Il nuovo fondo, Farms, si concentrerà inizialmente su Vicino Oriente e Nordafrica

Dall’Ifad 100 milioni di dollari per assistere rifugiati e le comunità che li accolgono

Opportuno tener conto in egual misura delle necessità degli sfollati e di quelle di coloro che li ospitano

[20 settembre 2016]

Malawi Mozambico rifugiati 1

In concomitanza con il summit delle Nazioni Unite su rifugiati e migranti, apertosi ieri a New York, il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad) – un’istituzione finanziaria internazionale e un’agenzia specializzata Onu con sede a Roma – ha annunciato la creazione di un nuovo strumento finanziario denominato Farms per aiutare rifugiati, sfollati e le comunità che li accolgono ad affrontare la pressione crescente generata nelle aree rurali dall’afflusso di milioni di persone. Lo strumento è stato presentato come uno degli “Impegni all’azione” della Clinton global initiative (Cgi) all’incontro annuale della fondazione: sulla base del modello specifico della Cgi, l’Ifad entrerà in contatto e inizierà a collaborare con i partner internazionali pronti a impegnarsi attivamente.

«Benché nei paesi in via di sviluppo che accolgono rifugiati la necessità più pressante sia l’assistenza umanitaria immediata, che spesso può fare la differenza tra la vita e la morte, la soluzione a lungo termine – ha dichiarato il vicepresidente dell’Ifad, Michel Mordasini – consiste nel promuovere iniziative che tengano conto in egual misura delle necessità degli sfollati e di quelle delle comunità che li accolgono, ed è per questo che riteniamo il Farms particolarmente importante».

Lo strumento per i rifugiati, i migranti, la migrazione forzata e la stabilità rurale (da cui, appunto, Farms) è stato creato per rispondere alla dimensione rurale dell’attuale crisi generata dai grandi spostamenti di rifugiati e sfollati verso le aree rurali dei paesi in via di sviluppo. L’obiettivo iniziale dello strumento è mobilitare 100 milioni di dollari, con l’Ifad che ha già ricevuto richieste di finanziamenti da Giordania, Libano, Sudan e Tunisia per un totale di 15 milioni di dollari: l’Ifad è già al lavoro per associare tali richieste a potenziali donatori.

Il Farms sosterrà quanti vivono nelle campagne dei paesi ospiti, aiutandoli a migliorare la produttività agricola sostenibile, che costituisce la base del loro sostentamento. Le famiglie di rifugiati saranno a loro volta aiutate a sviluppare competenze per inserirsi nel mercato del lavoro e ad aumentare i loro redditi. Saranno inoltre create opportunità economiche nei paesi di origine, così che le persone che sono partite abbiano delle opportunità generatrici di reddito a cui fare ritorno e quelle che rimangono nel paese ospite abbiano la possibilità di rifarsi una vita. Il nuovo strumento mira a creare almeno 1 milione di giornate di lavoro temporaneo e un minimo di 20.000 nuovi posti di lavoro; progetti di infrastrutture per oltre 500 comunità che comprendono strade, sistemi di irrigazione e mercati; una migliore gestione delle risorse naturali; una gamma di corsi di formazione agricola e maggiore accesso ai servizi finanziari.

Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), l’attuale crisi globale di migrazioni forzate ha colpito a livello mondiale la cifra senza precedenti di 65 milioni di persone. Più di un terzo degli sfollati – ossia 22,2 milioni – si trovano nella regione del Vicino Oriente e Nordafrica. Nella sua fase iniziale, il Farms si concentrerà dunque sui 9,7 milioni di sfollati che vivono nelle aree rurali di questa regione del mondo, le cui comunità incontrano grandi difficoltà a soddisfare le proprie necessità essenziali. Nella sola Giordania, sono ospitati oltre 1,4 milioni di rifugiati siriani, il 90 per cento dei quali risiede nelle aree rurali. In Libano, gli sfollati costituiscono quasi il 20 per cento della popolazione rurale del paese.

«Va riconosciuta la dimensione rurale di questa crisi – conclude Mordasini – Molti sfollati vengono dalle aree rurali e si stabiliscono nelle aree rurali dei paesi ospiti, aumentando la pressione su comunità già vulnerabili».