Il divieto di importare plastica in Cina ci riempirà di rifiuti (VIDEO)

Gli scienziati calcolano l'impatto del divieto cinese sulle importazioni di rifiuti di plastica. Grossi problemi per l’Ue, colossali per gli Usa, ma Trump se ne frega

[22 giugno 2018]

Mentre il riciclo è spesso considerato la soluzione alla produzione su larga scala di rifiuti di plastica, al contempo si tratta di operazioni che a quanto pare amiamo veder concretizzare non nel nostro giardino: ad oggi più della metà dei rifiuti di plastica destinati al riciclaggio viene esportata dai Paesi a più alto reddito verso altri Paesi, con la Cina che storicamente ne importava la quota maggiore. Ma nel 2017, la Cina ha approvato la politica  della “National Sword” che, a partire dallo scorso gennaio, vieta in maniera permanentemente l’importazione di molti rifiuti plastici.

Ora, lo studio studioThe Chinese import ban and its impact on global plastic waste trade” pubblicato su Science Advances  da Amy Brooks, Shunli Wang e Jenna Jambeck del College of Engineering, New Materials Institute dell’Università della Georgia, ha calcolato il potenziale impatto globale del bando cinese sull’importazione dei rifiuti plastici, e come questo potrebbe influenzare gli sforzi per ridurre la quantità di rifiuti di plastica che entrano nelle discariche o – molto peggio – nell’ambiente naturale in tutto il  mondo.

La Jambeck spiega: «Dai nostri studi precedenti, sappiamo che solo il 9% di tutta la plastica prodotta è stata riciclata, e la maggior parte finisce nelle discariche o nell’ambiente naturale. A causa del divieto di importazione, nel 2030 circa 111 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica finiranno da un’altra parte, quindi, se vogliamo trattare questa spazzatura responsabilmente, dovremo sviluppare programmi di riciclaggio più robusti a livello nazionale e ripensare l’utilizzo e la progettazione di prodotti in plastica».

Dal 1993 le importazioni e le esportazioni annuali globali di rifiuti di plastica sono salite alle stelle, con una crescita di circa l’800% al 2016. All’Università della Georgia sottolineano che «da quando è iniziato il reporting nel 1992, la Cina ha accettato circa 106 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, che rappresentano quasi la metà delle importazioni mondiali di rifiuti di plastica. La Cina e Hong Kong hanno importato più del 72% di tutti i rifiuti di plastica, ma la maggior parte dei rifiuti che entra a Hong Kong – circa il 63% – viene esportata in Cina. I Paesi ad alto reddito dell’Europa, dell’Asia e delle Americhe rappresentano oltre l’85% di tutte le esportazioni mondiali di rifiuti di plastica. Considerata collettivamente, l’Unione europea è il principale esportatore».

La Brooks, principale autrice dello studio, ricorda che «i rifiuti di plastica una volta erano un business abbastanza redditizio per la Cina, perché poteva usare o rivendere i rifiuti una volta riciclati. Ma molta della plastica che la Cina ha ricevuto negli ultimi anni era di scarsa qualità  ed è diventato difficile ricavarne un profitto. La Cina produce anche più rifiuti di plastica a livello nazionale, quindi non può fare affidamento sulle altre nazioni per i rifiuti. Per gli esportatori, la lavorazione a buon mercato in Cina voleva dire che esportare rifiuti all’estero era meno costoso rispetto al trasporto nazionale dei materiali via camion o ferrovia».

La Jambeck  aggiunge: «E’ difficile prevedere cosa accadrà ai rifiuti di plastica che un tempo erano destinati agli impianti di lavorazione cinesi. Alcuni potrebbero essere dirottati verso altri Paesi, ma la maggior parte non ha le infrastrutture per gestire i propri rifiuti e tanto meno i rifiuti prodotti dal resto del mondo». Insomma, il divieto cinese potrebbe far saltare l’intera filiera mondiale di raccolta e riciclo delle plastiche, e rendere davvero difficili mantenere gli impegni a ridurre l’impatto dei rifiuti in plastica sull’ambiente, in particolare su quello marino che soffre particolarmente proprio per la già inefficace gestione dei rifiuti a terra.

