La «Groenlandia ci serve assolutamente»: dopo il blitz venezuelano a caccia di greggio, Trump torna a minacciare la presa dell’isola dell’Artico a caccia di rotte e minerali rari che riemergono dallo scioglimento dei ghiacci
«Make america great again» anche a costo di annessioni di territori altrui. Con le buone e con vagonate di dollari, o con le cattive e a mano armata, il sovranismo trumpiano festeggia il 2026 con la presa del Venezuela al collasso, e la cattura con un blitz militare e senza consultare il Congresso Usa, nella sua camera da letto a Caracas, del dittatore Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores, nominando presidente ad interim Delcy Rodriguez come una sorta di governatrice coloniale agli ordini di Washington. Deposto Maduro, erede di Hugo Chávez, e tradotto in catene nel carcere di Brooklyn nel Paese con 28 milioni di abitanti, saranno gli Stati Uniti a gestire il business petrolifero facendo aprire i rubinetti dei pozzi alle grandi corporation nordamericane. Il commissariamento è anche sugli affari per lo sfruttamento del petrolio dai sottosuoli venezuelani con i più ricchi giacimenti al mondo, come ha chiarito il vicepresidente Usa, JD Vance: «Non permetteremo a un comunista di rubarci il petrolio nel nostro emisfero e senza fare nulla».
Ma in questa logica di raid, c’è il ritorno della Groenlandia come seconda preda pregiata, nonostante gli altolà della Danimarca e degli alleati Nato, con Trump che ha sintetizzato i motivi allo storico giornale statunitense The Atlantic con un: «Ne abbiamo bisogno per motivi di difesa». Dopo aver minacciato, dalla Casa Bianca o dal quartier generale di Mar-a-Lago, nell’ordine, la presa del Golfo del Messico per farne il nuovo Golfo d’America, la sovranità sul Canale di Panama come nuovo Canale Usa, l’annessione forzata di un paese Nato come il Canada agli Stati Uniti, la nuova applicazione della dottrina “Poliziotto del mondo” fa cadere il Venezuela sotto l’egida della dottrina Monroe, ripresa dal presidente Usa di fine Ottocento che teorizzò le Americhe come terreno di esclusiva influenza statunitense. Il tycoon si sta però spingendo ben oltre il "cortile di casa", e rivendica a stelle e strisce anche la Groenlandia, che sta ospitando la grande base aerea militare della United States Air Force posta a 1.118 km a nord del Circolo polare artico e a 1.524 km a sud del Polo Nord, con il suo sistema di difesa missilistico. Nel tana libera tutti, Pechino potrebbe annusare però un via libera per l’attacco a Taiwan, e la Russia giustificare ancor di più la sua occupazione militare dei territori ucraini.
Aggiungere la Groenlandia come nuova stella tra i 52 stati confederati degli Stati Uniti anche a costo di un ipotetico D-Day con l’invasione della più estesa terra artica e la maggiore isola del Pianeta grande 2.175.600 km2 compresi i 44.800 delle isole costiere, disegna la competizione brutale per il controllo delle materie prime e dell’energia, e aveva già provocato lo scorso anno le ire dei fieri groenlandesi, dei danesi e dell’intera Unione europea. Oggi siamo al replay delle minacce perché, spiega secco Trump, la «Groenlandia ci serve assolutamente per la difesa nazionale». Servono i suoi minerali e le terre rare come il litio e il titanio, e perché è una via marittima strategica per navi da guerra e sottomarini in competizione con russi e cinesi. Peccato che l'isola sia territorio autonomo del regno di Danimarca, protetta dalle forze artiche danesi. Ma tant’è, l’influencer repubblicana Katie Miller - già membro del consiglio consultivo sull'intelligence del Presidente, e consorte del vice-capo di gabinetto di Trump, Stephen Miller - già la disegna avvolta nella bandiera americana con la scritta SOON, «presto».

