Quando la politica sfrutta la nostra psicologia per negare il clima: sei trappole mentali che alimentano il negazionismo climatico, e come disinnescarle
Negare il cambiamento climatico, oggi, non è più una bizzarria ai margini del dibattito pubblico. È una strategia politica di costruzione del consenso – consapevole e intenzionale – che fa leva su precise dinamiche psicologiche. A mostrarlo sono Alon Tal e Shlomit Paz in un recente articolo su Nature Climate Change.
Il contesto è quello che conosciamo: una crisi climatica sempre più evidente e, parallelamente, una crescente polarizzazione politica che, anziché accelerare la transizione ecologica, moltiplica i rinvii. In molti Paesi, le politiche ambientali vengono presentate come un progetto elitario, ostile alla sovranità nazionale e alla crescita economica. Questa narrazione intercetta e rafforza una diffusa sfiducia nelle istituzioni scientifiche e fa presa su quei gruppi sociali che si sentono esclusi dalla globalizzazione.
Il risultato è una propaganda populista efficace proprio perché semplice: se la scienza non offre certezze assolute, allora riducila a un’opinione tra le altre. E se non puoi negare l’evidenza, semina dubbi. Il cambiamento climatico viene così spostato dal terreno della conoscenza a quello dell’identità sociale. Una strategia che funziona facendo leva su meccanismi psicologici ampiamente documentati dalle scienze cognitive e comportamentali. Tal e Paz ne individuano, in particolare, sei, e per ciascuno indicano una possibile via per neutralizzarli.
Distanza psicologica. Il cambiamento climatico, nel racconto pubblico, accade quasi sempre altrove: nell’Artico che si scioglie, nei ghiacciai che arretrano, in un futuro vago chiamato “2100”. Ciò che è lontano nel tempo, nello spazio o socialmente viene elaborato dalla nostra mente con scarsa urgenza emotiva. Se non lo vediamo sotto casa, fatichiamo a sentirlo come un problema nostro. Che fare? Avvicinare il problema. Rendere il clima concreto e presente: nelle ondate di calore, nelle siccità, nelle alluvioni, nei costi sanitari ed economici che già oggi paghiamo. “Pensare globale, parlare locale” non è retorica ambientalista: è un modo per ridurre la distanza percepita e rendere rende il problema cognitivamente più vicino e non rinviabile.
Dissonanza cognitiva. Accettare la crisi climatica significa mettere in discussione stili di vita, modelli produttivi e status professionali. È psicologicamente sfidante. Quando i fatti entrano in conflitto con l’immagine che abbiamo di noi stessi e con le nostre abitudini, qualcosa dentro si incrina. Potremmo cambiare modo di agire ma è faticoso. Molto più semplice cambiare narrazione: qualche esempio? L’ex ministro degli Esteri brasiliano Ernesto Araújo ha definito la politica climatica “marxismo culturale” progettato per indebolire l’Occidente. Viktor Orbán ha liquidato l’ambientalismo come una maschera del socialismo. In Italia, Matteo Salvini ha più volte descritto le regole ambientali europee come “follie di Bruxelles”.
Come si supera? Con “l’inoculazione cognitiva”. Esporre preventivamente le tesi negazioniste e mostrarne le distorsioni costruisce una “immunità - mentale - di gruppo” alla disinformazione. In questa direzione si muove, per esempio, Skeptical Science, che mette a disposizione confutazioni basate sulle evidenze per le obiezioni più ricorrenti. Creare anticorpi concettuali contro le narrazioni tossiche è una strategia psicologicamente più robusta che tentare di correggere errori a posteriori.
Bias di conferma. Cerchiamo e ricordiamo le informazioni che confermano ciò che già crediamo. Media e social network amplificano questo effetto, creando camere dell’eco. Per contrastarlo occorre usare messaggeri credibili per il gruppo di riferimento. La fonte, in alcuni casi, conta quanto il contenuto.
Avversione alle perdite. Le perdite pesano psicologicamente più dei guadagni equivalenti. Le politiche climatiche vengono quindi facilmente presentate come una minaccia: meno lavoro, meno crescita, meno benessere. Occorre ribaltare la cornice: la transizione non come sacrificio, ma come investimento e opportunità collettiva. Occupazione, competitività, sicurezza energetica e risparmio economico sono leve motivazionali molto più efficaci dell’allarmismo.
Ansia esistenziale. Il cambiamento climatico richiama vulnerabilità, perdita, morte. Quando la perdita diventa saliente, le persone tendono a negare il rischio per ridurre l’ansia. Per superarla è utile sostituire il catastrofismo con speranza realistica: non negare la gravità del problema, ma mostrare che esistono soluzioni concrete, già in atto, che migliorano insieme ambiente e qualità della vita.
Identità sociale. Le opinioni sul clima sono sempre più segnali di appartenenza. Accettare o negare la crisi diventa un atto identitario. Una strategia efficace consiste nell’integrare l’azione climatica dentro identità positive: orgoglio civico, responsabilità, capacità di stare un passo avanti. Il cambiamento funziona quando rafforza, non quando minaccia, il senso comunitario. Quando l’azione climatica si configura come un segno distintivo, cresce anche il suo valore sociale e la sua attrattiva collettiva.
La conclusione di Tal e Paz è che i fatti (statistiche, grafici e proiezioni), da soli, non bastano. Il negazionismo climatico non origina da semplice ignoranza, ma è il prodotto di difese psicologiche e timori legati alla sicurezza materiale e simbolica, che la politica populista sa attivare con grande efficacia. Per questo comunicare la sfida climatica in modo efficace richiede si parli anche alle emozioni e ai sistemi di valori delle persone. Significa farle sentire in grado di comprendere le informazioni rilevanti, legittimate a partecipare alle decisioni collettive e socialmente riconosciute per i comportamenti responsabili che adottano. Significa rafforzare il senso di appartenenza a una comunità che cambia insieme e non lascia indietro nessuno. E significa intervenire sulle cause strutturali che alimentano la disinformazione: educazione epistemica, responsabilità degli algoritmi dei social network che amplificano le falsità, trasparenza sugli interessi economici che finanziano la politica negazionista. È anche da qui che passa oggi una parte decisiva dell’azione climatica.
Matteo Motterlini ha recentemente pubblicato Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai. Perché la nostra mente è l’ostacolo più grande nella lotta al cambiamento climatico (Solferino Libri, 2025)