A pagare il prezzo più alto potrebbero essere proprio gli Usa di Donald Trump che hanno dichiarato guerra commerciale alla Cina (e all’Europa, al Canada e al Messico…). Stati come il Massachusetts e l’Oregon potrebbero vedersi costretti a togliere il divieto di scaricare plastica nelle discariche, e in molte città statunitensi i programmi di riciclaggio potrebbero andare in tilt, Come ha detto a WaPo Ben Harvey, presidente di EL Harvey & Sons Recycling Services a Westborough, Massachussets: «Se non c’è posto per questa roba, qual è il senso di differenziarla? Riguarderemo i programmi e dovremo dire perché la stiamo raccogliendo, non è più una merce. E’ una cosa enorme. E’ una cosa spaventosa».

Il divieto cinese riguarda la plastica potenzialmente contaminata, come vasetti di maionese non lavati o bottiglie di plastica non più integre, ma la Cina consente ancora di importare balle di plastica con meno dello 0,5% di contaminazione per avviarle a riciclo. Per esempio, la compagnia che si occupa dei rifiuti di plastica di San Francisco ha rallentato la linea di selezione del suo impianto per abbassare il livello di contaminazione da circa il 5% a meno dell’1%, consentendo alla metropoli californiana di continuare a inviare le sue bottiglie oltreoceano. Ma, come fa notare Ellen Airhart su  Wired «non tutti i gestori locali di rifiuti hanno la capacità o il denaro per ridurre i loro livelli di contaminazione».

E la Jambeck conferma che non ci sono nemmeno alternative ragionevoli per esportare la spazzatura di plastica: «Non c’è davvero un altro grande hub principale in cui possa andare il materiale. Alcune nazioni come Vietnam, Thailandia e Malaysia riciclano la plastica, ma non hanno le infrastrutture necessarie per sostenere il carico precedente della Cina. Non esiste un altro Paese che abbia la capacità che aveva la Cina per poter prendere il materiale».

La National Recycling Coalition Usa ha dichiarato che «l’industria deve cambiare radicalmente il modo in cui comunica con l’opinione pubblica e come raccoglie e tratta i materiali riciclabili». La direttrice della coalizione,  Marjorie Griek ha detto: «Dobbiamo guardare ai nuovi utilizzi di questi materiali. E a come fare in modo che i produttori progettino un prodotto che sia più facilmente riciclabile».

La Brooks ha detto alla Airhart di sperare che la comunità internazionale presti attenzione allo studio dell’Università della Georgia: «Il mio sogno sarebbe che questo sia un campanello di allarme abbastanza forte da portare ad accordi internazionali per regolamentare le materie plastiche usa e getta».

Secondo lo Smithsonian Magazine, ci sono alcuni segnali che le nazioni di tutto il mondo stanno iniziando a prendere in considerazione gli impatti della plastica monouso: recentemente, l’India ha annunciato un piano per vietare la plastica monouso entro il 2022 e un recente rapporto Onu dimostra che 50 nazioni in tutto il mondo stanno facendo sforzi per vietare sacchetti di plastica, il polistirolo e altri oggetti non biodegradabili. Anche la Gran Bretagna ha recentemente annunciato un divieto per la plastica monouso e probabilmente nel 2019 eliminerà cose come cannucce di plastica e cotton fioc.

Ma ancora una volta sono il Paese sviluppato che produce ed esporta più plastica – e che probabilmente la gestisce peggio –, ovvero gli  Stati Uniti, continua a non assumere il ruolo guida che gli spetterebbe e, come succede per le emissioni di gas serra e le politiche climatiche, ancora una volta sono le città a sostituirsi all’inerzia del governo federale: in molte a hanno vietato o tassato i sacchetti di plastica, alcune stanno pensando di vietare le cannucce. E mentre Trump e il suo governo di eco-scettici se ne fregano, l’opinione pubblica sta diventando così sensibile al tema che anche un gigante del fast food come McDonald’s ha deciso di testare le alternative alle cannucce di plastica entro la fine dell’anno, anche se i suoi azionisti non sono molto entusiasti dell’idea.

La strada in teoria appara dunque tracciata: demonizzare la plastica non è utile, occorre piuttosto limitarne drasticamente gli usi impropri – ad esempio nel dilagante impiego di imballaggi monouso – e realizzare nel territorio di ogni Paese (secondo logica di sostenibilità e prossimità) i necessari impianti di riciclo per gestire i rimanenti flussi di materia, incoraggiando poi la diffusione sul mercato delle relative materie prime seconde attraverso adeguati incentivi economici. Peccato che tra il dire e il fare la strada appaia ancora molto, molto lunga.

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