Al Palazzo di Vetro si riunirà il Consiglio di sicurezza dell’Onu, molti Paesi, in testa Francia e Gran Bretagna, chiederanno chiarimenti alla delegazione americana sulle ultime affermazioni del presidente e del suo staff. Ma la premier danese Mette Frederiksen ha già risposto per le rime: «La smetta con le minacce! Gli Stati Uniti non hanno alcun diritto di annettere nessuno dei tre Paesi del Commonwealth danese». La Groenlandia, ricorda a tutti, «fa parte della Nato e pertanto è protetta dalla garanzia di sicurezza dell'Alleanza. Abbiamo già un accordo di difesa che garantisce agli Stati Uniti ampio accesso alla Groenlandia e noi da parte del Regno Unito abbiamo investito in modo significativo nella sicurezza dell'Artico. Vorrei quindi esortare con forza gli Stati Uniti a porre fine alle minacce contro un alleato storicamente stretto e contro un altro paese e un altro popolo che hanno affermato molto chiaramente di non essere in vendita».
Ma il punto è che Trump e i suoi considerano l’Unione europea politicamente evanescente, divisa in piccole patrie e in costante declino. E del resto è impalpabile la politica dell’Unione, che assiste dagli spalti agli eventi. Cosicché ha avuto buon gioco, due settimane fa, a nominare senza consultazioni diplomatiche e politiche come suo inviato speciale per la Groenlandia l'ex governatore della Louisiana, Jeff Landry spiegando che «gli Stati Uniti devono avere un ruolo preminente nell'emisfero occidentale come condizione per la nostra sicurezza e prosperità, che ci consenta di affermarci con certezza dove e quando necessario nella regione».
Trump ci aveva abituato già a tutto nel suo primo mandato, dal 2016 al 2020, con la sua agenda-shock, e la Groenlandia era già finita tra i suoi post sui suoi canali social che eccitarono di più i suoi fans per via di annunci sempre più eclatanti. Ma spaventa oggi il ritorno della minaccia di piantare la bandiera a stelle e strisce anche sulla terra ancora ricoperta per l’84% da ghiacci e con insediamenti nelle zone costiere, sull’isola grande 7 volte l’Italia e collocata nell’estremo nord dell’Atlantico tra il Canada, l’Islanda e l’Artide e con il mar Glaciale Artico a nord, con i suoi 0,03 abitanti per km², in tutto 56.865 e di fiera etnia Inuit. La grande isola è parte del Regno di Danimarca, e gli Inuit - soprattutto cacciatori e pescatori - sono molto attenti alla sovranità del loro territorio, e quasi tutti abitano nei dintorni o nella loro capitale Nuuk.

Un breve ripasso di storia è necessario. L’isola è stata colonia norvegese fino al 1814, l’anno in cui passò sotto il controllo danese diventando nel 1953 parte del Regno. Nel 1979 le venne concesso l’autogoverno, ma con il re danese capo di Stato. Ha fatto parte della Comunità economica europea dal 1973 fino all’uscita dopo il referendum nel 1982 e, dopo un secondo referendum, nel 2008 le sono state trasferite competenze legislative, giudiziarie e di gestione delle risorse naturali come inizio di una transizione verso l'indipendenza. La Danimarca in ogni caso ha il controllo su finanze, politica estera e difesa militare e versa un sussidio annuale di 3,4 miliardi di corone. E soprattutto, tutti fanno muro al nuovo imperialismo yankee con la parola d’ordine: «La Groenlandia è dei groenlandesi. Non è in vendita!», e con il re Frederik che ha fatto aggiungere allo stemma reale della Danimarca anche i simboli della Groenlandia e delle isole Faroe. Mute Egede, fino allo scorso anno capo del governo dell’isola artica, ribadisce nella sua lingua inuit, il kalaallisut: «La Groenlandia appartiene al popolo groenlandese. Il nostro futuro e la lotta per l’indipendenza sono affari nostri. Il futuro è nostro e sta a noi plasmarlo». E anche il nuovo primo ministro della Groenlandia, Jens Frederick Nielsen sostiene con forza l’indipendenza anche dalla Danimarca. Ma un brivido sta scorrendo lungo la schiena dopo il blitz militare in Venezuela.
