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Democrazia, cooperazione, lotta alla crisi climatica. La forza dell’Europa sta in un modello di sviluppo radicalmente diverso da quello degli Usa di Trump: decidiamo il futuro che vogliamo

 |  Editoriale

L’anno nuovo si è aperto all'insegna delle tensioni internazionali, con l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela, la guerra in Ucraina e i conflitti in altre parti del mondo. In queste ultime settimane abbiamo capito che nel futuro del mondo, come viene visto dall’amministrazione Trump, ci sono due parole assenti: cooperazione e controllo. Con l'ordine esecutivo del presidente Trump della scorsa settimana è stata annunciata l'uscita degli Stati Uniti da 66 organizzazioni internazionali. Anche le commissioni regionali dell'Onu in Asia-Pacifico, in America Latina e in Medio Oriente sono cadute sotto la mannaia dell'amministrazione Trump, così come molte altre organizzazioni internazionali che, pur avendo finalità diverse, sono orientate alla custodia della pace e alla cooperazione, allo sviluppo economico e sociale, alla tutela dell’ambiente.

Con l'uscita degli Stati Uniti da questi organismi si completa il quadro del ritiro degli Usa dalla cooperazione internazionale, che era già stato annunciato nel primo giorno dell’amministrazione Trump con l'uscita dall'Accordo di Parigi sul cambiamento climatico e dall'Unesco. È un segnale molto forte e negativo, anche perché queste organizzazioni, e lo dico per esperienza personale, sebbene possano essere migliorate dal punto di vista dell'efficienza, sono uno strumento indispensabile per far lavorare insieme i Paesi, per diffondere buone pratiche e per costruire consensi. E abbiamo molto bisogno di consensi in un mondo così complesso come quello in cui siamo immersi.

La settimana scorsa il Senato americano ha approvato la risoluzione per impedire all’amministrazione Trump di compiere ulteriori azioni militari contro il Venezuela senza il coinvolgimento del Congresso. Il presidente Trump ha affermato che metterà il veto su questa iniziativa parlamentare americana, votata anche da alcuni senatori repubblicani. Al di là del fatto che è abbastanza curioso che il sistema costituzionale americano consenta al presidente di porre un veto a una decisione del Parlamento che riguarda i suoi poteri, è evidente che c'è una frattura interna tra le diverse istituzioni e anime democratiche del Paese. E questo non è un bene né per gli Stati Uniti, che sono alle prese con forti tensioni di piazza a seguito dell'uccisione di Renee Good da parte dell’Ice (l’Agenzia federale per l’immigrazione), ma neanche per il resto del mondo, perché abbiamo bisogno di Stati Uniti che rispettino non solo le regole internazionali, ma anche i processi democratici interni. Emblematico, da questo punto di vista, è anche l’attacco al Presidente della Banca centrale americana, Jerome Powell, per questioni legate alla ristrutturazione della sede della Fed, il quale ha, con una dichiarazione pubblica, risposto che in realtà si tratta di un atto intimidatorio per la sua gestione della politica monetaria, non in linea con i desideri del Presidente. Da segnalare, a tale proposito, la presa di posizione della Banca Centrale Europea e di altre banche centrali a favore di Powell, qualcosa di mai visto nella storia.

Insomma, se cooperazione e controllo sono due parole non amate da Trump, ciononostante esse rimangono elementi indispensabili per affrontare la complessità del mondo e per risolvere i grandi problemi che abbiamo di fronte. Da questo punto di vista l'Europa dovrebbe dare un segnale molto forte, che purtroppo stenta a venire, di un approccio radicalmente diverso rispetto a quello americano, sia rispetto alla cooperazione, non solo in campo militare, come sembra stia accadendo sulla base delle proposte dei cosiddetti “volenterosi”, ma anche sugli altri fronti, come quello della democrazia interna, della lotta al cambiamento climatico e del rilancio della produttività e dell'innovazione nel nostro continente. Insomma, la preoccupazione per quello che accade nel resto del mondo non dovrebbe distrarci dal tentativo di costruire il futuro che vogliamo, un futuro fatto anche di cooperazione e controllo democratico. E questo si dovrebbe applicare anche al caso italiano che approfondiremo prossimamente.

Enrico Giovannini

Enrico giovannini è professore ordinario di Statistica economica e Sviluppo sostenibile all’Università di Roma “Tor Vergata”. È stato ministro delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili del Governo Draghi (febbraio 2021 - ottobre 2022) e del Lavoro e delle Politiche sociali del Governo Letta (aprile 2013 - febbraio 2014). È co-fondatore e direttore scientifico dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS), una rete di oltre 300 soggetti della società civile creata per attuare in Italia l’Agenda 2030 dell’Onu. È stato a capo della direzione statistica e Chief statistician dell’Ocse (2001 - 2009) e presidente dell’Istat (2009 - 2013). Nell’ottobre del 2014 è stato nominato “Cavaliere di Gran croce al Merito della Repubblica” e nel gennaio del 2023 ha ricevuto il dottorato di ricerca ad honorem in “Sviluppo sostenibile e cambiamenti climatici”. È autore di oltre 130 articoli pubblicati su riviste nazionali e internazionali e di sei libri su temi statistici ed economici.