Addio Mondo Fossile. Nonostante guerre, raid e minacce, il business dell’oro nero ha i decenni contati, con il The end previsto al 2065. Come prevedeva lo sceicco Yamani “l’età del petrolio finirà per la tecnologia, il nostro vero nemico”
Dalla riconquista a mano armata del pessimo greggio venezuelano alla caccia alle ultime riserve sotto i ghiacci artici della Groenlandia, l’enfasi petrolifera della “nuova era del petrolio” con l’estrazione no limits promessa da The Donald Trump al suono del “We will drill, baby, drill!” nel discorso del re-insediamento alla Casa Bianca il 20 gennaio 2025, annerisce le cronache di questo inizio di nuovo anno. L’antico petroleum, parola composta da petra ovvero "roccia" e oleum "olio", la miscela di idrocarburi che si estrae dai giacimenti negli strati della crosta terrestre, la fonte primaria di energia dopo il primo pozzo perforato da Edwin Drake in Pennsylvania il 27 agosto 1859 che segnò l'inizio dell'industria petrolifera, anticipa o segue la scia di un mondo in fiamme e nel disordine internazionale. In nome del petrolio si destabilizza, partono rappresaglie e raid, si inquina e si vive nell’illusione della fonte energetica eterna. È in nome dell’intoccabile combustibile, che contribuisce per oltre un terzo al riscaldamento globale, che il negazionismo climatico ha oggi vinto il suo round nella battaglia per la manomissione e l’affossamento sistematico di ogni trattativa globale per abbassare la febbre alta del Pianeta in surriscaldamento.
La seconda presidenza Trump, non solo ha fatto uscire gli Usa per la seconda volta dalla Conferenza delle Parti sul clima ma, incredibilmente, ha espulso diplomatici e scienziati e operatori anche dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che dal 1992 è la piattaforma globale condivisa dei negoziati internazionali, e dall’Intergovernmental Panel on Climate Change massimo ente di valutazioni scientifiche sugli effetti climatici, oltreché da altre 65 organizzazioni internazionali impegnate in soccorsi umanitari o nella promozione dei diritti umani poiché, come si legge nei suoi memorandum presidenziali: “…non servono più o contrastano gli interessi degli Stati Uniti”. E la diplomazia aggressiva degli Usa ha persino aperto il nuovo rischioso capitolo: “A noi la Groenlandia!”, anche per riempire nuovi barili con petrolio succhiato dai sottosuoli glaciali.
Una domanda s’aggira per il Pianeta: ma davvero resteremo ai fermoimmagine della geopolitica del petrolio del secolo scorso, con petrolieri ambiziosi e senza troppi scrupoli alla J.R. Ewing della serie tv Dallas e politici asserviti al seguito, o ai più moderni trivellatori iconici del nostro secolo alla Landman, la serie Netflix in corso che ci restituisce un Texas di pozzi in attività o in esaurimento o che esplodono?

La risposta vira sul no. Nella narrazione del greggio forever, infatti, si trascura un elemento fondamentale: il mondo reale deve iniziare a fare i conti con la sostituzione di una fonte di energia ormai in via di esaurimento, peraltro costretta a convivere con un paradosso sublime, con il classico sostegno che non ti aspetti. I più grandi giacimenti petroliferi del mondo, infatti, dagli Usa all'Arabia Saudita, dall'Oman agli Emirati Arabi Uniti, dal Sudamerica alla Cina, alimentano sempre più sistemi di perforazione e di fratturazione di terreni che tirano su greggio leggero o petrolio pesante con l’odiata - dai petrolieri più incalliti - energia concorrente a costi più bassi e più a portata di mano. È l’energia rinnovabile fornita dal sole o dal vento soprattutto, che arriva ai campi pozzo da giganteschi parchi solari e da selve di pale eoliche installate nei dintorni.
È un clamoroso indizio dell’inizio della fine il carburante fossile che oggi ha bisogno dell’energia eolica e dell’energia solare per pompare e succhiare e riempire barili. Segnala il futuro a portata di mano, destinato a sostituire giocoforza l’inquinante petrolio. Per le compagnie petrolifere, infatti, le tecnologie energetiche green sono oggi una scelta obbligata economica e strategica. Serve molta energia e servono molti investimenti finanziari per alimentare pompe, sistemi di trivellazione e infrastrutture di supporto dei campi petroliferi. E se fino a pochi anni fa per estrarre petrolio e gas naturale venivano utilizzate e bruciate parte delle quote di petrolio appena estratte, oggi, con la volatilità dei prezzi energetici e la crisi incombente, anche quelle quote vengono risparmiate per essere vendute sui mercati internazionali, e non sono quote residuali.
