Un verde di sinistra salva la faccia all’Austria e all’Europa

Realacci: «Ambientalismo o barbarie». I Verdi Ue: «Rompere con la pigrizia dello status quo»

[24 maggio 2016]

Austria Danke

Il mite e inflessibile Alexander Van der Bellen, il candidato dei Grünen Österreich che appena eletto ha lasciato la tessera dei Verdi per rappresentare tutta l’Austria, ha sconfitto Norbert Hofer, che non ha mai nascosto le sue idee xenofobe e non ha mai condannato l’ala neonazista della sua Freiheitliche Partei Österreichs (FPÖ), riportandola così ai risultati record che l’estrema destra austriaca aveva già raggiunto a fine anni ’90 quando, con  Jörg Haider, era già diventata il primo partito austriaco e aveva formato un governo con i democristiani del Partito popolare (ÖVP).

Quanti parlano con sorpresa e apprensione  di un nuovo pericolo “nero” in Austria dimenticano quindi che la FPÖ e altre formazioni di destra populista in quel Paese sono da anni – più di 30 – ormai radicate, e che l’avanzata che ha portato l’estrema destra alle porte del palazzo presidenziale di Vienna è stata favorita da alleanze locali (anche con i socialdemocratici della SPÖ) e nazionali con l’ÖVP e soprattutto dall’ultima, ennesima e  tremebonda Grosse Koalition ÖVP- SPÖ che ha cercato di arginare la FPÖ facendosi contaminare dalla paura per i migranti e da un impossibile ritorno all’Austria Felix arroccata dentro i confini di un impero che non esiste più da 150 anni.

E anche l’Italia e l’Europa democratiche che tirano un sospiro di sollievo per l’ennesimo stop sul filo di lana alla vittoria di una destra populista fanno finta di non sapere e di non vedere che quella destra xenofoba è già al potere in Polonia e Ungheria ed è rampante – e spesso governa – in tutta l’Europa orientale e minaccia anche quella occidentale, mentre nomina commissari europei a Bruxelles.

Il voto austriaco è una conferma e segna una svolta perché è ancora una volta il rappresentante di una nuova sinistra – anche ecologista – a fermare la deriva a destra che democristiani e socialdemocratici non riescono ad impedire, ma è anche la conferma che una parte dell’elettorato “moderato” è pronta a votare al ballottaggio per i suadenti estremisti xenofobi come Hofer, e il segno di una crescente frattura sociale che acuisce la crisi di una sinistra “storica”, che ha scelto di immolarsi sul mantenimento dello status quo come unico orizzonte possibile. Un suicidio politico nel nome della “stabilità” e dell’alleanza con forze conservatrici che vedono il liberismo come l’unico e migliore mondo possibile, un harakiri seriale della socialdemocrazia che si ripete dalla Francia, alla Germania, dalla Danimarca alla Spagna.

Anche i terrificanti sondaggi statunitensi, che vedono per la prima volta Hillary Clinton soccombere nella sfida per la presidenza Usa con Donald Trump – uno che fa impallidire la xenofobia neofascista di Hofer – ci dicono quanto sia in crisi e screditata la leadership “progressista” che ha portato a conclusione la strategia neoconservatrice, cercando timidamente di “mitigarla” ma di fatto assumendosi il peso e le colpe di una crisi globale frutto di politiche neoliberiste e anti-progressiste.

È da qui che nasce la crisi dell’establishment europeo e statunitense. È questa mancanza di alternativa che alla fine ha fatto esplodere le destre della patria e del sangue che si nutrono di paura, e che sta facendo faticosamente emergere l’alternativa di una sinistra in vario modo rinnovata, in vario modo radicale, che ha portato alla presidenza della Repubblica dell’Austria un Verde di lungo corso che viene dalla sinistra e che con la vecchia e sfiancata sinistra socialdemocratica non ha più da molto tempo nulla a che fare.

Non a caso i Verdi austriaci hanno costruito molta della loro credibilità sulla lotta al nucleare e poi per lo sviluppo di energie rinnovabili e green economy, mentre oggi si stanno battendo contro il Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership (Ttip) e il Ceta (un no condiviso anche dalla FPÖ). Non a caso gli sconfitti veri di queste elezioni sono  ÖVP- SPÖ, che hanno prima voluto e poi hanno dovuto affossare la politica nucleare austriaca e che hanno continuato a difendere Ttip e Ceta fino alla loro disfatta elettorale.

