo deciso di smantellare Monju perché il riavvio richiederebbe molto tempo e costi».  Secondo il governo, riavviarlo sarebbe costato almeno  540 miliardi di Yen.

La dismissione del reattore Monju durerà fino al 2047, costerà 375 miliardi di yen (3,2 miliardi di dollari) e produrrà un’altra montagna di scorie nucleari che nessuno sa come gestire. Eppure l’amministrazione comunale di Fukui si oppone la sua dismissione perché il reattore ha fatto incassare un bel po’ di sussidi e incentivi al municipio e fornisce lavoro a diverse persone. Inoltre, la Prefettura di Fukui, ospita una serie di altre centrali atomiche sulla costa del Mar del Giappone, chiuse dopo il terremoto/tsunami dell’11 marzo 2011 e il disastro nucleare di Fukushima Daiichi. Prima dell’annuncio della chiusura di Monju, il governo centrale giapponese aveva incontrato il governatore di Fukui, Issei Nishikawa, che dopo ha detto ai giornalisti  che resta  contrario alla rottamazione del reattore e che la dismissione non può iniziare senza l’approvazione sia della prefettura che del municipio di Tsuruga.

«Il governatore ci ha detto che vuole una spiegazione più approfondita dei meccanismi specifici con cui sarà effettuato lo smantellamento – ha confermato il governo  dopo che la decisione è stata presa – Creeremo occasioni di dialogo con il territorio».

Ma il governatore Nishikawa ribatte che il  governo centrale non ha dato una giustificazione sufficiente per la disattivazione di Monju e che non ha preso abbastanza in considerazione il possibile riavvio del reattore, poi, contraddicendosi, ha accusato la Japan atomic energy agency (Jaea), che gestisce Monju,  di essere incapace di dismettere  in sicurezza il reattore.

Il realtà già nel 2015, dopo le rivelazioni sulla cattiva gestione dell’impianto, compreso lo scandalo emerso sulle mancate ispezioni delle attrezzature nel 2012, l’organismo di regolamentazione nucleare aveva detto che la Jaea non era qualificata a gestire il reattore.

Il ministro della scienza, Hirokazu Matsuno, ha incaricato  il presidente Jaea,  Toshio Kodama, di presentare un piano di dismissione entro aprile 2017  e il governo ha annunciato che prenderà in considerazione pareri tecnici indipendenti  per capire come smantellare Monju.

Il disastro economico, tecnico e politico del reattore  Monju aumenterà la già forte diffidenza dell’opinione pubblica giapponese verso il nucleare, ma il governo nuclearista del Giappone non si arrende nemmeno di fronte a questo disastro economico, Suga ha detto che «Il ciclo del combustibile nucleare è al centro della nostra politica energetica» e il ministro dell’economia, commercio e industria, Hiroshige Seko,  ha detto ai giornalisti che, insieme al ministero della scienza, «Faremo pieno uso delle conoscenze di grande valore e delle competenze acquisite a Monju  per andare avanti con lo sviluppo del reattore veloce, concentrandosi prima sulla creazione di una road map strategica».

D’altronde il governo di centro-destra giapponese aveva promesso che il reattore miracoloso avrebbe risolto i problemi energetici derivanti dalle scarse risorse in combustibili fossili – ma non certo  naturali –  del Giappone. Infatti  il governo liberaldemocratico e del New Komeito sta pensando di sostituire il fallimentare reattore  Monju con un altro reattore veloce, nonostante molti esperti di nucleare dicano che il Giappone dovrebbe rinunciare a questo l programma e  stoccare le scorie nucleari in depositi sotterranei.