Perdipiù, dall’Oman all’Orinoco venezuelano e in aree degli Stai Uniti dove il petrolio è "pesante" essendo molto più denso e simile al catrame, per farlo risalire con la massima fluidità iniettano vapore ad altissima pressione nei sottosuoli. E i nuovi sistemi di perforazione oggi non bruciano più il greggio o il gas per portare l'acqua alle massime temperature per produrre tonnellate di vapore e favorire l’estrazione. Ormai l’acqua negli impianti viene riscaldata, a costo pressoché zero, da enormi specchi solari a concentrazione che producono energia inesauribile. Così le aziende petrolifere guadagnano di più, migliorano i loro breakeven con il punto di pareggio tra costi e ricavi, e riducono gli impegni finanziari. Ma c’è un piccolo particolare: stanno platealmente dimostrando la dipendenza del petrolio dalle tecnologie delle rinnovabili!

Tutto insomma sta cambiando, e molto rapidamente. E tutto dimostra che sono le nuove energie ad avere sempre più futuro. Solo per questo, riportare gli interessi petroliferi al passato diventa sempre più una mission impossible per tutti gli Stati petroliferi nel mondo: Russia, Arabia Saudita, Venezuela, Canada, Cina, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Brasile, Iran e Kuwait, Nigeria, Angola, Algeria, Libia. Spacciare per verità assolute riserve fossili perenni, e immaginare di poter perforare e fratturare sottosuoli nei secoli dei secoli per soddisfare i fabbisogni energetici futuri, è un calcolo farlocco e illusorio. La verità è un’altra. Il nero petrolio luccicherà ancora per qualche decennio, e non resteremo ancora a lungo prigionieri dell’era petrolifera.

Chi e quando spezzerà le catene che ci lega al più inquinante carburante? Oggi il business petrolifero è ancora in leggera espansione, ma l’equilibrio finanziario petrolifero resta instabile, destinato a reggere solo finché reggono le riserve. Il petrolio, questa è la verità nascosta, è finito nella categoria delle risorse naturali non infinite ma finite. Si ipotizza l’esaurimento dei giacimenti nell’anno 2065, o forse anche qualche anno prima poiché il cosiddetto Picco di Hubbert dell'offerta petrolifera è stato ormai raggiunto.
Il picco o curva lo aveva calcolato il geologo e geofisico statunitense Marion King Hubbert, che per anni ha lavorato nei laboratori di ricerca della Shell Oil Company di Houston, presentando già nel 1956. Al congresso dell’American Petroleum Institute a San Antonio, presentò in quell’anno le sue previsioni scientifiche sul futuro della produzione petrolifera americana, basate sulla legge dell'evoluzione temporale della produzione dei giacimenti di fonti fossili, e su calcoli accuratissimi del ritmo dello sfruttamento, delle capacità produttive dei pozzi e del lento decremento che avrebbe comportato l’utilizzo di tecnologie sempre più costose e rischiose per sfruttarne la parte restante. Hubbert indicò già 70 anni fa il punto di massima produzione a basso costo e con facilità di estrazione, oltre il quale l'estrazione entra in declino irreversibile seguendo una curva a campana nell’anno 2000.

Il suo modello, però, in quel tempo aveva qualche falla giustificata. Hubbert non aveva previsto, come l’intero mondo petrolifero e politico, l’introduzione dagli anni Settanta del Novecento di nuove tecniche come il devastante fracking o fratturazione idraulica che permette l’estrazione di petrolio e gas naturale da rocce profonde e poco permeabili come lo scisto iniettando ad alta pressione un mix di acqua, sabbia e prodotti chimici per creare microfratture nelle rocce liberando gli idrocarburi intrappolati. Un sistema che ha consentito e consente di accedere a riserve difficilmente raggiungibili, ma che contamina le acque sotterranee irreversibilmente e potrebbe persino innescare movimenti tellurici soprattutto in aree sismiche. Nemmeno aveva previsto l’estrazione dai fondali marini profondi. E, all’epoca, non poteva immaginare nemmeno la scoperta di nuove riserve petrolifere.
