La raccolta differenziata della plastica fra narrazioni e fenomenologia

Impianti insufficienti, leve fiscali sbagliate, imballaggi inadatti a essere riciclati: da ormai 20 anni c’è a chi fa comodo far finta di non sapere

[20 luglio 2017]

In vent’anni le cose cambiano. Eccome. Per fare un esempio molto familiare solo vent’anni fa i telefoni cellulari pesavano il doppio, erano grandi il doppio e facevano solo telefonate e messaggi: non esistevano i social network e l’uso delle mail era ancora roba per pochi (ricordate il film con Tom Hanks e Meg Ryan C’è posta per te? Bene, è del 1998). Figurarsi quanto sono cambiate le cose nel mondo dei rifiuti. Sì, perché le raccolte differenziate italiane, ufficiali, compiono esattamente 20 anni. Il decreto Ronchi è del 1997 e nonostante tutte le integrazioni, gli adattamenti, le correzioni, il sistema delle raccolte differenziate – o almeno una sua importante parte – dopo 20 anni sembra oggi a un passo dal collasso.

Ogni filiera è una storia a sé, per carità. C’è chi sta meglio e c’è chi sta peggio. E tra i tanti che non se la passano bene ci sono le plastiche che sono sull’orlo dell’abisso, o meglio sulla vetta delle montagne (di plastica dal basso valore post consumo che nessuno sa dove mettere). Perché un po’ da tutta Italia in questi giorni si levano grida di allarme, prontamente rintuzzate dagli amministratori di turno che buttano acqua sul fuoco, anche se invece è proprio il fuoco che sembra mancare.

Il primo problema riguarda infatti i termovalorizzatori. Quelli italiani, concentrati nell’Italia del Nord e del Centro, sono strapieni e non riescono a rispondere alla domanda di materiale da bruciare che arriva da Corepla. E qui è bene soffermarsi un attimo, per i più distratti: Corepla non è il consorzio per il riciclo delle plastiche, l’acronimo significa Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica.

Ma riciclo e recupero significano la stessa cosa? Eh no, per recupero si intende recupero energeticoE spulciando i rapporti di sostenibilità che Corepla pubblica ogni anno, i dati dicono che grossomodo il 40% degli imballaggi in plastica raccolti in modo differenziato va a riciclo, il 40% va a recupero energetico e il 20% a smaltimento finale. In altre parole: fatte 100 le plastiche delle raccolte differenziate, solo 40 vengono effettivamente riciclate, altre 40 vengono trasformate in energia in un termovalorizzatore, che è sempre meglio della fine del restante 20% che va a smaltimento finale (che tradotto significa discarica).

A questo punto è necessaria una breve pausa: il problema non si scopre oggi, come molti penseranno leggendo il buon articolo lanciato stamani dal Fatto quotidiano. Soltanto, da ormai 20 anni c’è a chi fa comodo far finta di non sapere: per esempio a quei sindaci che si interessano solo della percentuale di raccolta differenziata raggiunta, ma non di quello che succede dopo, ovvero se andrà a riciclo effettivo o meno. Oppure quanti immagino un mondo a rifiuti zero guardando solo alla punta dell’iceberg, la raccolta differenziata: anche se fosse fatta qualitativamente benissimo e al 100% (oggi un miraggio), la raccolta differenziata riguarda appena il 14% di tutti i rifiuti prodotti dall’Italia (suddivisi in un 7% di rifiuti da imballaggio e un altro 7% circa di rifiuti organici). Il resto, compresi gli scarti che anche l’industria del riciclo – come ogni altra attività manifatturiera – produce, spariscono sistematicamente dal radar.

Ma perché avviene tutto ciò, c’è qualche cattivo da incolpare? Le mele marce esistono naturalmente ovunque, ma nel settore dei di rifiuti ci sono né più né meno che da altri parti.

