Ecoballe, lontano dagli occhi lontano dal cuore

Avviata la rimozione dalla Campania, per andare dove? Gli impianti sul territorio non ci sono

[31 maggio 2016]

ecoballe campania

«Con l’avvio dell’operazione di rimozione delle ecoballe in Campania, parte la sfida. Una sfida storica». Il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, ieri ha salutato così l’inizio delle operazioni in corso a Taverna del Re – tra le province di Napoli e Caserta – che dovranno rimuovere le prime 300mila tonnellate circa di rifiuti ancora lì stipati, ormai da lungo tempo. «Comincia questa mattina – rincara il governatore con una delle iperboli a lui care – un’operazione che porterà alla cancellazione della Terra dei fuochi, e vedremo nascere qui la Terra dei fiori»

Dopo anni di ignavia, il problema delle ecoballe torna così alla ribalta della cronaca. Di che cosa si tratta, in concreto? Dietro il neologismo “ecoballe” si nascondono, secondo stime diffuse dal ministero dell’Ambiente, 5,6 milioni di tonnellate di rifiuti tritovagliati stoccati lungo il territorio campano dal 2001 al 2009. Si tratta di rifiuti non pericolosi, compattati in un totale di 4,2 milioni di ecoballe, che possiedono un potere calorifico tale (Pci compreso tra 8.600 e 13.500 kJ/kg) da giustificare l’invio a termovalorizzazione. «La combustione dei rifiuti e il recupero dell’energia in essi contenuta sono di gran lunga preferibili allo smaltimento in discarica», ricorda il ministero dell’Ambiente, suggerendo la realizzazione di un nuovo impianto «con potenzialità paragonabile a quello di Acerra». Per costruirlo la stima data dal dicastero sono 4 anni, più altri 8 per termovalizzare le ecoballe.

Il trasferimento in impianti di altre regioni, oppure all’estero, è un’ipotesi percorribile anche se «i costi di conferimento risultano aggravati dai costi di trasporto», oltre che opinabile dal punto di vista dell’impatto ambientale complessivo perché contraddice i principi di autosufficienza e prossimità», anche se potrebbe «aiutare a mitigare l’impatto sociale delle altre scelte da calare sul territorio e dunque migliorare l’accettabilità generale del piano complessivo di gestione».

Proprio questa sembra la via scelta da governo nazionale e regionale. Dove se ne andranno infatti le ecoballe cui il presidente De Luca dice addio? Secondo lo schema fornito dalla Regione, andranno «presso impianti nazionali», oppure caricate prima su mezzi terrestri, poi su navi e infine destinati a «impianti esteri». Quali? Non è chiaro. Il Corriere del Mezzogiorno parla di Spagna, Portogallo e Romania, precisando poi che da Bucarest – interpellati – dicono però di non saperne nulla.

Da qualche parte le ecoballe andranno, non sembra però importare poi molto dove. D’altronde pare una scelta coerente con quanto in Italia si fa da sempre, più o meno alla chetichella. Un determinante contributo per scacciare le immagini della munnezza che invadeva pochi anni fa la città di Napoli è arrivata dalle chiatte, cui è affidato il trasporto dei rifiuti prima in Olanda e poi alle Baleari: meta turistica d’eccellenza, dove vengono termovalorizzate senza suscitare scandali o proteste, anche da parte dei turisti italiani.

Un modus operandi tutto campano? Certo che no. In tutta Italia milioni di rifiuti speciali e pericolosi, si pensi all’amianto, vengono spediti ogni anno (dietro lauto compenso) a impianti oltreconfini, che trattino i nostri scarti che produciamo ma non vogliamo poi d’intorno.

Tornando al caso specifico delle ecoballe, in Campania come noto mancano gli impianti, non solo di termovalorizzazione (mentre altrove in Italia ci sono e risultano oggi sovradimensionati, ma tradizionalmente restii per resistenze locali ad accogliere rifiuti da altre parti dello Stivale). De Luca ha promesso «nel giro di due anni dieci impianti di compostaggio per la lavorazione dell’umido. Questo ci consentirà di avere un ciclo dei rifiuti totalmente autonomo». Al di là della portata più o meno realistica di questa affermazione, è bene sottolineare che tali impianti non potranno certo smaltire le ecoballe accumulate negli anni, semmai saranno utili a non ingigantire ulteriormente il problema; inoltre non sarà indifferente verificare la qualità dell’umido raccolto, che se non sarà tanto buona da trovare un mercato come compost continuerà ad essere un problema più che una soluzione.

Senza contare che oltre all’umido, ovviamente, c’è di più. Da Legambiente Campania ricordano  «le ecoballe sono solo la punta dell’icerberg. In tempi altrettanto celeri è imprescindibile mettere mano alla bonifica del territorio, contaminato da decenni di sversamenti e di roghi. Necessario, insomma, attuare concretamente il ciclo integrato delle responsabilità». Nel frattempo, come snocciolato dal governatore della Campania, in questi anni «si è sprecato un miliardo e mezzo di euro» per la “perenne emergenza” rifiuti sul territorio regionale, e circa un altro mezzo miliardo di euro è stato individuato nell’ultima legge di Stabilità proprio per iniziare a rimuovere le ecoballe. Una somma che, non è difficile prevedere, potrà facilmente tornare a gonfiarsi.