E’ la Puglia le regione che ne emette di più, seguono Lombardia e Sicilia

In calo le emissioni di CO2 delle industrie italiane: –8,2% nel 2013

Pesano crisi economica, diminuzione dei consumi energetici e concorrenza delle rinnovabili

[8 settembre 2014]

EcoWay – primo operatore italiano attivo nella gestione e nel trading dei certificati di CO2 ha presentato il suo “Report emissioni 2013 – 2014”  dal quale  emerge un quadro sicuramente positivo ma anche, in filigrana, la crisi verticale dell’industria del nostro Paese: «Nel 2013 le aziende italiane che partecipano al mercato europeo di scambio delle emissioni di CO2 (Emission Trading Scheme – EU ETS), hanno registrato una diminuzione delle emissioni di gas ad effetto serra pari all’8,2% rispetto al 2012, e una riduzione del 27,3% rispetto al 2005 (anno di entrata in vigore dei limiti imposti dall’Ue). Il livello di emissioni degli impianti industriali  che registrano le maggiori emissioni di CO2 – circa 1.124 in Italia, che producono più del 40% delle emissioni di gas effetto serra totali nazionali – si riduce quindi di 15 milioni di CO2 ton, passando da 179 milioni di CO2e ton nel 2012 a 164 milioni di CO2e ton nel 2013. I permessi ad emettere assegnati nel 2013 alle aziende sono ancora in eccesso (+6,3%) rispetto alle emissioni, anche se il delta si dimezza rispetto al 2012».

La Puglia, con le sue centrali e le sue industrie inquinanti, si conferma la regione con la più alta quota di emissioni di CO2: il 19,5% del totale nazionale, «Anche se  – sottolineano ad EcoWay – tra il 2012 ed il 2013 le emissioni sono calate del 16,3%, pur vedendo la cessazione d’attività di solo un impianto». Al secondo posto delle regioni più inquinanti c’è la “post-industriale” Lombardia (13,3%) e al terzo la Sicilia (11,8%), caratterizzata da una situazione industriale simile a quella pugliese. Il rapporto sottolinea che «Tutte le prime 10 regioni hanno registrato una riduzione delle emissioni tra il 2012 ed il 2013 ad eccezione dell’Emilia Romagna, che aumentando del 58% il numero d’impianti coinvolti (prevalentemente del settore ceramico), vede le proprie emissioni aumentare dell’8,5%, fino a 10.269.000 CO2e ton».

Nel 2013 gli impianti di produzione di energia appartenenti alla categoria “utility” e che fanno capo a circa 80 gruppi societari, sono stati responsabili per oltre il 55% delle emissioni coperte da ETS. Gli impianti di raffinazione (18), contribuiscono invece per il 12% delle emissioni complessive.

Risulta così che il 67% delle emissioni sotto ETS in Italia viene gestito da meno di 100 gruppi societari.

Il settore della calce e del cemento si colloca al terzo posto con il 10%. A seguire il settore della siderurgia e metallurgia (8%); il settore della carta con il 3%, ed i settori del vetro, dei laterizi  e della ceramica (2%).

Le utility sono le industrie a registrare le maggiori diminuzioni (-11,65%)  delle emissioni rispetto al 2012, seguite da altre imprese ad alto consumo energetico:  calce e cemento (-10,94%) e siderurgia (10,88%), due settori in forte crisi.  Anche nelle utility la riduzione delle emissioni non è dovuta ad un qualche virtuosismo, ma soprattutto al calo della domanda di energia ed alla concorrenza delle rinnovabili che negli ultimi anni hanno prodotto progressivo ridimensionamento dell’attività di quasi tutti gli impianti energetici a combustibili fossili, portando ad alcune chiusure di centrali.

Tra il 2012 e 2013 le raffinerie hanno tagliato le loro emissioni del  7% e l’industria del vetro del 4,02%. Calano anche le emissioni dell’industria s della carta, ma solo del 2% nonostante l’uscita dallo schema ETS di 18 impianti (-12% degli impianti del settore). Le uniche industrie che registrano un aumento delle emissioni sono quello della ceramica e laterizi ed il gruppo generico degli impianti di combustione “altro”. Secondo EcoWay, l’aumento «In entrambi i casi è dovuto all’ingresso di nuovi impianti nel raggio d’azione dell’ETS.Si noti infatti che nel 2013 sono entrati nuovi settori in normativa ETS: ceramiche, laterizi, produttori di metalli non ferrosi».

Il rapporto da  un’occhiata anche a livello internazionale, dove continuano a diffondersi strumenti di emission trading  (ma il governo conservatore dell’Australia nel 2014 ha abbandonato il suo)  per la gestione delle politiche di controllo ai cambiamenti climatici. L’EU ETS è diventato il modello anche per Paesi extraeuropei come Kazakistan, Corea del Sud , California e Stati della costa nord-atlantica Usa, Quebec e Alberta in Canada, e la Cina ha avviato schemi ETS pilota nelle province più inquinate e il nel piano quinquennale 2016 – 2021 conterrà la lotta ai cambiamenti climatici e l’adozione di un ETS a livello nazionale.

Guido Busato, Presidente di EcoWay, conclude: «Il sistema ETS, unitamente ad altre politiche di incentivazione alle rinnovabili e di promozione dell’efficienza energetica, ha permesso all’Europa di ridurre le emissioni nell’ultimo decennio sia in relazione al PIL che al numero di abitanti. In termini assoluti i risultati risultano fortemente condizionati dalla contrazione della produzione industriale provocata dal persistere della crisi economica. Il sistema si conferma quindi lo strumento che ha consentito di ridurre le emissioni al minor costo per imprese e collettività, nonostante siano ancora necessarie misure che ne migliorino l’efficacia dando più stabilità al mercato.  Nel 2013 l’ETS è stato peraltro caratterizzato da molte novità sotto il profilo tecnico-amministrativo che hanno comportato difficoltà di implementazione per le aziende italiane, contrariamente all’esigenza più volte espressa dalle stesse di maggiore semplificazione burocratica. A livello europeo, l’Unione ha iniziato a gestire un articolato processo di armonizzazione dei regolamenti e degli strumenti operativi in tutti gli Stati membri che ancora oggi è in via di definizione. L’ETS sembra aver riguadagnato nell’ultimo anno consenso politico presso le Istituzioni europee, e il nuovo Parlamento Ue si sta avviando verso un articolato percorso di riforme che – auspichiamo – possano portare ad una convergenza a livello europeo degli obiettivi sul clima e sull’energia, definendo una strategia energetico-ambientale unica a livello comunitario».