Emerge con cruda chiarezza la strategia del presidente Usa che alimenta il Far West globale, così come la seconda uscita degli Usa dagli accordi sul clima di Parigi ha decretato i clamorosi fallimenti in serie delle Conferenze delle Parti dell’Onu. È la difesa degli interessi finanziari statunitensi sia sul versante old economy e sia su quello della new economy, e sono i vantaggi militari e le utilità commerciali di aree che stanno acquisendo un valore strategico crescente e sulle quali Trump vuole giocare le sue fiches. Da un lato ci sono il petrolio e il gas, e dall’altro lato gli appetibili tesori minerali dell’isola dei tesori chiamata Groenlandia che il cambiamento climatico mette portata di scavo. Il riscaldamento globale, infatti, fa ritornare i suoli accessibili e pronti per lo sfruttamento dei sottosuoli.
Sugli oltre 2 milioni di km2 di territorio della Groenlandia, è già corsa alla conquista delle materie prime. Oltre i suoi giacimenti fossili, con il 30% delle riserve mondiali di gas e il 13% di petrolio, custodisce anche il 20% delle terre rare del Pianeta e possibilità di nuove scoperte di vene e giacimenti di oro, rubini, diamanti, zinco. Ci sono riserve sotterranee di metalli rari come il molibdeno che fuso con l’acciaio in piccole dosi ne migliora le qualità, come il terbio essenziale nel settore della difesa per la produzione dei magneti, come la gigantesca riserva di uranio classificata la quinta più grande al mondo, come la grafite o il titanio con rocce magmatiche ricche di feldspati usati in vari settori, ma soprattutto per produrre componenti tecnologiche come i microchip.

Se gli Usa di Trump sognano di perforare e fratturare, al suono di «drill and frack» per ridurre il monopolio della Cina, e trasformare, come scrisse il New York Times, la più grande isola nell’«Arabia Saudita del nickel o del titanio», anche altri Paesi hanno gli occhi puntati sulla Groenlandia nella corsa alla conquista dell'Artico. E se le operazioni estrattive nell'isola artica erano e sono ancora quasi impossibili per la presenza dei ghiacci, e lo sono anche per la presenza di norme a tutela degli ecosistemi artici, sono comunque già un centinaio le licenze attive ma con reiterati divieti di estrazione per le molte società, comprese le big con azionisti del calibro di Bill Gates, Jeff Bezos e Michael Bloomberg, che chiedono di poter sfruttare risorse di nickel, cobalto, platino e rame. Il tesoro immenso di materie prime, è stato valutato dall’ultimo studio geologico del 2023 del governo danese, identificando 25 materiali «strategici», a partire dalla grafite con giacimenti da 6 milioni di tonnellate sufficienti a soddisfare il fabbisogno globale delle auto elettriche per decenni, e dalle 36 milioni di tonnellate di terre rare in grado di ridurre o annullare il predominio cinese nei settori più avanzati essendo fornitore anche degli Usa per oltre il 70% e dell’Europa per il 100%.
Se ci sono ancora montagne di ghiacci e possenti iceberg che galleggiano, lo scioglimento sta modificando i profili costieri della Groenlandia che ha già perso dal 1985 circa 5.000 km2 di ghiaccio che si sono sciolti e dispersi in mare, come calcola la Nasa. Il ritmo attuale degli scioglimenti supera del 20% quello della fine del secolo scorso e contribuisce all’innalzamento costante del livello oceanico e marino. Le foto satellitari della posizione dei ghiacciai della Groenlandia dal 1985 ad oggi mostrano il loro lento accorciarsi negli ultimi tre decenni. Con tecniche di intelligenza artificiale sono state mappate oltre 235mila posizioni terminali dei ghiacciai che dimostrano la perdita della calotta glaciale groenlandese di circa 5.000 km2 di ghiaccio, al ritmo di circa 30 milioni di tonnellate all’ora.

I ghiacciai della Groenlandia un tempo tutti immobili, solidi, statuari come una Barriera del Grande Inverno, sfiorati dalle epiche spedizioni marittime di Vasco de Gama, Cristoforo Colombo, Ferdinando Magellano, Giovanni Caboto o James Cook che facevano vela verso le terre più incognite e calde e anch’esse non segnalate o mal segnalate sulle carte nautiche, con rotte di navigazione indicate da strumenti rudimentali e spesso guardando le stelle del cielo per orientarle, assumono oggi un ruolo strategico nella competizione geopolitica e geoeconomica.