Il “trio micidiale”: acidificazione, anossia e riscaldamento

Sempre più critico lo stato degli oceani

Rapporto Ispo/Iucn: «Cambiamenti nella capacità dell'oceano di sostenere la vita sulla Terra»

[7 ottobre 2013]

Un team internazionale di scienziati marini, dell’International Programme on the State of the Ocean (Ipso) dell’Università di Oxford e dell’Iucn ha lanciato un nuovo preoccupane allarme sul degrado ambientale degli oceani e su impatti che sembrano progredire molto più velocemente di quanto si pensasse.

Il rapporto “The State of  the Ocean 2013: Perils, Prognoses and Proposals”,  un aggiornamento dei fattori di stress di origine antropica che va oltre le conclusioni del rapporto presentato pochi giorni prima dall’Ipcc,  conferma che gli oceani stanno assorbendo gran parte del global warming e livelli senza precedenti di CO2, ma Ipso ed Iucn avvertono che «L’impatto cumulativo di questi con altri fattori di stress dell’oceano è molto più grave rispetto alle stime precedenti». Infatti, «Con il calo dei livelli di ossigeno nel mare causato dai cambiamenti climatici e dal “run-off” dell’azoto, in combinazione con altre forme di inquinamento chimico e la dilagante pesca eccessiva stanno minando la capacità dell’oceano di resistere a queste cosiddette “carbon perturbations”, il che significa il suo ruolo di “’buffer”  della Terra è seriamente compromesso».

Alex Rogers del Somerville College di Oxford e direttore scientifico dell’Ispo spiega che «La salute del mare sta precipitando a spirale verso il basso molto più rapidamente di quanto pensavamo. Stiamo assistendo ad una cambiamento maggiore, che accade più velocemente e i cui effetti sono più imminente di quanto precedentemente anticipato. La situazione dovrebbe gravemente preoccupare tutti, dal momento che tutti saranno interessati dai cambiamenti nella capacità dell’oceano di sostenere la vita sulla Terra».

I risultati, pubblicati da Marine Pollution Bulletin, fanno parte di un processo di valutazione continua supervisionato dall’Ipso. Il precedente aggiornamento del 2011 aveva avvertito del pericolo di estinzione “globalmente significativa” delle specie marine, ma dopo essere stato pubblicato sui mondiali, citato in audizioni presso all’Onu ed al Senato Usa ed al Parlamento europeo, è finito tra le molte cose preoccupanti “dimenticate”.

Eppure, come sottolinea Dan Laffoley  dell’Iucn  «Ciò che questi ultimi rapporti rendono assolutamente chiaro è che rinviare l’azione aumenterà i costi in futuro e porterà a ancora maggiori, forse irreversibili, perdite. Il rapporto sul clima delle Nazioni Unite ha confermato che l’oceano risente dei cambiamenti indotti dall’uomo nel nostro pianeta. Questi risultati ci danno un maggior motivo di allarme, ma anche una roadmap per agire. Dobbiamo utilizzarli». Ipso ed Iucn hanno individuato un “trio micidiale”  di fattori di stress degli oceani.

Carenza di ossigeno: si stanno accumulando  le prove che lo stock di ossigeno dell’oceano sta progressivamente diminuendo. Le previsioni  dicono che il contenuto di ossigeno negli oceani entro il 2100 subirà un calo tral’1 e il 7%. Questo sta avvenendo in due modi: una vasta tendenza alla diminuzione dei livelli di ossigeno negli oceani tropicali e nelle aree del Pacifico settentrionale negli ultimi 50 anni, causata dal global warming; il drammatico aumento dell’ipossia costiera associata all’eutrofizzazione, causate dal deflusso in mare dei nutrienti di origine agricola e delle acque reflue.

