Governo del territorio, Morisi agli architetti: «Essenziale è il come fermare il consumo di suolo»

[13 dicembre 2013]

Prosegue il dibattito/scontro sulla nuova legge per il governo del territorio. Professor Morisi cosa risponde alla dura reprimenda dell’Ordine fiorentino degli architetti?

«E’ una reprimenda che accolgo serenamente. Fare lobbying non ha nulla di peccaminoso in sé ma è parte costitutiva di qualunque processo legislativo pluralistico. Né, per essere tali, le attività di pressione devono assumere forme occulte. Anzi, là dove sono ben disciplinate in ordinamenti più civili del nostro, esse sono vincolate alla trasparenza dei contributi alla discussione pubblica, tra cui le audizioni nelle aule parlamentari. Per cui non si vede perché un’organizzazione d’interessi, quale che sia la sua natura giuridica e per quanto radicata sia la sua matrice corporativa, debba adontarsi se qualcuno associa la sua azione, proprio nelle forme utilizzate (tra cui anche il documento presentato al Consiglio regionale e la stessa polemica su queste pagine) a una simile visione di pluralismo espressivo. Inoltre, è appena il caso di rammentare che la vigente legge 1 e le norme regolamentari correlateinibiscono al garante regionale di promuovere qualunque iniziativa informativa e partecipativa che interferisca con la formazione di un atto legislativo: per cui è inutile lamentare una simile mancanza dato che, semplicemente, quella mancanza non ha alternative nelle regole date.Conosco l’obiezione: quando si è trattato di rinnovare la legge sulla partecipazione la nuova disciplina si è potuta avvalere di un percorso informativo e partecipativo preliminare, ma non a caso esso era previsto nella precedente legge regionale sulla materia. Osservo poi, e questo l’ho scritto nel mio intervento contestato dall’Ordine, che sarebbe auspicabile che nella procedura concertativa preliminare anche gli ordini trovassero una loro legittima capacità di essere ascoltati e di poter interloquire con il proponente regionale come avviene a favore di altre categorie di interessi. Ma, ad oggi,tale possibilità normativamente a me non risulta né può supplirvi l’ufficio del garante dati i vincoli normativi in cui si muove. D’altra parte nella formazione della legge il sovrano è il Consiglio. Dunque, bene si spiega perché proprio sul Consiglio si accentrino capacità indeterminate di consultazione e di ascolto, dato che è il parlamento della comunità regionalea dover integrare in un disegno di rappresentanza e di visione generali le sollecitazioni parziali degli interessi in gioco. Per cui il Consiglio, quando ascolta gli Ordini professionali, non fa altro che il proprio “mestiere” istituzionale. Dove stia lo scandalo di constatazioni consimili francamente mi sfugge».

Gli ordini sollevano argomenti che meritano un approfondimento. Da una parte l’edilizia e le infrastrutture, dall’altra l’agricoltura: la Regione quale idea di futuro per il territorio porta avanti? C’è chi vede nella nuova legge un blocco per entrambi i fronti.