Il problema vero è che gran parte delle plastiche oggi prodotte sono difficili (in molti casi impossibili) da riciclare. L’industria in questi anni ha fatto esattamente il contrario di quello che un’economia ecologica o circolare (che oggi va più di moda) avrebbe richiesto: invece che seguire i principi dell’ecodesign ha sfornato imballaggi sempre più complicati da selezionare e/o da riciclare: imballaggi realizzati in  poliaccoppiato con abbinamenti di materiali diversi e tra loro incompatibili, rivestiti da etichette coprenti, contenenti additivi opacizzanti o coloranti che compromettono pesantemente il riciclo successivo sia a livello tecnico sia economico. E l’elenco non  finisce qui: sono in aumento anche gli imballaggi in piccoli formati sempre più tecnici e performanti sotto alcuni aspetti, ma a discapito della riciclabilità. Aumentano al contempo anche gli imballaggi in bioplastiche, difficili da riconoscere rispetto a quelli in plastica tradizionale, ponendo un problema di altra natura.

Corepla ha tardivamente provato a metterci una pezza insieme al Conai (Consorzio nazionale imballaggi) ha avviato un sistema  di differenziazione del Cac (Contributo ambientale Conai) dove,  teoricamente, gli imballaggi difficili da riciclare avrebbero dovuto essere economicamente penalizzati  con un contributo ambientale più alto. Nella realtà ciò non sta avvenendo poiché abbiamo tra gli imballaggi avvantaggiati tipologie di contenitori che dovrebbero essere penalizzati, e viceversa. Un caso paradossale che non viene penalizzato con una Cac più pesante è quello delle bottiglie in Pet trasparente rivestite da etichette coprenti (che magari sono in Pvc e impediscono ai lettori ottici degli impianti di riconoscere il prezioso Pet che c’è sotto, e che quindi va perso). Di contro un imballaggio che viene ingiustamente penalizzato è il vasetto dello yogurt in polipropilene, che può essere riciclato nel flusso delle poliolefine in alcuni impianti  nazionali all’avanguardia.

Conseguenza inevitabile di questa scoperta dell’acqua calda: tanti cittadini si sentiranno presi in giro e potrebbero smettere di fare la raccolta differenziata. Che è la cosa peggiore che possa accadere, perché molte altre filiere del riciclo funzionano eccome e funziona anche per una parte degli imballaggi in plastica, quelli cosiddetti “nobili” (in Germania, ad esempio, gli imballaggi di plastica che non sono né le nobili bottiglie né i nobili flaconi non vengono raccolti in modo differenziato, ma direttamente avviati a termovalorizzazione).

Per la plastica si è semplicemente evitato di agire e lasciato che il treno, una volta presa velocità –quest’anno l’afflusso degli imballaggi plastici è stato doppio rispetto alle previsioni, grazie all’aumento della raccolta differenziata – andasse a fracassarsi contro il muro. Se non risolviamo il problema della generazione dei rifiuti complessivi (urbani e industriali) a monte, nella fase di progettazione industriale, vanifichiamo sforzi e impegni di chi rema nella giusta direzione. È un processo certamente lungo e complesso, ma fattibile e anzi imprescindibile: se qualcuno ha una soluzione per l’Italia con un occhio al piano per una Nuova economia della plastica, promosso dalla prestigiosa Ellen MacArthur Foundation – che su questi temi lavora a braccetto con l’Unione Europea – batta un colpo. Ma che sia una soluzione vera, perché qui la baracca sta collassando, per tutti. Nel mentre, l’unica possibilità a breve termine è quella di dotare il Paese degli impianti necessari per una gestione sostenibile dei rifiuti che produciamo, senza i tabù che oggi spaziano dagli impianti di selezione a quelli di riciclo o termovalorizzazione, e introdurre le leve fiscali necessarie perché la gerarchia delle 4R (riduzione, riuso, riciclo, recupero di energia) non si persegua soltanto in teoria.

Nella prossima puntata parleremo dunque di un problema nel problema, perché non sono solo i termovalorizzatori ad essere pieni: a cascata ne soffrono anche gli impianti di selezione. A proposito vi dicono nulla le sigle Css e Cc? Nella prossima puntata vi spiegheremo le differenze.