È probabilmente tutto questo che fa dire ad un osservatore attento come Ermete Realacci (Pd): «Il candidato verde Alexander Van der Bellen ha fermato il pericolo xenofobo e antieuropeista di un Hofer presidente dell’Austria. Verrebbe da dire: ambientalismo o barbarie. Una battaglia giocata sul filo di lana da cui però emerge un segnale chiaro: se vogliono sopravvivere al malcontento diffuso e contrastare la destra populista, le socialdemocrazie europee devono cambiare profilo, dotarsi di personalità che propongano una nuova visione della politica, dell’economia e dell’Europa, meno distante e tecnocratica. Figure capaci di parlare a tutti i cittadini e di portare avanti processi di cambiamento che mettano al centro le sfide del futuro, a cominciare dalla green economy, dalla coesione delle comunità, con una strategia concreta di integrazione europea. Esponenti come Van der Bellen in Austria e Winfried Kretschmann, che ha da poco vinto largamente le elezioni nel Baden Wuttenberg, uno dei Land più popolosi e industriali della Germania. In questo quadro anche personalità come Alexis Tsipras potrebbero contribuire al rinnovamento della nostra idea di Europa, fatta di inclusione, solidarietà ed un’economia a misura d’uomo. E’ un messaggio che vale anche per il Partito Democratico».

È naturalmente molto soddisfatta anche la co-presidente del Partito Verde Europeo Monica Frassoni: «Non possiamo che essere contenti di questo risultato, non solo per l’Austria ma anche per l’Europa. Non è un caso che la campagna di Van der Bellen abbia portato avanti tematiche e priorità radicalmente alternative rispetto a quelle di Norbert Hofer. Per l’ex leader dei Verdi e oggi presidente dell’Austria un’Europa democratica e una società accogliente non è solo possibile, ma assolutamente necessaria per assicurare benessere e coesione. Il neo presidente ha dichiarato che la sua vittoria non significa che l’altra metà dell’Austria sia tutta di estrema destra, ed ha assicurato di volere rappresentare tutto il suo popolo. Siamo certi che, come ha fatto a suo tempo con i Verdi austriaci, saprà riportare calma e unità nel suo paese, ricacciando lontano fantasmi di un passato che nessuno vuole rivivere».

Poi, in una nota congiunta con Reinhard Bütikofer, l’altro co-presidente del Partito Verde Europeo, la Frassoni ha aggiunto: «Ci congratuliamo con Alexander Van der Bellen, con i cittadini dell’Austria e dell’Ue, per l’esito delle elezioni presidenziali. Sarà probabilmente ricordato come uno dei risicati che l’Europa abbia mai visto. E si tratta di un messaggio simbolico decisivo per la più ampia opinione pubblica europea: i valori dell’Europa e i nostri obiettivi repubblicani e democratici condivisi possono essere difesi contro l’insorgente populismo di destra. La narrazione di una inclinazione europea alla destra è di gran lunga sbagliata. Ma, dobbiamo rompere con la pigrizia dello status quo e avviare politiche credibili  e riforme politiche, economiche, sociali e ambientali radicali per combattere con successo l’estremismo. Alexander Van der Bellen sta per affrontare un compito difficile per riunire i cittadini austriaci. Gli auguriamo ogni possibile successo».

Lo sa anche Alexander Van der Bellen – figlio di immigrati – che, nel suo primo discorso da presidente, ha annunciato di voler «unire un popolo troppo diviso»,  ma ha anche detto che non rinuncerà alle sue idee di progresso e giustizia: «L’Austria ha bisogno di una nuova cultura politica che non divida, ma unisca. La diversità è un aspetto positivo purché ci si rispetti. Non dobbiamo scavare fossati, ma chiuderli».

C’è in Van der Bellen un nuovo approccio che è mille miglia lontano dalla politica autoreferenziale e ormai solo urlata nei talk show e tracimante insulti e bufale nelle varie e sempre più esigue tifoserie su Facebook e Twitter: la consapevolezza che l’aspra discussione che coinvolge centinaia di migliaia di austriaci ed europei sull’immigrazione, i diritti, l’economia, l’Europa, non dovrebbe essere vista dalle forze progressiste come qualcosa di negativo, ma come un’occasione per far valere le proprie idee contro politiche reazionarie, per rimettersi in sintonia, per riorganizzare le classi sociali che erano il riferimento della sinistra. «Ci sono ansie diffuse, molti cittadini non si sentono ascoltati e capiti – ha concluso Van der Bellen – Si è molto è parlato delle linee di divisione in questo Paese. Tra destra e sinistra, tra città e campagna, tra interno ed esterno, sopra e sotto, giovani e vecchi. E non tutti credono di poter scoprire cosa separi le linee. Ma penso che si possa anche guardare ad un pareggio, siamo uguali. Ci sono due metà che compongono l’Austria. Una metà è importante quanto l’altra. Potrei dire: tu sei ugualmente importante come me e io sono tanto importante quanto te. E insieme facciamo questa bella Austria».