Acidificazione: se continueranno gli attuali livelli di emissioni di CO2, dobbiamo aspettarci conseguenze estremamente gravi per la vita marina, con ricadute sulla disponibilità di cibo e sulla protezione delle coste. Con  concentrazioni di CO2 di 450-500 ppm, secondo proiezioni per il 2030 – 2050, il processo erosivo supererà la calcificazione dei coralli che permette la costruzione della barriera corallina, causando l’estinzione di alcune specie e di declino della biodiversità globale.

Riscaldamento: come ha ben chiarito i quinto rapporto Ipcc, il mare si è caricato il peso del riscaldamento del sistema climatico, con conseguenze fisiche e biogeochimiche dirette e ben documentate. L’impatto che il riscaldamento avrà nel decennio del 2050 comprende: riduzione di ghiacci stagionali, compresa la  scomparsa del ghiaccio marino artico estivo intorno al 2037, aumento della stratificazione dei livelli oceanici, con conseguente diminuzione di ossigeno, maggiori fuoruscite di metano dai fondali marini artici (un fattore non considerato dall’Ipcc), maggiore incidenza di episodi di anossia ed ipossia.

Questo “trio micidiale”  colpirà duramente la produttività e l’efficienza del sistema oceanico, visto che riguarda temperature, chimica, stratificazione superficiale, nutrienti ed ossigeno, il che significa che molti organismi si troveranno in ambienti non più adatti e che questi impatti avranno conseguenze a cascata per la biologia marina, compresa l’alterazione della dinamica della catena alimentare e la diffusione di agenti patogeni.

Intanto continua la pesca eccessiva che mina ulteriormente la resilienza dei sistemi oceanici e, nonostante alcuni miglioramenti in gran parte dei mari dei Paesi sviluppati, contrariamente a quanto afferma qualcuno, «La gestione della pesca non riesce ancora a fermare il declino delle specie chiave ed i danni agli ecosistemi dai quali dipende la vita marina», dice il rapporto . Nel 2012 la Fao spiegò che il 70% delle popolazioni ittiche mondiali sono sfruttati in maniera non sostenibile e che il 30% degli stock ittici ha ormai una biomassa crollata a meno del 10% dei livelli “unfished”. Una recente valutazione globale sulla  conformità con l’articlo 7 (fishery management) del FAO Code of Conduct for Responsible Fisheries del ha messo il 60% dei Paesi del mondo nella categoria “fallimento”, mentre nessun Paese ha ottenuto complessivamente la classificazione “buono”.

Gli scienziati marini dicono che i governi mondiali devono:

Ridurre le emissioni globali di C02 per limitare l’aumento della temperatura a meno di 2° C o al di sotto di 450 CO2 equivalenti. «Gli attuali obiettivi di riduzione delle emissioni di carbonio sono insufficienti in termini di garanzia di sopravvivenza della barriera corallina e di altri effetti biologici di acidificazione, soprattutto in quanto c’è un intervallo di tempo di diversi decenni tra la CO2 atmosferica e la CO2 disciolta nell’oceano – dicono i ricercatori di Ipso ed Iucn –  I potenziali effetti a catena dei cambiamenti climatici nel mare, come la  liberazione di metano dallo scioglimento del permafrost e lo sbiancamento dei coralli, significano che le conseguenze per la vita umana e l’oceano potrebbe essere anche peggiore rispetto a quanto attualmente calcolato».

Garantire l’effettiva messa in opera di sistemi di gestione basati sulle comunità, favorendo la piccola pesca. Lo studio fa esempi di misure su vasta scala che includono l’introduzione di una vera co-gestione delle risorse con le comunità, eliminando i sussidi dannosi che portano al sovra-capacità, la protezione degli ecosistemi marini vulnerabili, il divieto degli attrezzi da pesca più distruttivi e la lotta contro la pesca illegale e non regolamentata.

Costruire una infrastruttura globale per il governo del mare aperto e soprattutto «Ottenere un nuovo accordo attuativo per la conservazione e l’uso sostenibile della biodiversità nelle zone non soggette a giurisdizione nazionale sotto l’egida dell’United Nations Convention on the Law of the Sea (Unclos)».