L’innalzamento del mare mette a rischio le infrastrutture che si affacciano sul Mediterraneo

Negli ultimi mille anni è il Mare Nostrum si alzato di 33 cm, ma tra soli 83 anni triplicheranno

[19 giugno 2017]

Il cambiamento climatico nell’area del Mediterraneo sta accelerando, come mostra inequivocabilmente il caso italiano, e con esso cresce in modo esponenziale l’innalzamento del livello del mare. Come documentato da uno studio internazionale coordinato dall’Enea, negli ultimi 1000 anni le acque del Mediterraneo si sono innalzate da un minimo di 6 a un massimo di 33 cm, ma basterà aspettare solo altri 83 anni per veder triplicare i centimetri.

Un fenomeno che pone le coste italiane in particolare pericolo. «In Italia – ha spiegato in proposito Fabrizio Antonioli dell’Enea, coordinatore dello studio – sono 33 le aree a rischio a causa dell’aumento del livello del mare. Le aree più estese si trovano sulla costa settentrionale del mare Adriatico tra Trieste e Ravenna, altre aree particolarmente vulnerabili sono le pianure costiere della Versilia, di Fiumicino, le Piane Pontina e di Fondi, del Sele e del Volturno, l’area costiera di Catania e quelle di Cagliari e Oristano. Il massimo aumento del livello delle acque è atteso nel Nord Adriatico dove la somma del mare che sale e della costa che scende raggiungerà valori compresi tra 90 e 140 centimetri», ma moltissime altre zone lungo lo Stivale – ad esempio in Toscana – sono sottoposte ad alto rischio a causa dell’innalzamento del mare provocato dal cambiamento climatico.

Se rimane indispensabile lottare contro il riscaldamento globale mettendo urgentemente in pratica una transizione verso economie low-carbon, è altrettanto cruciale per i decisori politici rendersi conto che ormai parte del danno è fatta, e non sarà possibile evitare del tutto un innalzamento del mare che – nei fatti – è già abbondantemente iniziato. Alla luce di questi fatti, accanto alle politiche di mitigazione dei cambiamenti climatici assumono crescente importanza complementari strategie di adattamento.

È quanto, da ultimo, mette in evidenza l’Ocse con il suo rapporto Climate-resilient infrastructure, analizzato oggi dall’Arpat: «Le reti infrastrutturali (energia, trasporti, risorse idriche) sono ad alto impiego di capitale e durature nel tempo, per cui – sintetizza l’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana – le decisioni prese in un dato momento sulla loro posizione, design e funzionamento, determineranno il loro grado di resilienza agli effetti del cambiamento climatico nel tempo».

Inondazioni, maree, intrusioni saline ed erosione costiera sono solo i principali effetti dell’innalzamento del mare cui le infrastrutture di oggi e domani dovranno far fronte, secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Effetti di cui è necessario tener conto fin da subito, in modo da non trovarsi entro pochi anni di fronte a infrastrutture divorate dalle acque, con immaginabili e catastrofiche conseguenze.

Per incrementare la resilienza delle infrastrutture, raccomanda l’Ocse ai governi nazionali, è necessario in primis «prendere in considerazione i rischi climatici quando si effettuano investimenti nel settore pubblico», assicurarsi che «le aziende pubbliche, le associazioni professionali e le autorità di controllo abbiano una sufficiente capacità di utilizzare le proiezioni sul clima», allineare «le politiche di pianificazione urbanistica, gli standard tecnici nazionali ed internazionali, le politiche economiche e i regolamenti a sostegno della resilienza delle infrastrutture», e infine «aumentare il profilo della divulgazione del rischio climatico incoraggiando la partecipazione a iniziative volontarie, sostenendo lo sviluppo di approcci comuni a livello internazionale e adoperare le informazioni raccolte sui rischi durante la pianificazione all’adattamento climatico a livello nazionale». Prima che sia tardi.