«Partiamo dal presupposto. Non mi pare che fermare il consumo di suolo sia una scelta pacifica e una priorità “ovviamente” condivisa. E’ come col razzismo: tutti lo ripudiano a parole poi, nell’anonimato delle curve da stadio o dei quartieri ghetto, chi di dovere si organizza. Se il contenimento del consumo di suolo fosse una solida acquisizione collettiva e professionale il dibattito non sarebbe così aspro e ricco di contrapposizioni. Al netto delle mail di solidarietà di tanti urbanisti che ho ricevuto rispetto alla reprimendadell’Ordine fiorentino degli architetti, vedo ad esempio il documento a sostegno della nuova legge sottoscritto da studiosi dei più diversi orientamenti culturali (quali Marco Cammelli, Giovanni Caudo, Vezio De Lucia, Salvatore Lo Balbo, Paolo Maddalena, Giampiero Maracchi, EdoardoSalzano Alberto Asor Rosa, Paolo Baldeschi, Piero Bevilacqua, Roberto Camagni, Vittorio Emiliani, Domenico Finiguerra, Roberto Gambino, Maria Cristina Gibelli, Maria Pia Guermandi, Alberto Magnaghi, Oscar Mancini, Giorgio Nebbia, Tomaso Montanari, Massimo Quaini, Salvatore Settis, Renato Soru). Con esso si esprime un giudizio opposto a quello degli Ordini che paiono avversare l’iniziativa della Giunta – tra i quali, osservo, non vi sono i geologi e, conoscendo il loro rigore analitico, la loro assenza non dev’essere casuale. E’ evidente che il “come” possiamo bloccare il consumo di suolo è questione essenziale. E qui la legge vuole configurare taleobiettivo come opzione non negoziabile, a differenza di quanto la legge vigente consente nella sua applicazione. Ne deriva un meccanismo di governo apposito a tutela di quella stessa opzione di base. Che non va trattata in modo caricaturale (si all’agricoltura, no ad edilizia o a infrastrutture) bensì come una diversa visione della crescita e delle sue leve.

Il patrimonio territoriale e la sua tutela diventano il pernio, anzi il ponte, per un nuovo legame tra contenimento fisico e qualificazione insediativa e funzionale della città, da un lato, e nuove opportunità di sviluppo in vecchi e nuovi territori rurali (di pianura, montani o collinari che siano) dall’altro. Progetti di territorio come ad esempio il Parco della Piana, quali ponti anche infrastrutturali oltre che rurali tra le città principali di cui si compone la metropoli fiorentino-pratese-pistoiese, ovvero progetti di riqualificazione di territori complessi e ipercritici come ad esempio l’agglomerazioneapuoversiliese, possono dar conto di ciò che la nuova legge intende favorire e impedire, e con maggiore chiarezza strategica e strumentale di quanto oggi possibile. E’ ovvio che se tutto si gioca sul quantum di adempimenti procedurali ne derivi sul tavolo del pianificatore, nessuna legge vecchia o nuova apparirà mai all’altezza delle attese – che so bene non sono quelle degli Ordini professionali – di un governo del territorio senza regole e per l’appunto senza governo. Se invece la riflessione si sgancia dalle pulsioni congiunturali e riesce a pensare “lungo” proprio come i momenti di crisi più acuta suggeriscono, e tutti fanno la loro parte sviluppando al meglio lapropria professionalità, allora c’è speranza e vi sono opportunità per tutti. Mi succede da qualche anno che neolaureati anche in architettura mi chiedano dove andare nel mondo …a me, che non sono un architetto e che intuiscocosa sia la pianificazione territoriale. C’è da pensare. E’ una sfida che chiama in causa nuove responsabilità formative e nuove capacità professionali anche al di fuori dei consueti recinti disciplinari. La proposta di legge toscana può servire anche a questo».

Ai costi del fare male una determinata opera sul territorio si aggiungono talvolta quelli del non fare: con la nuova legge c’è il rischio paventato dagli ordini di rendere più accidentata la predisposizione degli strumenti urbanistici?

«Beh, a volte il non fare può essere un buon esito purché strategicamente argomentato e consapevole. A volte, in luogo del non fare si possono pazientemente costruire le condizioni per fare meno perché si può far meglio.Provengo da una vecchia tradizione culturale di cui sono molto orgoglioso e che mi ha insegnato che le politiche pubbliche non sono annunci né eventi mediatici ma processi complessi che richiedono capacità di correzione, revisione e miglioramento. E sulla base di analisi e dati di fatto, non di pregiudizi. Esiste un diagramma di flusso che ci dica se, come e perché la nuova legge renda più complicata la vita ad amministrazioni e tecnici? E se anche qualcuno credibilmente lo esibisse sulla base di una qualche meritoria simulazione, quale parametro di valutazione si dovrebbe adottare per giudicare le possibili alternative? Credo ovviamente l’efficacia rispetto alle finalità conclamate dalla nuova legge. A cominciare, per l’appunto, da quel blocco del consumo di suolo: che non è un vezzo culturale ma una necessità assoluta se questa regione non vuole più celebrare i morti, le rovine e i costi finanziari e collettivi delle alluvioni e delle altre catastrofi che con sempre maggiore intensità imperversano sul suo territorio. Ma se non vuole neppure affogare le proprie città nello sprawl metropolitano smarrendo la propria riconoscibilità tanto locale quanto planetaria. Il tutto al netto di qualunque altra considerazione paesaggistica. Ebbene credo che quell’esercizio di valutazioni comparativa delle possibili strumentazioni tecniche vada fatto: non a caso la messa in opera della legge prevede importanti adempimenti regolamentari che non potranno non vedere il contributo di tutte le competenze tecniche in gioco. Né è un caso che la legge assuma il proprio automonitoraggio periodico e partecipato come modalità ordinaria della sua stessa applicazione».