Questi fattori hanno contribuito a posticipare l’inesorabile picco globale, ma solo spostando più in avanti nel tempo il peak oil, la curva del calo della produzione perché ormai da anni nemmeno i nuovi giacimenti riescono a coprire i volumi che venivano estratti dai giacimenti esauriti, e le scorte diminuiscono. Così, l'esaurimento previsto dal 2000, ma con cali già intorno agli anni Settanta del Novecento, oggi gli scienziati del ramo lo indicano tra una quarantina di anni. In ogni caso, sono tempi storici e non biologici! E le ultime proiezioni concordano sulla una scadenza temporale abbastanza breve e, sulla base delle scorte planetarie stimate intorno a complessivi 2.000 miliardi di barili, e al ritmo attuale di estrazione pari a circa 100 milioni di barili estratti al giorno, che potrebbe collocarsi tra il 2065 e il 2070.
Delle 4 macro-fasi della storia estrattiva di un giacimento, infatti, è stata già raggiunta e superata quella dell’espansione rapida dopo la prima fase di esplorazione quando la risorsa è abbondante e bastano modesti investimenti per estrarre abbondante petrolio. In moltissimi siti è già stata superata anche la seconda fase del picco di Hubbert, e siamo generalmente alla terza fase dell’inizio dell'esaurimento in particolare per i primi campi pozzo che oggi richiedono investimenti sempre maggiori. Ma arriveranno presto per tutti le fasi del declino finale dei pozzi con il graduale esaurimento che renderà talmente elevati gli investimenti necessari da essere considerati non più sostenibili, e far cessare completamente l’estrazione.
Anche i più lucidi e indipendenti analisti energetici internazionali prevedono per il carburante fossile i decenni contati. È iniziato, insomma, il countdown globale.

Chi se ne intendeva, già una ventina di anni fa aveva intuito l’inizio della fine, spiegando che: “L’età della pietra non finì perchè finirono le pietre, l’età del petrolio non finirà perchè finirà il petrolio ma per la tecnologia, nostro vero nemico”. Era lo sceicco petroliere saudita Ahmed Zaki Yamani, ministro del petrolio dell’Arabia Saudita dal 1962 al 1986 e uomo forte dell’Opec, l’organizzazione di paesi produttori di petrolio, morto a novant'anni cinque anni fa. Yamani sapeva più di tutti che prima o poi non solo le riserve degli idrocarburi si sarebbero esaurite per super-sfruttamento, ma che il greggio sarebbe stata surclassato dalla crescita delle tecnologie, con la gran parte della domanda di energia soprattutto nei paesi cosiddetti in via di sviluppo sarebbe stata soddisfatta da altre fonti energetiche. A sorpresa, ancora all’inizio del terzo millennio, Yamani stupì dichiarandosi convinto dell’avanzata lenta ma inesorabile del “vero nemico dei petrolieri”: le tecnologie green alla base delle nuove energie pulite.
Nessuno avrebbe scommesso una lira sulla fine del petrolio nemmeno nell’ottobre del 1973, quando anche l’Italia fu costretta alle domeniche a piedi o in bicicletta nell’anno della prima grande crisi petrolifera globale. E proprio lo sceicco Yamani, da presidente dei produttori di petrolio impose il blocco delle esportazioni di greggio dei paesi arabi produttori di petrolio dell’OPEC come ritorsione contro le forniture di armi Usa ai nemici israeliani nella guerra dello Yom Kippur con Egitto e Siria contro Israele, nel quarto conflitto arabo-israeliano. In quella prima grande crisi energetica, Yamani, player dell’ascesa dell’Arabia Saudita come primo produttore al mondo e signore assoluto del petrolio, vinse la sua partita con l’exploit dei prezzi del greggio e punendo soprattutto Stati Uniti e Europa. Usò il petrolio come un'arma e il prezzo del barile balzò da 3 a 12 dollari.
L'Italia fu uno dei paesi più colpiti. Gli italiani impararono la parola austerity imposta dal governo con il divieto assoluto di circolazione con mezzi motorizzati privati di domenica e nei giorni festivi, e le città dove la sera calava il buio si riempirono di biciclette, pattini, carrozze trainate da cavalli, l'illuminazione pubblica fu ridotta del 40%, i programmi televisivi non andavano oltre le 23:00 per risparmiare elettricità, bar e ristoranti avevano l'obbligo di chiusura entro la mezzanotte, il riscaldamento limitato a 19 gradi.

