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Nel mondo c’è già troppo petrolio per rendere conveniente quello del Venezuela

 |  Editoriale

Dopo il blitz realizzato dagli Usa in Venezuela in spregio al diritto internazionale, che ha portato all’arresto dell’autocrate alla guida del Paese – Nicolás Maduro, ora in manette a New York –, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che il Venezuela consegnerà tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio oggi sottoposto a sanzioni internazionali, per un controvalore stimato fino a 2,8 miliardi di dollari.

«Questo petrolio – dichiara Trump sul suol social, Truth – sarà venduto al suo prezzo di mercato e questo denaro sarà controllato da me, in qualità di Presidente degli Stati Uniti d'America, per garantire che venga utilizzato a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti! Ho chiesto al Segretario all'Energia Chris Wright di attuare immediatamente questo piano».

Non sono note al momento le modalità d’implementazione, ma le indiscrezioni sono bastate a far scendere il valore del petrolio sui mercati internazionali: come riassumono dalla Borsa italiana, il future sul WTI (febbraio 2026) mostra una diminuzione dello 0,7% a 56,7 dollari al barile, mentre il future sul Brent (marzo 2026) segna un calo dello 0,4% a 60,5 dollari al barile.

Tra i 30 e i 50 mln di barili di petrolio non è un gran bottino per gli Usa, che ne consumano circa 20 mln ogni giorno. Soprattutto, non è chiaro quali sviluppi potranno esserci per l’industria petrolifera venezuelana al di là dei volumi ad oggi bloccati dalle sanzioni internazionali.

Il Venezuela possiede infatti le più ampie riserve petrolifere del mondo, stimate in 300 miliardi di barili, ma ad oggi produce appena circa 1 mln di barili al giorno, e triplicare la produzione (con orizzonte 2040) richiede investimenti stimati da Rystad energy – società indipendente di ricerca energetica con sede a Oslo – in 183 miliardi di dollari. Soprattutto, si tratta di petrolio pesante, complicato da raffinare: il capoeconomista di Rystad energy, Claudio Galimberti, spiega che è redditizio venderlo attorno agli 80 dollari al barile, mentre nell’ultimo quadriennio i prezzi internazionali del petrolio hanno oscillato tra i 60 e i 70 dollari al barile.

«Sapete chi non pensa che ci siano molti soldi da fare in Venezuela? Le compagnie petrolifere – argomenta nel merito Paul Krugman, economista premio Nobel – Vedono un'infrastruttura fatiscente che costerebbe miliardi per essere riparata. Non vedono un ambiente politico stabile in superficie. E sebbene il Venezuela abbia grandi riserve di petrolio, gran parte del suo petrolio è extra pesante, il che lo rende inquinante e costoso da processare».

Tre major petrolifere – Chevron, ConocoPhillips ed Exxon Mobil – sono già state convocate alla Casa Bianca questo venerdì, ed è improbabile che Trump accettino un no come risposta alle prospettive di sviluppo petrolifero in Venezuela, ma ciò non toglie che questo si presenti come un business in perdita, tant'è che il presidente Usa ha già accennato alla possibilità di sussidiare le compagnie petrolifere. «Gli analisti di Morgan Stanley – osservano nel merito dalla Borsa italiana – hanno stimato che il mercato petrolifero potrebbe raggiungere un surplus di ben 3 milioni di barili al giorno nella prima metà del 2026, sulla base della debole crescita della domanda dello scorso anno e dell'aumento dell'offerta dell'Opec e dei produttori esterni al gruppo».

Il mondo, dunque, galleggia già su un mare di petrolio troppo grande per poter pensare di rendere redditizio quello venezuelano. E se anche così non fosse, a guadagnarci sicuramente non ci sarebbe il clima, ma neanche il popolo statunitense e sicuramente non quello venezuelano.

Come ricorda l’economista francese Gabriel Zucman, docente all’Univeristà di Berkeley in California, quando nel 1957 i profitti delle compagnie petrolifere statunitensi in Venezuela erano al picco – ovvero valevano circa quanto tutti i profitti di tutte le multinazionali Usa presenti in America latina e in Europa –, ben il 12% del prodotto interno netto venezuelano (cioè il valore di tutto ciò che era prodotto nel Paese in quell’anno) fluiva nelle tasche degli azionisti statunitensi. Si tratta pressappoco di risorse equivalenti al reddito allora percepito dalla metà più povera della popolazione venezuelana.

Oggi sarebbe diverso? Difficile: come mostra la recente ricerca Best of times, worst of times: record fossil-fuel profits, inflation and inequality, nel 2022 il 50% dei profitti record derivanti dai combustibili fossili è andato all'1% più ricco degli americani, mentre il 50% più povero ha ricevuto solo l'1%. L’ennesima conferma che il motto trumpiano Drill baby drill avvantaggia solamente gli ultraricchi.

Luca Aterini

Luca Aterini, toscano, nasce settimino il 1 dicembre 1988. Non ha particolari talenti ma, come Einstein, si dichiara solo appassionatamente curioso: nel suo caso non è una battuta di spirito. Nell’infanzia non disegna, ma scarabocchia su fogli bianchi un’infinità di mappe del tesoro; fonda il Club della Natura, e prosegue il suo impegno studiando Scienze per la pace. Scrive da sempre e dal 2010 per greenreport, di cui è oggi caporedattore.