Il «commercio equo» oggi serve all’acciaio Ue. A Bruxelles 15mila lavoratori in protesta

Sindacati e industriali uniti per chiedere alla Commissione un’azione più incisiva a tutela della manifattura continentale

[10 novembre 2016]

acciaio-bruxelles

Per osservare da vicino il cortocircuito della globalizzazione che ha contribuito all’elezione di Donald Trump come 45esimo presidente degli Usa ieri, a Bruxelles, bastava affacciarsi dal palazzo che ospita la Commissione europea. Mentre all’interno dell’edificio veniva presentato un tiepido e – evidentemente – insoddisfacente meccanismo di revisione della politica anti-dumping continentale, in strada c’erano oltre 15mila lavoratori a reclamare un «commercio equo» (fair trade) per i propri prodotti. Non caffè o cacao provenienti dai Paesi in via di sviluppo, ma acciaio sfornato dagli impianti siderurgici Ue.

Impianti dove negli ultimi sette anni di crisi si sono persi 80mila posti di lavoro, anche a causa dell’acciaio che – quello si proveniente da (ex) Paesi in via di sviluppo, in primis la Cina – inonda i mercati mondiali a prezzi insostenibili per l’industria europea. È made in China la metà dell’acciaio mondiale, e quello che il Paese da solo non riesce a consumare vale 28 volte la produzione italiana, o due volte quella di tutta Europa. A prezzi naturalmente molto più bassi.

Stando così le cose il mondo dell’acciaio europeo teme che la sempre più concreta possibilità che al gigante asiatico venga riconosciuto lo status di economia di mercato (Mes) non faccia che precipitare la situazione e, dopo la maxi protesta inscenata ancora a Bruxelles lo scorso febbraio, ieri industriali e sindacati sono tornati (insieme) a far sentire la loro voce. Anche dall’Italia è partita una folta delegazione, composta dai rappresentati sindacali dei più importanti siti siderurgici italiani tra cui l’Ilva di Taranto, l’Ast di Terni , della ex Lucchini, della Tenaris Dalmine, di Riva Acciaio.

«Siamo qui – ha dichiarato il segretario generale della Fim Cisl Marco Bentivogli, alla testa della delegazione dei metalmeccanici italiani –  perché il futuro dell’industria europea riparte dal rilancio dell’industria primaria, che in questi anni ha perso terreno anche a causa della concorrenza sleale di prodotti, tra l’altro non garantiti, provenienti dalla Cina. È importante che l’Europa capisca che il settore della siderurgia e dell’acciaio è fondamentale per mantenere la sovranità industriale del continente».

La richiesta dell’industria siderurgica, rappresentata da IndustriAll, si articola in 6 punti: no al dumping, a favore del commercio equo; efficaci strumenti di difesa commerciale; una politica industriale proattiva per sostenere l’industria siderurgica; più e migliori posti di lavoro nel settore; modernizzare (e non tagliare) gli impianti produttivi europei; un mercato delle emissioni climalteranti (Ets) che sostenga sia l’ambiente sia i posti di lavoro.

Se è unanime la condanna dell’austerità come della «ingenuità» europea in fatto di politica commerciale, sarebbe deleterio se l’attenzione sugli standard ambientali si concretizzasse in un allentamento della politica climatica a favore della capacità produttiva europea, dato che già esistono ottime dimostrazioni – sia dal punto di vista energetico ed emissivo come da quello del risparmio di materie prime a favore di quelle riciclate – di come una produzione più sostenibile possa (e debba) diventare un fattore di competitività. Quel che è certo è che una riflessione a unitaria su questi temi sarebbe più che utile tra sindacati, industriali e istituzioni all’interno del nostro Paese e non solo a Bruxelles. Prendendo spunto dalle criticità aperte a Piombino, anche gli ambientalisti hanno ribadito la necessità di «una strategia nazionale per il futuro dell’acciaio in Italia», ma ancora nessuna risposta è arrivata all’appello.

L. A.