In Italia le istituzioni vengono solitamente attaccate tacciandole di sviluppismo, mentre stavolta la critica – da più fronti – sembra addirittura ribaltata, diretta verso un atteggiamento tacciato come troppo conservatore: cosa risponde agli allarmi di una «decrescita infelice» alle porte per il territorio?

«E’ una bella domanda. Testimonia lo stato confusionale in cui la crisi ci ha gettato. Non dimentichiamo Eistein, “…è nella crisi che sorgono l’inventiva, le scoperte, le grandi strategie, chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato”. Ossia, non è sprecando suolo, territorio, ruralità e città che usciamo dalla crisi. Al contrario, occorre preservare il valore e i valori che quei beni comuni racchiudono e far leva su ciò che possono sprigionare di nuovo. Con la pazienza, il risparmio, la manutenzione e una duttile e partecipata progettazione per il lungo periodo. Nulla è più miopementedilapidatorio che un uso congiunturale delle risorse territoriali. L’Italia lo hafatto tante volte e in molti luoghi nella sua storia repubblicana, coniugando costruttori, finanzieri, faccendieri, pianificatori, legislatori compiacenti(….sono queste le mani sulle città più devastate). Ora non se lo può più permettere, non per buonismo ambientaldemocratico, ma perché non può più distruggere il suo patrimonio primario proprio perché sta raschiando il fondo di quello finanziario. Ed è anche per questo che la proposta toscana suscita molto interesse in ambito nazionale. Io, purtroppo, l’ho conosciuto solo nell’ultimissima parte della sua vita ma ricordo un ottimo urbanista toscano e italiano che si chiamava Romano Viviani e che amava rammentare che la chiave non sono i buoni urbanisti (architetti o meno che siano) ma -pregiudizialmente – i buoni amministratori. Ecco, la nuova legge si rivolge in primo luogo a loro (a cominciare dagli stessi amministratori regionali) e al loro mandato di rappresentanza e di visione generale. E bene ha fatto l’Amministrazione regionale a tenerne conto in massima misura nella predisposizione della sua iniziativa legislativa. Posso ora consentirmi un minuscolo postscriptum personale?»

Prego.

«Tranquillizzo chi non conosce il ruolo del garante regionale e la sostanza del mio lavoro: avevo a suo tempo rimesso in anticipo sulla sua scadenza il mio mandato, che ha durata normativamente prevista (5 anni), in quanto risalente all’ultima parte della precedente legislatura e al suo governo: mi è stato chiesto di dal governo successivo di accompagnare con le dovute attività di informazione e partecipazione importanti e successivi procedimenti di pianificazione regionale in atto, come la variante al Pit per il Parco della piana e la qualificazione aeroportuale, il Piano dei rifiuti, il nuovo Piano paesaggistico regionale, il Piano territoriale del Parco delle Apuane, il Piano per le attività estrattive, insieme ad una serie di atti di livello settoriale e locale correlati all’applicazione del Pit. E’ quanto sto facendo, come molti cittadini toscani e le loro associazioni possono testimoniare. Ma rassicurol’Ordine fiorentino degli architetti: manca ormai poco al mio congedo».