Il secondo shock petrolifero arrivò nel 1979 con la rivoluzione islamica in Iran con la caduta dello Scià e l'ascesa di Khomeini. L'Iran, tra i maggiori produttori mondiali di petrolio, bloccò le esportazioni e il costo del petrolio sfiorò i 40 dollari al barile.
La verità che ancora non emerge come dovrebbe, è che l’umanità è oggi in piena quarta transizione energetica nella sua storia. Dopo l’iniziale transizione con il mix di sola forza muscolare umana e animale, dopo la seconda transizione spinta dall’uso dell’energia del vento per le vele e dell’acqua per mulini, dopo la terza transizione con il passaggio ottocentesco all’economia del carbone e del petrolio, oggi la quarta transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili e all'idrogeno è avviata e sarà anch’essa inarrestabile.
Certo, c’è chi preferisce restare inchiodato ai watt fossili sempre meno convenienti, immaginando il mondo al contrario. Ma, come disse John Adams secondo presidente degli Stati Uniti: “I fatti sono argomenti testardi, e qualunque sia la nostra volontà, le nostre inclinazioni o i dettami della nostra passione, non possono alterare lo stato dei fatti e delle prove". E i fatti indicano che la scena energetica è destinata a mutare radicalmente confinando al passato anche la lunga era della totale dipendenza da petrolio e gas e loro derivati. Sono processi lunghi, complicati, molto contrastati, la strada è oggi tutta in salita ed è piena di trappoline e trappoloni, ma la scena energetica è destinata a mutare radicalmente, e il percorso di de-carbonizzazione è partito e non lo fermerà nessuno.
Già oggi l’estrattivismo petrolifero deve già fare i conti con un mercato non più novecentesco, e con consumi di combustibili fossili fermi o in calo. Negli Stati Uniti il consumo annuale pro capite di benzina è diminuito di circa il 20% per la maggiore efficienza dei motori e per la diffusione di auto elettriche. Anche in Italia il calo è strutturale con consumi scesi ancora da 11 miliardi di litri l’anno del biennio 2006-2008 ai 7 del biennio 2023-2024. Il mercato del gas e del petrolio deve fare i conti con nuove pompe di calore in casa, con pannelli solari su tetti e campi e ovunque sia possibile, con le nuove batterie domestiche che produrranno l’elettricità necessaria. E in alcuni Paesi nucleari, lo scenario potenziale della transizione verso il nucleare privo di rischi - al momento solo un annuncio e non disponibile - sposterà inesorabilmente ancora di più il baricentro del potere energetico riducendo il peso fossile.
In ogni caso, già nel 2025 alle nostre spalle, le rinnovabili hanno superato il carbone come fonte di elettricità a livello globale. Il centro studi Ember, think tank internazionale indipendente, ha rilevato come l’energia solare e l’energia eolica lo scorso anno sono cresciute così velocemente da coprire l'intero aumento della domanda globale di elettricità da gennaio a giugno. La Cina è leader globale nella produzione energetica da fonti rinnovabili con pannelli solari a perdita d’occhio in aree desertiche e sull'altopiano tibetano, turbine eoliche alte 300 metri lungo le coste con una capacità eolica e solare equivalente a 100 centrali nucleari e in grado di alimentare l'intero consumo Usa. E raddoppierà i finanziamenti sulle tecnologie green - oggi copre l'80% delle celle solari mondiali, il 70% delle turbine eoliche e il 70% delle batterie al litio - a costi competitivi che renderanno sempre più le nuove energie le fonti più economiche e le più accessibili.
È il mercato, bellezza!, direbbe Humprey Bogart. È il consumatore che fa e farà sempre più le sue scelte. Chi resta fermo o non fa abbastanza o lo fa lentamente perderà terreno e quote di economie. Spiega Francesco La Camera, direttore generale dell'Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili IRENA dal 2019: “Oggi, le energie rinnovabili rappresentano il modo più competitivo per generare elettricità, superando le alternative basate sui combustibili fossili in termini di costi, resilienza e stabilità a lungo termine. Nel prossimo futuro, nuovi investimenti in energie rinnovabili e sistemi di accumulo saranno più convenienti ed economici”. Le rinnovabili sono un potente motore di opportunità di business, di creazione di posti di lavoro, di leadership tecnologica e innovazione industriale, e costano molto ma molto meno dell’oro nero. E la rapidità di installazione e di produzione di energia pulita è un altro elemento di competitività.
Sono sfide e prospettive invitanti. Anche e soprattutto per l’Italia.